"Escribid con amor, con corazón, lo que os alcance, lo que os antoje. Que eso será bueno en el fondo, aunque la forma sea incorrecta; será apasionado, aunque a veces sea inexacto; agradará al lector, aunque rabie Garcilaso; no se parecerá a lo de nadie; pero; bueno o malo, será vuestro, nadie os lo disputará; entonces habrá prosa, habrá poesía, habrá defectos, habrá belleza." DOMINGO F. SARMIENTO



sábado, 14 de febrero de 2009

L'INTERVISTA DI PATRIZIA MARCHESELLI

Ecco il testo pubblicato sui portali italiani Lombardi nel Mondo (www.lombardinelmondo.org) e Mantovani nel Mondo (www.mantovaninelmondo.eu)

Jorge Garrappa, collaboratore del Portale, ci racconta la storia della sua famiglia: l’emigrazione dei nonni, i perchè e i quando, le difficoltà di allora, l’arte e le canzoni. Passato che svela il presente e le origini di molti italiani d’Argentina.

Jorge Alberto Garrappa Albani (Giorgio) nasce il 24 Marzo 1951 a Rafaela, Provincia di Santa Fe, Repubblica Argentina. Professione: Architetto, Professore Universitario presso l’Università Cattolica di Santa Fe e la Scuola Tecnica “Guillermo Lehmann” di Rafaela. L’origine materna era di Terno d’Isola, Provincia di Bergamo, Regione Lombardia e quella paterna di Canosa di Puglia, Provincia di Bari, Regione Puglia.

D - La sua famiglia in che anno è emigrata?
R - Il nonno lombardo -Pietro Albani- emigrò nel 1888 assieme a suo padre Battista e le sorelle Maria Caterina e Maria Carolina. Giunsero a Buenos Aires il 26 Ottobre 1888. Erano partiti dal porto di Genova.
Il nonno pugliese -Gaetano Garrappa- lo fece nel 1906, con un tutore perchè era ancora minorenne. Lui se la cavò da solo!
Tutt’e due emigrarono per motivi di lavoro, in cerca di un futuro migliore, per sfuggire dalla miseria insomma. Nel caso del bisnonno Albani, era rimasto vedovo poco prima e credo sia stato questo un’altro forte motivo per iniziare una nuova vita in America.

D - Ricorda il nome della nave?
R - Battista Albani con sua famiglia giunse di preciso sulla nave “Perseo”, piccolo battello di 4158 tonnellate, fatto apposta per trasportare “gente povera”. Gaetano Garrappa potrebbe essere giunto sul piroscafo “Brasile” ma non sono tanto certo perchè non risulta dai registri consultati. Forse quel foglio si è perso o rovinato com’è accaduto in altri casi.

D - Qual’era la loro professione in Italia?
R - Il bisnonno, Agnello Vincenzo, faceva il cocchiere del Conte Miani di Puglia e, secondo il passaporto, il nonno Gaetano aveva lo stesso mestiere.
Il bisnonno, Battista Albani, invece era contadino nell’Isola bergamasca, fra l’Adda ed il Brembo.


D - Come ricordavano l’Italia?
R - Purtroppo non ho mai conosciuto i nonni. Pietro morì nel ’29 e Gaetano nel ’50 però sono cresciuto accanto al mio caro prozio Felice Garrappa, nonno adottivo, che ho tanto amato, reduce della Grande Guerra. Fu proprio lui ad insegnarmi la lingua italiana, ad amare la terra natia ed il suo paese natio Polignano a Mare, nel basso Adriatico. Lui mi raccontava come aveva fatto la guerra da Caporale Mitragliere sul Grappa e ricordava spesso quel mare che diceva: "...sembrava una tavola blu" e gli mancava tanto.

D -Quali sono stati gli ostacoli più complessi all’arrivo nel nuovo paese?
R - Sono convinto che il peggio era la micidiale traversata transoceanica, poi credo sia stata la barriera della lingua. Imparavano lo spagnolo, certo, ma la pronuncia dialettale e l’inserimento di parole e modi di dire italiani, rimanevano per tutta la vita e diventavano il bersaglio degli scherzi altrui.

D - Ci sono tradizioni italiane (gastronomiche, patronali, familiari, canzoni che ricorda si cantavano o si cantano spesso) che si continuano a seguire? Quali?
R - La tradizione gastronomica famigliare va sempre rispettata a casa mia. La pasta, l’olio di oliva, la bagna cauda, il tiramisù o la panna cotta stanno con noi e fanno parte del buon mangiare.
Per fortuna sia la mamma che la moglie hanno ereditato questo dono e sono entrambe due bravissime cuoche.
Per quanto riguarda la cultura musicale, viene dal nonno pugliese e da mio padre Idiolindo Luigi, tutt’e due erano musicisti. Il nonno suonava il pistone (una specie di tromba) ed era sottodirettore della Banda del Comune. Mio papà suonava il tamburo assieme a lui. Poi formò l’orchestra da ballo Garrappa e la prima Sinfonica della Provincia che battezzò “Giacomo Puccini”, in cui suonavano pure mio padre e mio zio Cayetano, sotto la battuta del nonno.
Perciò il gusto per la musica mi viene sin dalla culla. Quando avevo sei anni cominciai a studiare il pianoforte ad un conservatorio, poi mi sono innamorato della batteria ed è quello che suono ancora oggi in un complesso con gli amici.
Sono un innamorato della musica italiana degli anni ‘50, ’60 e ’70. Muoio per Mimmo Modugno che, a parte di essere pugliese di Polignano a Mare, continua ad essere il punto di riferimento della canzone italiana. Comunque mi piacciono tantissime canzonette come “La Piemontesina” suonata da Piero Montanaro e colonne sonore bellissime come “Meraviglioso” del proprio Modugno, “Luglio” di Riccardo Del Turco, “Champagne” di Peppino Di Capri, “Rose Rosse” di Massimo Ranieri, “Siesta” di Bobby Solo, “I giorni dell’arcobaleno” di Nicola Di Bari, “Gesù bambino” di Lucio Dalla o “La riva bianca la riva nera” della Zanicchi.

D - Secondo Lei, quali sono i punti in comune tra l’ Italia e l’ Argentina e quali invece le differenze?
R - Secondo me le differenze geografiche sono grandissime, spesso immagino la loro sorpresa nell’arrivare in un territorio così esteso, orizzonti senza limiti e dover percorrere lunghissime distanze per ritrovarsi con il mare o la montagna!
Le città sono diverse perchè l’Argentina non ha avuto un medioevo come l’Italia, poi le somiglianze sono tantissime soprattutto nella nostra regione, cioè la Pampa Gringa.
Il sangue attira moltissimo e la cultura portata dalla diaspora italiana qui da noi è molto forte, basta vedere l’architettura delle sedi delle Società italiane, gli ospedali italiani, le vecchie case -ispirate alla “domus pompeiana”- oppure lo sviluppo straordinario delle piccole e medie imprese, di stile lombardo, insediate nei nostri pressi.

D - In quali situazioni sente di "agire" da italiano e in quali no? Perchè?
R - Io ed anche mia moglie, sentiamo di agire molto più da italiani che da argentini perchè l’Argentina è cambiata moltissimo negli ultimi trent’anni.
Sebbene l’Argentina è il Paese più italiano diciamo dopo l’Italia, per quantità d’italiani o discendenti, secondo me è retrocessa.

D - Qual`è il suo rapporto con la Regione Lombardia?
R - I primi rapporti con la Lombardia sono stati maggiormente sportivi cioè il mio cuore batte molto forte sia per la Ferrari che per il Milan.
Qualche anno fa, indagando sugli avi, ho contattato il caro amico bergamasco -Gabriele Previtali- Direttore del periodico “Il Giornale dell’Isola”. Con lui ho iniziato –nel 2001- i primi lavori giornalistici in italiano.
Però, il rapporto più forte ed organico con la Lombardia l’ho avuto grazie alla visita di un altro caro amico, Daniele Marconcini, presidente dell’Associazione Mantovani nel Mondo. In quel momento, ero alla Società Italiana ed aveva bisogno di un “cicerone” durante il suo percorso rafaelino. Io lo accompagnai volentieri e gli feci pure da interprete improvvisato.
Dopodichè Daniele mi costrinse a partecipare al Concorso Letterario Internazionale ENEA 2003. Il mio saggio, intitolato “Diario di Bordo”, venne sorprendentemente segnalato dalla notissima giuria dell’evento. E’ stato un grande onore per me, non lo dimenticherò mai.
Ancora una volta vengo scelto da Marconcini per fare il Corso di Dirigenti di Volontariato finanziato dalle Regione e organizzato a Mantova nel 2004. A quell’epoca io non rappresentavo nessuna Associazione e lui fece una grossa scommessa su di me inserendomi in uno staff internazionale così importante come il Portale Giornalistico Lombardi nel Mondo.
Da quel momento ho collaborato costantemente sia per realizzarlo che per consolidarlo. Per fortuna ce l’abbiamo fatta, ho pubblicato complessivamente circa 600 articoli ed il Portale è visitato giornalmente da migliaia di utenti da tutte le parti del mondo.

D - Qual`è il suo rapporto con la lingua italiana? E la cultura italiana?
R - Come ho già detto, la lingua non l’ho mai imparata a scuola ma da piccolo, 6 o 7 anni, a casa accanto allo ziononno Felice. Da quando lui mancò, nel ’69, avevo smesso di parlarla. Poi mi ero tuffato nell’ inglese, non so perchè.
Alla fine dgli anni’80 io e mia moglie avevamo collaborato con la traduzione di testi italiani per un saggio sulla presenza della Massoneria a Rafaela, scritto da un professore amico.
Poi nel ’97, prima di andare per la prima volta in Italia, ci siamo messi a ripassare un po’ da soli. Quando eravamo già in Italia ciò che aveva seminato Felice maturò ed io cominciai a parlare in italiano. Poi mia moglie frequentò la Dante Alighieri e mi aiutò moltissimo a perfezionare la grammatica italiana e l’italiano scritto.
La cultura italiana espressa dalla musica, l’architettura, la letteratura, la cucina e lo sport mi è stata sempre molto vicina, dentro.
Io credo che per ottenere la doppia cittadinanza -con i diritti a tutti gli effetti- sia obbligatorio una conoscenza della lingua, la cultura, la storia e la geografia italiana.

D - Ha visitato recentemente l’ Italia?
R - L’ultima volta che sono andato in Italia è stata nel 2004, invitato da Daniele Marconcini. Poi si è fatto più difficile ritornare nel Bel Paese. L’Italia dovrebbe promuovere una politica che faciliti ai discendenti visitare l’ Italia.

D - Ci parli di Lei: storie, racconti o aneddoti che vuole condividere con noi.
R - E’ difficile parlare di noi stessi, dovrebbero farlo gli altri. Comunque, Gianni Nazzaro canta una bella canzone, “A modo mio” e credo di rispecchiarmi nelle parole.
Nella mia vita ho fatto un po’ di tutto... forse per essere figlio unico e perciò troppo coccolato da mamma e da papà nonchè dal mio caro Felice.
Quando avevo 6 anni facevo equitazione con un cavallo da salto chiamato “Pichè”, alla stessa età cominciai a studiare il pianoforte come già detto. Ai sedici facevo il cameriere in una trattoria di Mar del Plata di cui mio padre era socio: La Più Bella era il nome del ristorante, immaginatevi!
Nel ’69, facevo parte di un complesso con cui facevamo musica Rock & Pop e partecipammo ad un concorso nazionale, classificati al terzo posto. L’anno dopo m’iscrissi all’Università di Cordoba fino ad ottenere la laurea in Architettura nel ’76. Nel frattempo facevo politica universitaria, schierato nel Peronismo giovanile. Nel ’72 e nel ’73 sono andato a ricevere l’esule Peron nel suo ritorno al Paese. Già laureato nel ’77 sposai una bella piemontesina: Ani Strada Lanzetti. In seguito vennero i nostri tre gioielli, Luciano (30), Nicolas (29) e Jorge Luis (25).
A parte la mia professione, che esercito da 30 anni, mi sono sempre piaciute la docenza e la politica per cui, dal 1978, sono professore presso la Scuola Tecnica e dal 2004 presso l’Università. Nel ’91, Assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Rafaela e nel ’98 Segretario del Consiglio Comunale. Vicepresidente della Mutua Professionale per 10 anni e funzionario dell’Albo degli architetti della Provincia di Santa Fe, Vicepresidente della Società Italiana “Vittorio Emanuele II” di Rafaela.
Dall’avventura letteraria del 2003 a Mantova mi sono messo a scrivere prevalentemente racconti e saggi sull’emigrazione, partendo dalla mia ricerca famigliare, ma non solo.
Nel 2008, fu pubblicato il mio primo libro sull’architettura delle chiese di Rafaela promosso dal vescovado. Quest’anno ne uscirà un altro intitolato “I segreti della Cattedrale”: racconto storico-architettonico sulla Chiesa San Rafael.
Insomma...non sono stato un santo e lo sa pure Dio, ma ho sempre fatto tutto a modo mio...non è vero!?
Aneddoti? Ne ho tanti, mi viene in mente quel giorno del ’97 in cui andai a trovare i miei cari in Puglia. Io ed Ani eravamo a Roma e avevamo preso il Pendolino dalla Stazione Termini a Bari Centrale.

Devo dire che, poco prima di partire per l’Italia, avevo saputo che mio cugino Angelo era parrucchiere a Castellana Grotte e benché gli avessi inviato una mia fotografia per posta non lo conoscevo. Quando il treno si fermò a Bari, la stazione era talmente gremita di gente che sarebbe stato difficile trovarci. Siamo scesi, intanto io cercavo, ansioso, tra la folla. Vidi uno, aveva un atteggiamento molto famigliare per me e quando lo vidi camminare vidi in lui mio padre...e corsi verso di lui. Infatti era proprio Angelo... erano talmente simili le caratteristiche, non solo nei gesti, ma anche la voce assomigliava molto a quella di mio padre, incredibile ma vero. Mi chiese dove volevo andare e gli dissi: "Portatemi al cimitero...voglio visitare i miei cari scomparsi... e poi dove volete voi". Sono tornato a casa e volevo sapere tutto della famiglia lontana. Quei pochi giorni non li dimenticherò mai e li porterò con me fino all’ultimo sospiro.

Patrizia Marcheselli - http://patriziamarcheselli.blogspot.com/
Portale Lombardi nel Mondo

A LAMENTARTI...DA CADORNA!

Questo è un modo di dire molto usato abitualmente dagli argentini, in particolare i porteños. Ma a quale Cadorna si fa riferimento?
Certo che essendo circa 4.000.000 gli italiani con i diritti acquisiti, ci saranno in tanti a saperlo, ci ho pensato.
Io, che ho studiato la storia militare in genere, specie la Grande Guerra per la partecipazione di mio prozio Felice, ho letto sul ruolo compiuto dal Generalissimo Conte piemontese, e Maresciallo d’Italia, Luigi Cadorna, Capo del Comando Supremo che comandò le forze italiane contro l’Austria-Ungheria dall’inizio del conflitto -24 maggio 1915- fino alla sconfitta italiana di Caporetto dell’ottobre 1917. Dopodichè fu sostituito dal Generale napoletano, Armando Diaz, che portò l’Italia alla vittoria dell’ottobre 1918.
Mi sono rivolto, ancora una volta, alla storia italiana per indagare di più ed ho trovato un tale Carlo Cadorna (nato a Pallanza l’8 dicembre 1809 e morto a Roma il 2 dicembre 1891) politico, laureato in legge, Giudice aggiunto, Ministro, Presidente della Camera dei Deputati del Regno di Sardegna, Senatore, Prefetto di Torino e Ambasciatore a Londra. Semplicemente impressionante.
Poi un militare, il Conte Raffaele Cadorna Sr. (nato a Milano il 9 febbraio 1815 e morto a Torino il 6 febbraio 1897) fratello di Carlo, Generale e Politico. Notevole.
In seguito il figlio di Raffaele, Luigi Cadorna (nato a Pallanza il 4 settembre 1850 e morto a Bordighera il 21 dicembre 1928) di cui già abbiamo parlato all’inizio.
In fine c’era il figlio di Luigi, Raffaele Cadorna Jr. (nato a Verbania Pallanza il 12 settembre 1889 e morto a Verbania Pallanza il 20 dicembre 1973) militare durante la Seconda Guerra Mondiale e politico decorato dagli Stati Uniti con la Bronze Star Medal...! Mamma mia!
Mi sono venute in mente la stazione della metropolitana di Milano nonchè le importanti vie di ogni città d’Italia che portano questo nome. Le ho scartate.
Indagando sulle feste che festeggiavano gli italiani recati in Argentina nel XIX secolo, ho appreso che loro festeggiavano anzichè il 25 maggio, la presa di Roma e l’annessione di essa all’Italia. E chi comandava le forze che arrivarono alla Breccia di Porta Pia quel 20 settembre 1870? Esatto, il Conte Raffaele Cadorna, che contava tra i suoi Generali più noti Giuseppe Garibaldi, che pochi anni prima aveva pure combattuto nel Rio de la Plata contro le forze di Uribe e Rosas! E qui gli italiani garibaldini facevano festa per tre giorni ricordando quel Generale Cadorna... eroe dell’unità d’Italia!
Ce l’ho fatta! Mi sono detto. Ecco il palese testimone di come sia entrato nella storia argentina questo modo di dire scherzoso e assai ripettuto.
Ma...se non siete d’accordo, mi raccomando a lamentarVi... da Cadorna!

ROSARIO, LA “CHICAGO ARGENTINA”

Mentre a Chicago c'era il capo di tutti i capi mafiosi, Alfonso Capone, detto "scarface", qui invece c’eravamo un tale Giovanni Galiffi, detto "Ciccio Grande", di origine siciliana, recato in Argentina nel 1910 a 18 anni e radicatosi a Galvez, Provincia di Santa Fe.
La storia di questo Al Capone argentino è molto particolare perchè sebbene fu spesso accusato d’assassinio, scommesse, truffe e sequestro di persone, tra l’altro, non fu mai dimostrato nulla.
Cominciò come si dice dalla gavetta, da semplice operaio diventa parrucchiere, poi barista e falegname. In seguito comprò case e vigneti a Mendoza e San Juan e cavalli da corsa.
Dicono che questo ruolo d’imprenditore di successo era solo la facciata dietro la quale funzionava un impero mafioso di grande portata: l’Onorevole Società.
A questa organizzazione gli vennero attribuiti sia il sequestro che l’omicidio dello studente Abel Ayerza e di Silvio Alzogaray, giornalista del Crítica.
Ma la comparsa di Francesco Morrone, detto Alí Ben Amar el Sharpe o Ciccio Piccolo, fece tremare la struttura di Galiffi. Però a Rosario non poteva che esistere un solo "capo di tutti i capi".
Infatti, nel 1933, Morrone moriva impiccato dagli uomini di Don Galiffi. Dopodichè Ciccio Grande si consegnò all’autorità poliziale dicendo di essere stato vittima di falsità.
Senza prove contro di lui fu deportato in Italia nel 1935, già rientrato in Patria, fece stretta amicizia con Benito Mussolini.
Morì nel ‘43, in piena II Guerra Mondiale, durante un bombardamento alleato su Milano, ma non colpito dalle bombe ma da un infarto cardiaco nel suo letto.
Qui si dice spesso: morto il cane, finita la rabbia, però nessuno se ne accorse che il problema non era proprio un cane ma...una gatta!
Agata Cruz Galiffi, figlia di Don Ciccio Grande, sarebbe stata la protagonista del seguito di questa storia. La ragazza di occhi verdi, cappelli bruni e bella figura, portava senz’altro il DNA di suo padre che ammirava tanto.
Agata, detta la gatta, era cresciuta tra la prostituzione, i sequestri, l’assassinio e gli scontri di potere tra i capi mafiosi.
Lei si era accorta che tutto cominciò a crollare dal momento in cui Natalio Botana, proprietario del Giornale Critica, aveva proposto a suo padre un accordo che egli non accettò.
Da quel momento, le prime pagine del Critica non parlavano d’altro che di Don Ciccio Grande e delle operazioni portate avanti dall’Onorevole Società.
"La Gatta" Galiffi, accompagnata d’Arturo Pláceres, si propose di riorganizzare la Società creata da suo padre.
Aveva solo 23 anni quando nel 1938 venne presa, assieme al compagno, sotto accusa di una sparatoria –più degna della Chicago di Elliot Ness- e falsificazione di denaro. Nonostante ciò riuscirono a scappare a fuoco e piombo lasciando dietro di loro due poliziotti morti.
Tutti e due vennero nuovamente catturati il 23 maggio 1939 ed inviati a Tucumán. Ad Agata Galiffi diedero una condanna di 10 anni.
Pagato il debito con la società tornò a Rosario per poi trasferirsi a San Juan, dove i Galiffi avevano una bottega.
Nel 1972 fu scoperta dal giornalista di una rivista, faceva una vita pulita, da grande donna, proprietaria di un bel negozio di calzature.
La chiamavano "la Nena" o semplicemente signora –non più "la gatta"- e solo si parlava meraviglie su di lei.
Di quegli anni di avventura solo conservava un medaglione al collo con la foto di suo padre che aveva tanto amato.

FIUME ROSSO

Dedicato con affetto ai miei prozii Angelo e Felice Garrappa, due miei eroi della Grande Guerra

“Signor Presidente, Autorità Religiose, Civili e Militari:
Dal 23 giugno al 4 luglio del 1915, per salire il declivio dove sorge il Sacrario di Redipuglia, si sacrificarono i fanti delle Brigate “Cagliari” e “Savona”, sino a conquistare la quota 89 del Monte Sei Busi, perdendo 3.500 uomini, tra morti, feriti e dispersi, sui circa 9.000 impegnati nell’azione con l’attribuzione delle prime due medaglie d’oro della Grande Guerra al Sergente del Genio Giovanni Rossi ed al Fante Giulio Zanon, caduti eroicamente dove oggi è collocato l’osservatorio sulla sommità del monte.
Era la prima delle undici offensive dell’Isonzo, per affacciarsi sull’altipiano verso la “Santa Gorizia”, il San Michele, il Sabotino, il Monte Santo, nomi familiari agli italiani come più tardi quelli del Piave, di Vittorio Veneto, del Grappa, del Montello.
Ma prima dei ragazzi del ’99, che riscattarono la sconfitta di Caporetto, centinaia di migliaia di Fanti, Bersaglieri, Alpini, Artiglieri, avevano sofferto nel 1915, nel 1916 e nel 1917 in località sconosciute ai più ma non ai combattenti: Nad Logem, Hudi Log, Nova Vas, Veliky Hribach, Fayti, Pecinka, Castagnevizza, il Carso dimenticato fatto di brulle e tristi colline sassose, con migliaia di caduti per conquistare pochi metri di terreno, attorno a capisaldi maledetti e rimaledetti nella loro lugubre fama in un territorio lunare ed ostile, dove niente e nessuno ricordava la Patria ed i motivi per i quali si stava combattendo.
Ma fu proprio grazie al sacrificio di chi combatté e morì nelle undici battaglie dell’Isonzo, che nel 1918 si poté portare al collasso l’esercito nemico, sfibrato e logorato da 41 mesi di durissima lotta…
Voglio ripetere qui le parole dette tanti anni fa su Redipuglia da un grande combattente e scrittore, Paolo Caccia Dominioni:
…Si saliva il bastione, maledetto dai fanti, si sbucava sull’altipiano, deserto ondulato di pietra dove nasceva il raccapriccio, nel fetore del dissolvimento e nell’agguato della morte…
Per popolare Redipuglia si vuotarono intere aule universitarie, e furono mietute, come sconfinati campi di grano, falangi di contadini. Per nominare soltanto le due categorie più provate".
Il Sacrario di Redipuglia nacque dalla pietà che i vivi devono ai morti. Monumento di alta civiltà spuntato dalla barbarie della guerra. Costruito ad immagine del Calvario su quella stessa terra che fu il Golgota per migliaia e migliaia di vite. Il sacrario con i morti che custodisce resta perenne richiamo alla coscienza dei vivi.
Quando ormai quasi nessuno parla di Patria, qui continuano ad incontrarsi migliaia di italiani. Il muto appello di Redipuglia è raccolto ogni anno senza defezioni. Per alcuni arrivarvi è un’impresa fatta di estenuanti viaggi.
“Ogni parola qui deve essere soppesata e misurata, perché ai morti non si mente". Il pellegrinaggio non si è mai fermato, anche se ormai pochissimi sono gli ex combattenti della 15/18 e pochi i figli di chi scomparve in quella guerra, molti dei quali ogni anno, a cominciare dagli anni ’20, non hanno mai rinunciato ad essere presenti il 4 novembre per ricordare il papà mai conosciuto.
Noi abbiamo un dovere morale da adempiere: non dimenticare, non dimenticare mai ciascuno di questa moltitudine di ragazzi e di uomini la cui vita si è spezzata un giorno di tanti anni fa. Ricordare il loro sacrificio, le incredibili condizioni in cui si trovarono ad operare, il terrore dell’assalto sotto il fuoco nemico, gli stati d’animo che soldati poeti, come Ungaretti, ci hanno lasciato con versi indimenticabili: “soldati, si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, fratelli, di che reggimento siete?, voce tremante nella notte”, in cui si esaltavano anche lo spirito di fraternità e di solidarietà, ancora scolpito in migliaia di graffiti rimasti come testimonianza tra trincee, camminamenti e doline…”

Il discorso del vecchio reduce del massacro dell’Isonzo, veniva ricorrentemente interrotto dall’applauso della folla che gremiva il Monte Sant’Elia.
Felice sentiva ancora una profonda tristezza nel ricordare suo fratello, morto nel fior della vita.
Con lentezza si voltò a guardare, ancora una volta, quel fiume che scorreva laggiù.
Il sole gli strappava delle bellissime sfumature azzurre, verdi, rosse...
Snodò il suo fazzoleto da collo con cui asciugò qualche lacrima randagia che gli si sfuggiva dagli occhi.
Sul centro della stoffa, ormai ingiallita, rivide quella mappa dell’Italia, incorniciata al rosso con gli stemmi provinciali e, ad ogni angolo, le arme del Regno d’Italia, Roma, Trento e Trieste...poi, il suo sguardo andò a fissarsi su quello che c’era scritto li:

ITALIA-REDENTA ED UNA-PER VALORE DEI SUOI SOLDATI-3 NOVEMBRE 1918

- Carissimo fratello... -mormorò- riposati in pace...il tuo sacrificio non è stato invano...!
Se ne andò lentamente, dalla spianata lastricata, mentre le ultime parole del vecchio reduce venivano ancora incoronate dall’applauso sostenuto della multitudine riunita.

Dall’interno della sartoria, il ragazzo di bassa statura, cappelli neri ed occhi castani, guardava la gente che, a quell’ora, camminava per la strada.
Ricorrentemente gli veniva in mente il suo paese natio con i suoi dirupi scuri e foracchiati dal secolare viavai del Mare Adriatico.
Spesso gli mancavano quei giorni passati a Polignano ma, il peggio di tutto era che non sapeva bene quando sarebbe tornato laggiù. Forse quando il padrone decidesse traslocare suo padre ad un altro posto della Puglia.
Ma la sua preoccupazione non era proprio quella, ma la prossima leva. Il 6 giugno 1913 aveva compiuto i 18 anni e forti venti di guerra soffiavano dappertutto in Europa.
Pensava proprio a quello quando, il postino, appoggiò la vecchia bicicletta “Bianchi” sul muro della sartoria e buttò all’indietro il copricapo.
Un forte brivido gli percorse la schiena quando lo vide strarre, dal fondo della borsa di cuoio, una busta che poco dopo gli verrebbe consegnata in mano.
Inalo profondo e poi l’aprì con un sospiro di rasegnazione...niente da fare, tra poco doveva fare il militare.
Andò a informare il padrone che, in quel momento, faceva la cucitura di un completo nero su misura.
Costante Giacobino, con al collo il solito centimetro di tela cerata, lo guardò negli occhi con curiosità e un po' di preoccupazione.
- Che c’è Angelino?
Con il volto impallidito e la mano ancora tremante, gli consegño l’avviso.
- Allora...meglio te ne vai, comunque c’è poco da fare qui oggi...ci vediamo domani.

Il 28 giugno 1914, Angelo c’era in caserma e quella brutta notizia cadeva come una bomba: l’Archiduca dell’Austria e la moglie erano stati uccisi a Sarajevo...da uno studente servo, dicevano.
La reazione dell’Impero Austro-Ungarico non si fece aspettare di molto. Infatti il 18 novembre dichiarava la guerra alla Serbia.
Angelo intanto, finiva il suo periodo d’istruzione e gli veniva concesso il “Congedo Illimitato”.
Nel tardo pomeriggio scese dal treno fra una fitta nuvola di fumo bianco. Con la borsa in bandoliera infilò a casa. Giunto al n° 5 del Corso San Vito, si voltò con lentezza a guardare lungo tutta la strada, poi espinse il battente della porta che cigolo lievemente.
Il bastardino di casa abbaiò due volte e gli venne incontro proprio come un lampo. Buttò per terra il bagaglio e lo coccolò con tenerezza mentre il cagniolino si contorceva impazzito con le zampe all’insu.
- Ciao carino...come stai...lo sai che mi hai mancato moltissimo pure te...
Un’ombra sul pavimento pulito gli fece alzare gli occhi...la mamma e la nonna vi erano davanti a lui con delle lacrime solcandole le loro guancie.
- Fighiu miu...sei tornato...la Madonna della Vetrana c'ha ascoltati...!
A tutt’e due abbracciò e baciò più di cento volte, sapeva bene che si sarebbe fermato per poco tempo. Poi andò a ritrovare Lellina, Anna e la piccola Ida che piangeva di gioia ed emozione.
Poi arrivarono Vito e “Peppino” e più tardi suo padre Agnello e suo fratello Felice che faceva da scalpellino. Tutti e tre si fusero in un strettissimo abbraccio. Dopo cena dovette raccontare loro le sue avventure visute in caserma fino a notte inoltrata.
Benchè i giorni passavano pressochè normalmente, l’Alleanza firmata con la Germania e con l’Austria, crollava inesorabilmente e la entrata in guerra dell’Italia sembrava inevitabile.
L’estate e l’autunno passarono di corsa, arrivò pure l’inverno e con se l’ultimo Santo Natale di pace.
Le speranze scadevano 13 gennaio 1915, perche Angelo veniva ancora ingaggiato e destinato al 7mo. Reggimento Fantería della Brigata ”Cuneo”.
Il 23 maggio del ’15, l’Italia dichiarava la guerra all’Austria-Ungheria e all’indomani cominciavano le prime operazioni militari su di un lungo fronte che scorreva dal Passo Stelvio al Mare Adriatico.
I primi giorni sembravano proprio la “passeggiata” che si augurava il Cadorna e quel primo balzo risultava talmente semplice che rapidamente furono conquistate la conca di Caporetto, la dorsale tra l’Isonzo e lo Judrio e la pianura friulana.
Ma poco dopo si scoprirebbe che la “ritirata” degli austriaci, oltre il Fiume Isonzo, solo faceva parte di una intelligente strategia per difendersi meglio dagli attacchi italiani.
Malgrado ciò, il 21 giugno, la 2da. Armata attaccava il campo trincerato di Gorizia sulla margine destra dell’Isonzo mentre la 3za., con a capo il Duca d’Aosta, tentava di progredire sul Carso fra le località di Sagrado e Monfalcone.
Cosi cominciava il macello delle Brigate “Cagliari” e “Savona” che venivano letteralmente "cancellate" nel manco tentativo di conquistare le varie quote nei pressi di Redipuglia.

Correva l’undicesimo giorno di luglio ed avendo dimenticato che “il superiore ha sempre ragione, specie quando ha torto”, Angelo si guadagnava il Tribunale Militare di Milano e spettavasi una dura punizione per insubordinazione.
Appena ripresa l’offensiva italiana, la Divisione Territoriale di Milano, gli faceva sapere il suo nuovo destino: 3za. Compagnia, 15mo. Reggimento Fanteria, Brigata “Savona”...tutto detto...!
Qualcuno, al suo posto, avrebbe preferito mille volte andare a finire in galera anzichè far parte di quella disanguata unità, ora in forza al Xmo. Corpo d’Armata, che doveva rafforzare il maledetto triangolo tra Redipuglia, Doberdo e Monfalcone.
- Come mai non ho taciuto quel giorno...ma’naggia...mo m’aspetta il fronte della morte... Si rimproverò con fastidio e amarezza.

Nell’estate, giunse in treno con le truppe di rincalzo, alla “Testa di Ponte” di Sagrado e nell’attraversare quel ponte di barche potè aprezzare, per la prima volta, le belle sfumature azzurro-verdi dell’Isonzo. Già sull’altra sponda, salirono su di un camion che li porterebbe proprio nel fronte della battaglia.
A poco di andare si trovarono con una colonna di veri scheletri umani che tornavano stanchi e ricoperti di fango dall’altopiano carsico. Sui loro volti sporchi si intravedeva una forte sensazione di smarrimento ed abbandono...
Si spaventò, però l’urlo del sottotenente Petrelli, lo strappò violentamente dai suoi pensieri.
Ci siamo soldatini!...quest’è l’ultima fermata e ricordatevi: non mollare fino a Trieste...!
Scesero su di una spianata acerchiata da muretti di roccia bianca e baraccamenti che servivano da ospedale, cucina e magazzini da campagna della Divisione.
Al centro c’era un cumulo di pietre con una croce sopra, alta circa 4 metri, con l’immagine del Gesù scolpita.
Dirimpetto all’ospedale, distesa sul terreno e verniciata al rosso, c’era un’altra croce ma solo visibile da un aereo.
Tra i due baraccamenti di sinistra c’era l’imbocco del caminamento della trincea che, in avanti, farebbe parte della vita quotidiana.
Più in la, un paesaggio quasi “lunare”, si estendeva come un mare ondeggiante di roccia che si mangiava gli stivali ed esauriva le scarse forze umane.
C’erano nel cuore stesso del Carso.
Il rombo dei proiettili d’artiglieria ed il balbettamento delle mitragliatrici facevano un fantastico contrapunto di fuoco e piombo.
Ad uno ad uno, il caminamento gli ingoiò tutti come una boa sdraiata su quella dolina puzzolente di morte ed orina e non era proprio il caso di vomitare ma di abituarsi al più presto possibile.
Quest’era la guerra vera.
Salvatore Mariucci, un ragazzo di Costacciaro, precedeva Angelo nella fila indiana.
- Salvato...da quando sei qui? - gli sussurrò all’orecchio.
- Dal 1° luglio...arrivai coi ragazzi della “Cagliari”...ci siamo battuti spaventosamente per superare la resistenza austriaca ma non ce l’abbiamo fatta...!
- Altro che “Passeggiata”...altro che guerra “alla garibaldina”... tutte stronzate!...accenò Angelo ed alzando un po’ la testa diede un’occhiata alle postazioni nemiche.
- Moriranno ancora in tanti se l’artiglieria non fa il suo compito presto e bene. Dice Salvatore.

Il dialogo viene interrotto dal passaparola
- La testa giù...i cecchini tedeschi sono bravissimi con il “Mannlicher”...
Con intermittenza taccevano i cannoni e le mitragliatrici ma gli uditi rimanevano ancora rombando almeno per un quarto d’ora.
L’arrivo dei rincalzi, alla “Dolina dei 500” sul Monte Sei Busi, continuò ancora per due giorni prima di scattare l’attacco contro i bastioni del Monte Quercetto, detto Monte Hermada.

Alle sei del mattino, il tambureggiamento dei grossi cannoni del III°. Reggimento di Artigliería da Campagna, colpiva curatamente le postazioni austriache sulla sommità del Monte Hermada.
Il martellamento andò in calo finchè il 136° reggimento sferrò l’attacco, alla baionetta, sotto una grandinata dei letali “shrapnell”...la pioggia di fuoco e piombo cadeva anche sulle retrovie e sul fiume sollevando altissime colonne d’acqua.
I fanti dei reggimenti 15mo. e 16mo., della “Savona”, cercavano di ripararsi in attesa dell’ordine di appoggiare la “Campania”, lanciata all’attacco.
- Compagni pregate perche al più presto ci diano gli elmetti promessi, altrimenti non ce la faremo! - Disse Angelo.
- Qualcuno mi ha detto che stanno per arrivare dalla Francia...sul fronte occidentale già gli usano da quasi un anno... - rispose Salvatore.
I cannoni nemici continuavano ad urlare quando il contrattacco viene lanciato con l'appoggio della 2° Battería del Capitano Leopardi. Per fortuna, la loro precisione obbligava l’avversario ad arretrarsi di un bel po’.
Dopo quella prima corsa Angelo cerca Salvatore.
Tornando sui suoi passi, finalmente lo vide...vi era li...fermo, col capo strozzato in mezzo un bozzo di sangue. Disperato sollevò il camerata portandolo di corsa in retroguardia.
- Queste ferite di “shrapnell” sono il peggio di tutto perche le pallotole rimangono all’interno del cranio ed è molto difficile strarle...mi dispiace - Disse il chirurgo, davanti il corpo inerte dello sciagurato fante.
- Salvato...se ne’andò molto presto...e tutti noi gli raggiungeremo forse oggi oppure domani...
Con gli occhi ancora umidi e un nodo alla gola uscì per cercare un’angolo tranquillo per ripararsi della pioggia, ora più pertinace del fuoco dell’artiglieria austriaca.
- Mentre soffia lo scirocco non farà bel tempo - Disse e seduto si addormentò.

Fra continui attacchi e contrattacchi, il 3 settembre, arrivò un Generale francese: Joffre. Dicevano per trovare il Cadorna e farsi un'idea dal vivo sulla situazione nel fronte italiano.
All’indomani si recò a Monfalcone e, assieme al Duca d'Aosta, visitò diversi punti della difesa verso gli avamposti. Quella domenica, tutti assistettero alla messa del soldato celebrata da Don Semeria.
- Beati noi...per averne questo francese...almeno abbiamo mangiato più del consueto...

Allo spuntare l’alba dell’8 ottobre una nuova battaglia stava per iniziare e il 15mo. Reggimento stavolta doveva aprire un varco nelle postazioni nemiche... fino al ultimo sangue se necessario.
- Ave o maria...piena di grazia...il signore è con te...tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del ventre tuo, Gesù....
La preghiera venne interrotta dal subito silenzio dei cannoni...allora, la voce del sottotenente Petrelli bramò ancora una volta:
- Avanti soldati!...la battaglia è nostra!...Evviva L’Italia!...
Una dopo l’altra, ondate di soldati uscivano urlando dalle trincee per salire quel declivio sotto l’insidioso fuoco delle mitragliatrici “Schwarzlose” che segavano la carne giovane come una immensa falce.
In pochi minuti il suolo rimase tappezzato di corpi gementi, spezzati...Angelo si buttò per terra cercando invano qualcuno vivo intorno lui.
Nessuno sembrava di essere a vita in mezzo quell’inferno dantesco, puzzolente di fango, sangue e morte...
- Mi manca qualche decina di metri per raggiungere quella trincea...Si asciugò le mani per stringere il fucile più forte ancora.
La cartuccia servita salto dalla retrocamera, spinse il catenaccio e innastò la baionetta per poi uscire dal pozzo sparando e cercando di non ciampicare con i resti umani sparsi dovunque.
Lassù scintillavano le bombarde...i reticolati, postati sulla sommità del monte, si ritagliavano contro il cielo illuminato dalle granate di grosso calibro.
- Sono ormai più vicino....forse ce la possa fare...ma che cavolo!...sono i miei camerate!...vi erano spariti tra il fumo e la fitta nebbia...!
A destra e sinistra, ora centinaia di soldati in divisa grigioverdi, rettavano verso l’anelata quota 89, difesa con unghie e denti dal feroce nemico.
Le voci gutturali degli accaniti difensori si sentivano sempre più chiaramente...senza pensare troppo ed a cuore battente si tuffò nella trincea della prima linea...per sua fortuna vi erano tutti morti ma un rombo crescente gli preannunciò ol scoppio vicino.
- Santa Maria...madre di Dio...prega per noi peccatori...adesso e nell’ora della nostra morte...amen... Tirò fuori un respiro di sollievo - Un’altra che non mi tocca....grazie Dio benedetto....
Ad intervalli regolari il suolo tremava e tutta sorta di frantumi e sassi gli cadevano adosso. Rimase fermo...teso...stringendo forte l’abitino della Madonnina come aveva promesso a sua mamma.
- Non potrei arretrare anche se volessi farlo...sarei un’uomo morto... -La minaccia di decimazione per mancato obbiettivo, gli girava in mente - Io non sono un disertore, preferirei morire in combattimento anzichè dal piombo di un plottone di fucilazione...a che distanza ci sarà quella maledetta mitragliatrice...venti...trenta metri?...pare tanto vicina invece è cosi lontana...potrei buttare una bomba a mano... -Pensava proprio a quello quando il fuoco andò in calo...da entrambe le due parti...!
- Che cavolo successe...?!...Il fuoco ha cessato...s’arrendono o ci arrendiamo noi...? Solo qualche sporadica bombarda illuminava il paesaggio lunare del Carso.
Il fumo e l’odore acre della polvere gli si metteva nelle fosse nassali già troppo irritate. Sentiva ancora fluire l’adrenalina a cantilene. L’esitazione gli aveva fatto persino dimenticare la fame e la sete che aveva.
- Quanti in più dovranno morire ancora?...solo il buon Dio lo saprà...spero di non essere nel suo odierno elenco... - Si mosse lentamente cercando la sua borraccia...un sapore dolce in bocca gli fa capire che le labbra erano insanguinate...spaccate forse per i nervi...oppure per la paura...?
- Per che no?...la paura è umana...e ce l’avranno pure loro... Come un balsamo, il liquido trasparente gli scorse per la gola. Una voce, partita dalla trincea nemica, in uno schietto italiano lo rimase paralizzato.
- Venite a raccogliere i vostri!... Non sono tutti morti!...sono soltanto feriti!... Dopo qualche momento di silenzio e stupefazione qualcuno rispose.
- Se siete italiani anche voi, perche ci combattete?...venite pure con noi...!
- Cosa importa adesso...ci vuole raccogliere i feriti....no? risposse la stessa voce.
- Tu chi sei?... domanda Angelo.
- Antonio...e tu...?
- Sono Angelo...ma dimmi, una sigaretta... per caso c’è l’hai...?
- Certo,...se tu avessi qualche cosa da mangiare a cambio...
fu la risposta seguita da una risata giovanile.
- C’ho solo un po di pane...e dell’acqua...
- Allora ...va bene per me!...

Dopo attendere per un tratto qualcuno alzò la testa e gridò.
- Avanti...senza sparare!...
Dalla trincea opposta si alzarono mani senz’armi...Angelo ne vide uno, con le sopracciglia abbondanti, indirizzarsi verso di lui con un pacchetto di sigarette in mano.
- Le sigarette ...tieni pure...per te sono...
Allora tolse il pezzo di pane avvicinandolo al soldato che si mise a mangiare a scquarciarelle come un morto di fame.
- Mangia piano e bevi qualche sorso d’acqua o ti sentirai male” gli offre la sua borraccia.
Per caso...eri tu a servire quella mitragliatrice?

- No, io solo faccio da “staffetta” cioè cavalco portando gli ordini e le notizie da un punto all'altro del fronte. Purtroppo mio cavallo venne ucciso proprio nei pressi del nido a cui fai riferimento e mi sono riparato li vicino...
- Ho capito...siamo stati fortunati tutti e due...” il soldato aprì gli occhi ed Angelo continuo a dire 
- Dimmi... come mai essendo pure italiano combatti contro di noi?
- Siamo sudditi dell’Imperatore...e la mia famiglia non vuole più appartenere al Regno d’Italia... risposse.
- Di dove sei...?
- Sono istriano...di Buje...ma se riuscisse a scappare da questo inferno me ne andrei di corsa in sudamerica...e tu cosa faresti?...
- Io sono un povero sarto del mezzogiorno e ci sto a difendere la Patria anzichè a “sua maestà”...
Il dialogo viene interrotto dall’ordine di raccogliere i prigionieri, morti e feriti e ritirarsi mentre la cessazione del fuoco fosse ancora in vigore.
- Addio Antonio...in bocca al lupo...
- Arrivederci!...buona fortuna anche a te...ti ricorderò sempre...

Tra il fumo ed il rumore di esplossioni lontane, migliaia di uomini stanchi, sporchi e bagnate, scendevano la collina portando con se loro camerati feriti o moribondi.
L’accampamento sembrava un’ospedale da campagna. Uomini spezzati, a cui le bendature impedivano individuare, si ammucchiavano dovunque.
Egli si sentiva esaurito percui andò verso la sponda del fiume. S’inchinò rimanendo immobile...un forte brivido gli percorse la schiena...tremava.
Le acque dell’Isonzo scorrevano colorate di rosso...dal sangue dei soldati morti più in la...
- Oh mio Dio...da dove viene questo sangue...da Sagrado...da Gradisca...sara possibile...? -Le lacrime versarono le sue palpebre solcandole il volto.
Il tramonto diede passo al buio...però l’artiglieria nemica ogni tanto rincominciava il solito compito e la risposta dei cannoni italiani faceva elettrizzare. Malgrado ciò feriti a centinaia continuavano ad arrivare al vivacco.
La temperatura calava in fretta e non si riprendeva della dantesca visione quando arrivò il rancio caldo.
- Finalmente!...qualcosa di caldo da mettere sotto i denti...
Si sentì un po meglio allora tolse una sigaretta tedesca mentre cercava un posto dove fumare tranquillo. Tra la bocconata di fumo vide un’altro giovanotto che lo gardava fisso negli occhi e verso di lui s’indirizzò...diede un’occhiata sul gallone di seta bianca con la stella ed il bottone argentato sulla stricia nera e gli disse:
- Brigata “Savona” vero?...ma non t’ho mai visto, come ti chiami?
- Salvatore...Moncada Salvatore...16mo. Reggimento...
- Salvato...?
Lo guardo fisso negli occhi.
- Si...perche?...cosa succede?... Gli domandò sorpresso il giovane.
- Poco fa ho perso un amico che si chiamava proprio come te...scusa...sono Angelo, 3za. Compagnia, 15mo. Reggimento...ne vuoi una sigaretta tedesca?...
- Va bene, grazie...io sono canicattese e arrivai sul fronte il 24 Maggio...
- E ti pare che sia passata un’eternità, vero?...Queste sigarette me le ha dato Antonio...credo sia andato a finire in prigionia nelle nostre retroguardie, non lo so di preciso.
Tiro fuori un’altra bocconata di fumo e sentenziò - Rallegrati di essere ancora vivo mio caro compagno...hai già visto come scorrono le acque del fiume?!...
Salvatore lo guardò in silenzio.
- Rosse!..tinte dal sangue dei soldati che muoiono più a nord eppure qua vicino noi!...Forse domani sia il nostro sangue ad aggiungersi quello loro e vada a finire nel mare...
Sollevando lo sguardo lanciò un’altra fitta bocconata di fumo.
- Stavo pensando proprio a quello...chissa possano vederlo perfino a Polignano...
Come se non volesse mollare cambiò subito discorso.
Dimmi, gli hai già scritto ai tuoi cari?...”
- Si e mi hanno risposto che mio fratello Gaetano, destinato nella II Armata, tornò dal Tridentino mutilato dopo gravi ferite ricevute in combattimento...
- Mi dispiace tanto...comunque devi rassegnarti almeno lui ha salvato la vita...
Aveva già smesso di piovere quando si addormentarono.
Il 9 fu una giornata di tesa calma e di grossi allestimenti per i prossimi combattimenti contro le avamposte austriache di Doberdò per puntare ancora sull’Hermada.
Aspettavasi una lunga nottata finche il tuono crescente dei cannoni anunciasse l’attacco all’alba e, per forza, sopportare ostinati contrattacchi fino all’ultimo sangue...come al solito.
Dal nulla, si sentì uno cantare a sottovoce e molti piegarsi a quella canzone popolare:
La mattina del cinque d'Agosto/Si muovevano le truppe Italiane/Per Gorizia le terre lontane/E dolente ognun si partì..../Sotto l'acqua che cadeva a rovesci/Grandinavano le palle nemiche/Su quei monti colline gran valli/Si moriva dicendo così.../Oh Gorizia tu sei maledetta/Per ogni cuore che sente coscienza/Dolorosa ci fu la partenza/E il ritorno per tutti non fu.../Cara moglie che tu non mi senti/Raccomando ai compagni vicini/Di tenermi da conto i bambini/Che io muoio invocando il suo nom.../Oh vigliacchi che voi ve ne state/Colle mogli sui letti di lana/Schernitori di noi carne umana/Questa guerra ci insegna a punir.../Oh Gorizia tu sei maledetta/Per ogni cuore che sente coscienza/Dolorosa ci fu la partenza/E il ritorno per tutti non fu...
Quasi sotto ipnosi si sollevò le mostreggiature del cappotto ed infilo verso la sponda del fiume. Guardò la luna in cielo con un cerchio attorno che si rifletteva sulle ondeggianti acque scure.
- Cerchio lontano...pioggia vicina... Disse, con la speranza che ciò rimandasse l’attacco programmato.
Fissò gli occhi sul fiume che cercava con avideza il mare e fece il gesto di toccare l’acqua...ma non ce la fece...
- Queste acque...come quelle del Giordano...diventeranno sacre...dal sangue giovane già versato e quello che sarà ancora versato...Quando questo massacro finisca verranno a pregare in tanti...lo so bene...Si fermeranno sulla collina...e vedranno questo fiume andare verso il mare...ed anche il mare si tingerà col sangue di migliaia di ragazzi che diedero le sue vite per riconquistare questo pezzo di terra aspra...Magari tale sacrificio valga la pena e qualche volta venga riconosciuto...

Tra i reclusi del campo di concentramento vi erano molti soldati della 5a. Armee Austriaca e l’ultimo tentativo di fuga aveva talmente fatto infuriare al Comandante da ordinare la fucilazione di un gruppo di sciagurati. Il plottone arrivò a passo di corsa fermandosi a secco dinanzi i condannati a morte. Uno di loro, s’apri la giacca ed urlò in uno schietto italiano:
- Vi prego, non mi fucilate, per Dio…sono italiano!...almeno non lo fatte in questa divisa...
Il capoplottone dubbitò un po’ e alzò il braccio in attesa.
- Come ti chiami soldato?...
- Giurgiovic Antonio... Rispose il candannato ancora tremante.
- Per che m’implori pietà se non l’hai avuta coi nostri camerate...?
- Io non uccisi nessuno...solo appartenevo ad un reparto logistico...da collegamento
L’ufficiale, turbato, concluse il discorso dicendo ”Portatelo via e continuate avanti con gli altri!...”
La scarica da fucileria alle spalle fece sapere Antonio che l’altissimo non gli aveva abbandonato. La guerra per lui era forse finita e con un pizzico di fortuna in più sarebbe riuscito ad andare pure in Argentina...

Sferrata l’enessima offensiva italiana, con a capo il Capitano Pietro Bernotti, il giovane canicattese caddè mortalmente ferito.
- Salvatore!...no! stai calmo...arrivo subito! Angelo corse ad aiutarlo mentre i fanti passano a loro fianco.
Con cura depostò per terra la testa insanguinata dell’amico e sollevò uno sguardo verso l’ alto.
- Oh mio Dio!...perche deve morire anche lui?... In quel momento tutto diventò buio. Una scheggia di granata lo aveva colpito alla tempia facendolo piegare sul corpo inerte di Salvatore.
Anche l’ardito Capitano giacceva sul suolo carsico tra il fumo e la fitta nebbia che copriva tutto il campo della battaglia.

Un annoiato furiere del Distretto Militare di Bari cercò il foglio numero 821 del Registro Matricolare e stampò un sigillo con un colpo secco. Poi, con lentezza, riempì sugli spazi punteggiati:

“...Morto in Redipuglia in combattimento in seguito a ferite riportate per fatto di guerra, come da atto di morte inserito al N°° 242 del registro degli atti di morte del 15° Reggimento Fanteria li 10 Ottobre 1915.”

Bussarono la porta numero 16 di Via San Vito ed Agnello sentì che il cuore gli si fermava... Aprì e vide un’uomo in divisa grigioverde di fronte a lui.
- Avanti ...si accomodi prego... Disse accenando la sedia più vicina della stanza.
- La ringrazio...non posso fermarmi di troppo... Rispose innervosito il giovane.
- Mi dispiace tanto portarVi questa brutta notizia...purtroppo vostro figlio Angelo è morto in combattimento...da eroe...in difesa della Patria...
Un profondo silenzio s’impadronì della stanza ed un’acuto dolore la invasse. Mamma Annetta abbracciò fortemente a Felice...non vorrebbe che le sia strappato un’altro figlio.

Rassegnato, il postino appoggiò ancora una volta la vecchia “Bianchi” nera sul muro di Via San Vito e bussò la porta. Già non gli piaceva più di tanto quel mestiere.
La piccola Ida arrivò di corsa e chiamo la mamma. L’avviso d’addunanza ora veniva indirizzato a Felice.
Il 12 aprile di quel 1917 egli partì per ritornare il 2 Maggio ma l’allegria durò ben poco, doveva ripartire il 17 per arruolarsi nella “Milizia Territoriale”.
Il 14 ottobre veniva promosso a Caporale ma le notizie più brutte giunsero dal Trentino dieci giorni più tardi...la rotta di Caporetto aveva costretto gli italiani a ritirarsi al di la del Piave con la perdita di circa 250.000 uomini e 300.000 sbandati.
L’Italia era alle porte del collàsso totale.
Le truppe rimanenti arrivarono alla nuova linea difensiva logore e stremate ma il disastro totale veniva solo evitato grazie alla coordinazione del ripiegamento.
Malgrado la stanchezza e le gravi condizioni logistiche e tattiche, i soldati si prodigarono alacremente per costruire una nuova barriera difensiva atta ad arrestare il nemico che, imbaldanzito dal recente successo, puntava alla totale distruzione delle Armate italiane.
Preceduti da un attacco respinto sull'Altopiano di Asiago, gli austro-ungarici, dopo una massiccia e violenta preparazione artigliera, il 14 novembre attaccavano in forze le nuove linee avanzate tra Cismon e Piave e venivano via via coinvolti anche il Monte Tomatico, il Roncone ed il Prasolan e poi, le quote ed i costoni che convergono su Cima Grappa. Riordinate le forze, l'11 dicembre, il nemico riprendeva con rinnovato vigore un’offensiva mirata ad aprire un varco strategico nelle difese italiane.
Felice, da circa un mese nel Reparto Mitraglieri 907-F di stanza a Barbarano, veniva trasferito al fronte il 15 dicembre e destinato alla 2286a. Compagnia Mitragliatrici alle dirette dipendenze dell’Armata del Grappa, comandata dal Generale Giardino.
Con unguie e denti furono respinti i successivi attacchi austro-tedeschi dai valorosi soldati che presidiavano la montagna sacra.
La 4a. Armata scrive con sangue giovane le sue pagine più gloriose ed il 21, l’ostinata ed accanita resistenza italiana, fa desistere il nemico da ogni ulteriore tentativo.
- Abbiamo vinto...si ritirano...! Esultò Felice.
- Mo pare di si...ma ritorneranno fra un po... Rispose chi riforniva i nastri della fumante mitragliatrice.
- Verranno ancora respinti...stiate pronti ragazzi...! - Nell’intonazione della voce di Felice s’intravedeva la sete di vendetta per la morte di suo fratello Angelo.

Durante l’inverno, la difesa italiana viene rafforzata con i lavori in roccia, trinceramenti, postazioni e reticolati, in previsione di altri e più massicci attacchi nemici.
L’Austria, consapevole del suo svantaggio strategico, intende di sferrare, con la XI Armata, l'attacco principale dagli Altopiani e dal Grappa per giungere, attraverso la piana di Vicenza, alle spalle delle difese sul Piave mentre l’Isonzo Armee e la 6ta. Armata avrebbero attaccato frontalmente attanagliando e distruggendo l’ultima difesa italiana. Infatti, il 15 giugno 1918, Conrad attacava sull’altopiano di Assiago ed il Monte Grappa mentre Boroevic tentava di superare il Montello in direzione Treviso.
Felice fisso gli occhi sull’orizzonte. Il sudore gli percorreva le spalle...si sentiva talmente teso che le formichelle gli venivano ricorrentemente al braccio...
Quando tacquero le artiglierie e senti l’urlo degli attacanti inquadrò la prima linea nel mirino e cominciò a sparare “a ventaglio” senza sosta...senza pietà...
Questo è per mio fratello...anche per me...! maledetti...Angelino non ne aveva nemmeno questo elmetto per coprirsi il capo... mormorava.
L’irruenza austriaca veniva bloccata e nella giornata successiva l’Esercito Italiano iniziava con esito un contrattacco avvolgente sul Montello ed il Basso Piave riuscendo a ricacciare il nemico dalle posizioni conquistate poco prima.
L’artiglieria e l’aviazione si prodigarono per tutta la giornata, verso il tramonto un “Caproni”, che volava a bassa quota, precipitò in fiamme.
La lotta infuriava ed il Comandante del Corpo d’Armata, di persona, lasciò il suo osservatorio e corse fra le truppe incuorandole all’assalto.
- Avanti soldati...evviva l’Italia...!
Nel passare accanto l’aereo caduto, Felice, vide il pilota ucciso...era un Maggiore...il povero ne aveva un orificio sanguinolento alla tempia.
- Grazie camerata per quello che hai fatto oggi per noi...mo sarai con Dio...e con il povero Angelino
Si combattè nelle case, nei fossi, nei campi, furiosa ed anche disperatamente fino all’ultimo sangue. Sulle pareti di una delle case diroccate rimase uno scritto: “Tutti eroi. O il Piave o accoppati”.
Non restava che vincere o morire.

Durissime battaglie difensive furono ormai vinte. Il nemico si ritirava oltre il fiume e l’intera linea del Piave era ripristinata allontanandosi la minaccia su Venezia. L’Italia era miracolosamente rinata dalle cenere e l’ora della vendetta era ormai giunta.
Ancora una volta la 4ta. Armata aveva il compito più difficile di tutti, separare le masse di manovra del Tirolo e del Piave e coinvolgere nella lotta tutte le riserve austriache. Questa mossa per facilitare l’azione di rottura delle Armate 8va. e 10ma. dal Piave in direzione Vittorio.
- Ora toccha a noi far d’oca davanti le mitragliatrici nemiche...Dio tenga pietà di noi...
L’intenso fuoco di preparazione dell’artiglieria iniziò alle 3 della notte del 24 ottobre e alle 7:15 le fanterie mossero all’attacco.
Lotta cruenta, durissima, di assalti e contrassalti, lotta che richiese abnegazione senza limiti alle truppe lanciate all’attacco contro posizioni che già avevano rivelato nelle lotte precedenti la loro inespugnabilità. Il 25 e il 26 ottobre la lotta sul Grappa diviene sempre più aspra; le alture passano di mano in mano, contese da fanterie italiane e austriache che dimostrano pari valore e straordinaria tenacia. Il sacrificio dell’armata del Grappa stava però già dando i primi frutti: il Comando Supremo Austro-Ungarico deve fare affluire sul monte le divisioni che aveva in riserva e che già non sarebbero più state disponibili per contrattaccare sul Piave.
- Ci siamo...almeno per ora ce l’abbiamo fatta...
Alle 8:00 del mattino il fuoco dell’artiglieria e la fiumana compivano l’opera di distruzione dei due ponti...Erano rimasti isolati dal grosso delle truppe nonche da loro rifornimenti. Malgrado ciò avvanzarono spugnando Mosnigo, oltrepassando Sernaglia ed occupando Falzè di Piave.
Sarebbe meglio fermarci qui...altrimenti comincerà a scarseggiare il munizionamento ed i viveri Pensò felice.
Caviglia invece cercava la gloria e fece una mossa decisiva, manda il suo XVIII° Corpo attacare fulmineamente i ponti dell’Armata Mista, varcare il fiume e puntare su Conigliano.
Più a sud anche la IIIa. Armata del Duca d’Aosta si muoveva forzando con aspri combattimenti, i passi del fiume e avanzava risoluta attraverso la piana.
Loro morti aspettavano sul Carso, aspettava Trieste, Gorizia...aspettava pure Angelo e migliaia di eroi caduti tre anni prima...!
Il 29 ottobre, le truppe entravano a Vittorio Veneto. I giorni successivi furono di feroci combattimenti fino a spingere oltre Isonzo le truppe austro-tedesche che lasciavano il territorio occupato con gravissime perdite di uomini e di materiale.
Finalmente, il 3 novembre 1918 l’Impero Austro-Ungarico firmava l’armistizio Villa Giusti, a Padova ed il 4 venivano sospessi i combattimenti su tutto il fronte di battaglia.
La Grande Guerra era ormai finita.
Felice era destinato al 4° Reparto Mitragliatrici e dopo quattro lunghi anni di sanguinosa guerra si aspettava un Santo Natale di pace.
Il 31 novembre veniva congedato e ritornava a casa sano e salvo. Capodanno sereno ma molto triste in una famiglia colpita dalla scomparsa di un figlio.
Il 15 Marzo 1919, Felice veniva ancora trasferito alla 2213a. Compagnia Mitragliatrici del 113° Reggimento Fanteria della Brigata “Mantova”. Il controllo militare dei territori ormai “redenti”, richiedevano di grande attenzione per gli scontri fra italiani ed austriaci che spesso accadevano.
Il 30 Giugno doveva fare trasloco alla 1174a. Compagnia Mitragliatrici del 114° Fanteria a cura di una “Fiat” modello 1914.
Per fortuna il 5 Settembre 1919 gli veine concesso il Congedo Illimitato non prima della “Dichiarazione di aver tenuto buona condotta e d’aver servito con Fedeltà ed Onore” alla Patria ed al Re.

Il fischio annunciò la partenza del treno fra una fitta nuvola di fumo. Felice affrettò il passo
sul binario gremito di gente.
- Carissimo fratello...riposati in pace...il tuo sacrificio non fu invano! - Mormorò, mentre il treno si allontanava dalla stazione di Venezia verso il sud.

QUELLA VECCHIA FOTOGRAFIA

Dedicato con affetto a Pietro Albani, mio nonno materno che non conobbi ed al suo paese natio, Teren Cavanecc, nell’Isola bergamasca, Lombardia (Italia)

L'uomo, con le maniche della camicia rimboccate fino ai gomiti, accarezzava i suoi baffi dinanzi la scrivania illuminata, morticinamente, da una lampada a gasolio.
La piccola Carolina gli si avvicinò silenziosamente intanto l’uomo faceva finta di non accorgersi della sua presenza.
Impaziente, la piccina pose le manine sull'orlo del tavolo lucido. I suoi occhi vivacissimi risplendevano come due stelline sotto la luce ingiallita del frugnolo.
All’improvviso due forte braccia, ancora abbronzate dall’ultima estate, la presero dalla cìntola tirandola su.
- Eccoti qua Carolina...vediamo se ti piace quello che ho scritto per il tuo cavallo preferito. Le disse con tenerezza, mentre la sistemava sulle ginocchia.
Voltò pagina e recitò quei versi mettendo l'enfasi su ciascuna riga che lo si meritava.
Carolina lo ascoltava con attenzione senza riuscire nemmeno a battere i cigli. Finita la lettura, Pietro rimase un istante con lo sguardo sperduto finchè le mormorò con dolcezza:
- Andiamo a cena…ci aspettano e dopo...tutti a riposare...domani sarà una giornata molto movimentata per tutti noi.
A uno a uno, Maria Antonia, Angelo, Angela, Valentina Rosa, Lucia Esmeralda, Carolina Luisa, Rosa Irma, Enriqueta Lidia ed il piccolo Battista, pulirono loro mani e sedetero tutti a tavola su due lunghe panche di legno. Sedete pure Nicola, il vecchio fasservizi sordo arrivato nel dopoguerra.
Tutti rimassero zitti da quando Pietro chinò il capo e giunse le mani per ringraziare Iddio il cibo che avrebbero ricevuti. Tutti risposero “Amen” e si misero a mangiare rumorosamente.
Dopo cena, le bambine aiutarono a mamma a sparecchiare mentre Angelo tentava di strappare qualche suono al nuovo violino.
Pietro si alzò e prese, da una scattola di legno che faceva da soprammobile, un sigaro “Toscano” che accese dopo tagliarle metodicamente il mozzicone.
Con lo sguardo, seguì la prima bocconata di fumo finche essa scomparve lassù, dopodichè, guardò fisso negli occhi Nicola e scattò quella domanda.
- Come stanno gli animali del potrero Nord?
- Mica bene…purtroppo nel tardo pomeriggio non ce la facevano nemmeno ad alzarsi da soli.
Rispose il vecchietto senza spostare gli occhi dalle labra del padrone.
- Domattina, andremo insieme a controllare...ora vai a riposare - Disse concludendo il dialogo.
Quel mattino d’aprile piovigginava e tutt’e due infilarono verso il nord. Smontarono a fianco di una prima mucca che giacceva per terra, già un po gonfia, con le zampe all’insù.
A mani nude, apri la bocca dello sciagurato animale per cercare qualche traccia della malattia. Molto afflitto, rimontò senza nemmeno accorgersi della piccola ferita sanguinosa che aveva alla mano destra. Il silenzio si tagliava con coltello nel ripassare dirimpetto al cimitero.
- Tutto perso... cosi di un tratto... Pensò.
In paese già si sapeva che quel misterioso morbo, che decimava gli animali, era addirittura “Carbonchio”.
All’indomani, si sentì molto male e la febbre cominciò a consumarlo rapidamente, malgrado gli impegni del chirurgo.
Moglie e figli si turnavano a mettere dei panni freddi sulla fronte del malato ed a fare bollire la biancheria contaminata incessantemente.
- Caro Giovanni...ti prego di aiutarli in tutto,...non vorrei che li fosse a mancare nulla, Maria non ce la farà da sola con tutto ed i bambini ancora d'allevare... Pregò a suo cognato.
- Non ti preoccupare Pietro, non li mancherà niente...stai calmo, ti riprenderai - Rispose Giovanni col nodo in gola.
Quell’8 Maggio 1929, Pietro, aveva solo visuto 44 anni. Voluto da tutti, eletto Sindaco del paese addottivo per due volte, moriva di “setticemia da carbonchio” alle 11:30 del mattino.
Il corteggio funebre arrivò ben presto al cimitero vicino. Maria, piangeva ed abbracciava i suoi figli dietro la bara portata da Giovanni, Nicola, parenti ed amici. Tutto il paese si schierò dietro di loro.
La piccola Carolina lasciò un fiore rosso sulla tomba bassa, allineata ad altre nei confini stessi del cimitero e rientrò a casa sua, di corsa. Involse accuratamente la piccola scatola metallica in un grosso panno scuro e con quel tesoro misterioso la bambina scomparve nel boschetto vicino al cesso.
Quando la coppia passò a prenderla, in una lucente macchina nera, era di estate e Carolina aveva compiuto appena i 10 anni. Loro si sarebbero occupati di curarla -dissero- per “aiutare la mamma oramai vedova e con tanti figli d'allevare...”.
- Me la manda a scuola...e me la riporta spesso...mi raccomando! - Sussurrò Maria all’orecchio della gentildonna.
- Non si preoccupi...verrà trattata come la figlia che non abbiamo avuto - fu la risposta dell'ellegante sposa del Commissario.
Con gli occhi bagnati in lacrime ed il nasino attacato al vetro del finestrino posteriore, Carolina partì. Sembrava che volesse portare negli occhi quel posto tanto bello…il suo posto natio.
La macchina nera percorse la centinaia di metri, che separavano la casa dalla palizzata ancora aperta, tra la doppia schiera dei giovani “eucaliptus”, poi girò a destra e si perse, in mezzo una fitta nuvola di polvere.

70 anni dopo...
Nel girare verso il nord sul cammino, bagnato da poco, un profilo fantomatico di croci e pini, circondato da un’alta mura imbiancata, apparve sull’orizzonte.
Parcheggiai la macchina proprio dirimpetto al vecchio portàle del Camposanto di Colonia Rosa. Attraverso la grata, socchiusa, intravide il sentiero centrale ricamato di monumentali panteoni oramai ricoperti di rugine e verderame, più in la c’era una schiera di tombe basse e al di là la campagna settolosa.
Mia mamma sistemò un garofano rosso sulla tomba bassa, imbiancata da poco, allineata ad altre nei confini stessi del cimitero.
Dopo un tratto di silenzio si allontanò...senza fretta alcuna.
La cinta muraria del cimitero finiva pochi metri più a Nord. Di fronte, a sinistra, una palizzata faceva da portale di una specie di “propileo” di “eucaliptus” che arrivava fino al casolare. Laggiù nel gregge, una trentina di mucche aspettavano di essere munte.
La distanza avrebbe fatto inutile battere le mani, percui decisi attraversare quel “pronao” di tetto forato e suolo ricoperto di croccante fogliame.
Il profumo della compagna si faceva sentire al naso. Il bel canto di una “calandria” e gli stridenti squilli dei parrucchetti, ci accompagnarono fino ad arrivare alla spianata.
Il sole calante picchiava negli occhi mischiando, incredibilmente, i colori della sera in un caleidoscopio primaverile.
Almeno tre cani ci vennero rumorosamente incontro. Pensavo proprio a quello di “cane che abbaia non morde” quando un giovanotto vestito da lavoro apparve dal nulla per tranquillizargli.
Scendemmo dalla macchina e andammo verso di lui cercando rapidamente l'ombra proiettata della casa.
- Buona sera,...siamo venuti da lontano...è proprio Lei il padrone di casa?... Chiesi.
- Il padrone è mio padre...vado subito a chiamarlo...vi prego, rimanete un attimo qui... Rispose e girando sui tacchi degli stivali sporchi andò verso l'uomo che montava un “abbruciaticcio” per condurre le mucche nel gregge.
Io guardavo meravigliato quell’insieme edile. Ad un primo sommario esame, l'edificio sembrava una classica abitazione italiana databile al XIXmo. secolo.
Facciata ad ordine “tripartito” eretta in mattone a crudo, tre panni di muro erano separate a intervalli regolari da quattro pilastri che partivano da un zoccolo sporgente e finivano sotto il cornicione ed il parapetto superiore.
Al centro della composizione e proprio sull’arco della porta d’ingresso, c’era un cuore, scolpito sulla cortina laterizia e dipinto di rosso. Ad ogni fianco, due finestre ingratate ad archi sagomati. Non so perche mi pareva tanto bella...
Vidi loro scambiare parole, dopodichè il padre smontò togliendosi la polvere d'addoso con il cappello. L’uomo avrà avuto quarant’anni, capelli biondi ed occhi azzurri che contrastavano con il volto pallido e le guancie arrossiti dal sole.
- Molto piacere, sono Affaticati... Si fermò davanti a noi offrendo la mano grinzosa.
- Molto lietto...lei è mia mamma Carolina...zia Enrichetta...mia cugina Elena ed Ana...mia “dolce metà”... Dissi quasi senza tirare il fiato ed aggiunsi Siamo venuti al cimitero ed abbiamo pensato che forse Lei ci permetterebbe visitare la casa...
- Ci mancherebbe altro...anche se devo dirvi che non è in vendita...l'abbiamo comprata poco fa e ci piace moltissimo... Rispose l’uomo ancora un po’ stordito.
Dall'altra parte della spianata appare una donna bassa e giovane come lui, assieme ad un bambino che la teneva fortemente per mano.
- Di sicuro la padrona di casa - Ho subito pensato.
- Questa gente vorrebbe visitare la nostra casa... Disse Affaticati alla moglie che lo guardava fissamente negli occhi.
- Certo...ma non guardare il disordine che c'è... è domenica e non ho avuto ancora tempo di sistemare niente... Rispose gentilmente.
La seguivamo tra bellissimi massetti di fiori fino alla loggia posteriore, affaciata sul cortile circondato da un tesuto di filo d’acciaio.
Laggiù, mucche e vitelli pascolavano tranquillamente mentre il sole tramontava come ogni sera di ogni giornata.
La voce dell’uomo fece a pezzi l’incanto molticolore che mi teneva preso da un bel tratto.
- Qui c'era il pozzo d’acqua...ormai chiuso per la pericolosa contaminazione… la cucina, invece, sembra di essere stata sempre la...noi invece abbiamo fatto un bagno più moderno a fianco della stanza letto e contemporáneamente abbiamo smantellato l'antico cesso che c'era la, in mezzo il boschetto di “paraisos disse voltandosi verso di noi ...Di quà si passa alla sala nonchè ad altre stanze da letto...vi prego, entrate…
Con Affaticati facendo da “cicerone”, attraversiamo porte antiche “a due battenti” passiamo da una stanza ad altra con dei sofitti ben curati quanto mantenuti di grosse travi di legno verniciate alla calce. Dalle travi centrali e al posto della lampada a gasolio ora pendeva una lampada elettrica.
Accarezziamo quei grossi muri di 45 cm, intonacati ed imbiancati tante volte. Il pavimento, anticamente fatto in mattone “a crudo”, ora appariva coperto di cemento la cui lucidità lasciava vedere l’ondeggiante superficie.
Dalla porta principale raggiungiamo la spianata frontale da dove eravamo partiti. L'ombra progettata dall'edificio, arrivava fino ai primi “eucaliptus”.
- Credo il capanone sia stato eretto nel contempo...dico per le dimensioni dei mattoni ed il portone fatto in lamiere...Sembra di aver avuto il compito di custodire le macchine e le ferramente... Fu il riferimento più logico sulla costruzione che chiudeva la spianata a Sud.
- Le siamo molto graditi amico...Lei non sa cosa ha fatto per tutti noi... Gli dissi, facendo finta di non essere commosso.
Gli occhi azzurri dell'uomo si aprirono enormemente quando vide qualche lacrima che scorreva sul viso di mia mamma e si affrettò a rispondere.
- Per carità...non abbiamo fatto niente...siete appena arrivati e già siete pronti a partire...?
- No...Lei non capisce...noi due siamo nati proprio qui...circa ottant'anni fa, nostro padre eresse questa casa, il cesso, il pozzo ed il capanone...tutto…tutto fatto con le sue proprie mani...se persino i mattoni furono fatti da lui stesso!...ed ora riposa li...
Enrichetta accenava il cimitero con la mano tremante.
Come colpito da un fulmine, Affaticati rimase stupito, zitto...in seguito si riprese, si voltò e rientrò alla casa pressochè di corsa. Quando riapparve, portava con se una piccola scatola di metallo che offrì a mia madre, che asciugava le lacrime con il suo fazzoletto.
- Quando fu abbatuto il cesso l’abbiamo trovata tra le macerie...era sotterrata vicino ad un “paraiso”...un pezzo di carta ed una fotografia ci sono ancora dentro...guardate un po'!
Dalla vecchia fotografia, macchiata e scolorita, un’uomo in giacca nera, coi baffi abbondanti e gli occhi chiari, ci guardava con tenerezza...
- E’ mio papà...! - Disse - questa è proprio la scatoletta che sotterai proprio quel giorno della mia partenza...Pensavo di tornare qualche invece…son passati tanti anni...Mi ero quasi dimenticata!...grazie... - diede un bacio all’uomo mentre distendeva quel pezzo di carta rigata che mi costrinse a leggere a voce alta. Per la prima volta io recitai quei versi usciti dalla penna di mio nonno:

“Teren”

Vola, vola amico caro, come il vento, vola...vai
Verso il sole e l’ orizzonte senza fine...come il mar
Vola, sempre più in alto, nel volar mi fai cantar
Mio bel paese collinare...non ti si può scordar!

Vola, vola, amico caro, crini al vento, vola...vai
Il tuo nome, mi riporta, nostalgie da lontan
Bei pensieri, bei ricordi, che oltremare se ne van
Mio paese collinare...sotto il monte ancor ci stai?

So che un giorno, assai lontano, verso l'alto partirai
Ma per sempre, amico caro, nel mio cuore resterai
So che un giorno, assai vicino, potrò anch’io ritornar
Al mio paese collinare...che in passato io lasciai
L’uomo di capelli biondi ed occhi azzurri passò il braccio sulle spalle della moglie, che teneva il piccino ancora per mano, e salutò la partenza della mia macchina che scomparve sulla strada polverosa del cimitero.

viernes, 16 de enero de 2009

ALBANI: MIS ORIGENES BERGAMASCOS


I - ANTECEDENTES HISTORICO-ARALDICOS
Antiquísima y noble familia originaria de Albano, villorrio en las cercanías de Bérgamo; notable desde el siglo XI. Relatan que en 1549 -con diploma fechado el 10 de Abril y firmado en Viena por el Emperador Federico III- obtenía el Titulo Comital Francesco Albani, Podestá de Zogno y padre de Francesco, llamado el “Padre de la Patria” porque en 1516 sé rehusó a disuadir a los bergamascos de darse a la fuga al aproximarse las tropas imperiales.

Su hijo, Giangirolamo Albani (1509 - 1591), junto al Lateral General de la República Veneta, Podestá de Bergamo, hospedo en su “Rocca d’Urgnano” al Presbítero Miguel Ghislieri cuando este estaba amenazado de muerte por su intensa obra por salvar a Bérgamo de la Herejía. Cuando Ghislieri deviene Papa, con el nombre de Pío V en 1770, confiere a Albani, que había quedado viudo, la púrpura cardenalicia.
Giangirolamo dejo varias obras de Derecho Canónico y con Diploma Imperial -fechado el 10 de Julio de 1543- le fue confirmado y también a su descendencia, el Titulo Comital y en 1571 fue adscripto a la Nobleza Romana. Estuvo casado con Laura, hija de Marcantonio Longhi, veneciano, Secretario de Bartolomeo Colleoni, poseedor del Castillo d'Urgnano que paso primero a Teodora, hermana de Laura, casada con el milanés Francisco Visconti y después, por venta, a su cuñado Giangirolamo.
De sus hijos, Gianbattista Albani fue Patriarca de Alejandría, Giandomenico Albani milito en el Ejercito de Enrique IV, Rey de Francia, y Lucia Albani, casada con el Caballero bresciano Faustino Avogadro, dama elegante y poetisa de renombre.
De los muchos abates, Teodoro Albani, canónico de la Catedral de Bérgamo, en 1647, fue Príncipe de la Academia de los Excitados; Bonifacio Albani (1619 - 1678) Procurador General de la Orden de los Somaschi, Arzobispo de Spalato y Primado de la Dalmacia; Giovanni Albani, Caballero de San Marcos, quien fue padre de Gianfrancesco Albani, Embajador Veneto del Papa Alejandro VII, de el descienden Francesco Albani, recibido en la Orden de Malta en 1787 y Venceslao Albani, chambelán, caballero de San Luis de Lucca, fueron reconocidos con el Titulo de Condes por Orden del Magistrado del Feudo en fecha 10 de Abril 1764 e inscripto en el “Libro de Verdaderos Títulos" de la República Véneta.
Alrededor del 18 de Mayo del mismo año es reconocida su antigua nobleza, con Resolución del 26 de Diciembre 1818 y reconfirmados en el Titulo de Condes Palatinos. (1)
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(1) Enciclopedia storico - nobiliare Vol.1 Vittorio Spreti - Arnaldo Forni Editore y otros - Indagine storico-araldica eseguita nel rispetto della L.633/41. 
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II - LOS AÑOS PRECEDENTES A LA PARTIDA
Año 1886
Se vota una ley hipócrita sobre el trabajo de los menores. Prohibición de emplear niños por debajo de los 9 años en las minas; e incorporar al trabajo nocturno aquellos menosres de 12 años. Pero la ley excluye las pequeñas industrias, el artesanado, los trabajos agrícolas, el domicilio, donde en estos sectores los menores son empleados en masa. Con una feroz resistencia de los industriales es aprobada esta ley, que si bien con un fuerte retardo respecto de países mas avanzados como Inglaterra, ponía fin al aprovechamiento de la mano de obra infantil: niños desde los 5 a los 7 años que trabajaban hasta 13-15 horas al día!
Según algunos cálculos, referidos a 1876, sobre 290.301 trabajadores empleados en la industria textil bien 243.676 eran mujeres y niños (estos, solos, eran 82.314, mas de un cuarto de la mano de obra total!).
Un verdadero tema para los industriales: el salario de un operario masculino adulto era de 1,50 o 2 liras, aquel de las mujeres oscilaba entre los 60 y los 80 centésimos, los niños percibían entre 30 y 50 centesimos. El aprovechamiento era bestial: en verano las horas de trabajo diario no eran nunca inferiores a 12 y podian llegar hasta las 15 o 16. La baja productividad, debida a un trabajo demasiado prolongado, era abundantemente compensada por los ahorros de los salarios bajisimos. En cambio de invertir en innovaciones tecnicas, los emprendedores italianos pensaban resolver el problema de los costos manteniendo bajos salarios.
Sobre la situacion señalada, la Ley COPPINO habia fijado la frecuencia escolar obligatoria hasta 9 años, pero su aplicación no fue nunca rigurosa, visto que la industria italiana para ser competitiva empleaba sobretodo esta mano de obra a bajo costo, tanto que en este periodo solo el 22% de los niños hasta 14 años resulta escolarizado; el 78% no va a la escuela (porque no existe una obligacion) en Alemania - Austria a la misma edad los escolarizados son entre el 98% y el 100%. Existe la obligacion y hay una sancion para los padres que no mandan sus hijos a la escuela.
Las carencias en la instrucción en Italia tiene origen en la Ley CASATI del 1859 que instituía la escuela obligatoria, pero dejaba a las Comunas, con al menos 50 niños en edad escolar, proveer de los gastos de gestión, dejando amplia discreción a los mismos, pero dejando fuera 9.000 pueblos y fracciones que no tenían estas características ni los dineros necesarios, en efecto.....las escuelas en Italia presentes este año son poco mas de 2000 con 42.261 maestros de cada orden y grado sobre una población de 31.500.000 habitantes. Por ello un maestro cada 745 habitantes. (En 1988 los maestros serán 485.532, 1 cada 118 habitantes sobre una población de 57.576.000 (donde solo las maternales y las primarias contaban cerca de 6.000.000 de niños)
En Diciembre, las relaciones con Francia se hacen tensas: Italia denuncia el tratado de comercio de 1881 y pide negociar un nuevo tratado. El reclamo nace del aumento del derecho de importación sobre el grano y sobre el ganado, establecido por el gobierno francés (1885) para tutelar la propia agricultura nacional golpeada por la crisis.
Año 1887
En Enero, la aventura colonialista italiana en Africa, conoce horas tragicas en Dogali. Son muertos 500 soldados por el gobernador del Hamasen, Alula, que habia intimado a los italianos a abandonar su territorio, entendiendo la italiana, una invasion. Indignacion en Italia con demostraciones populares y peleas en el Parlamento entre "alcones" y "palomas".
Se aumenta así el pan para financiar las tropas en Africa. Acuerdos sobre la Triple Alianza, con las potencias que se empeñan en no intervenir si a su vez Italia no interviene en sus hegemonías territoriales (también estas conquistadas a cañonazos y con invasiones so pretexto). En efecto, Austria, amenazando con las armas (tiene el mas potente ejercito del mundo) consolida sin problemas su presencia en Bulgaria.
La guerra cuesta y la pagan los pobres. El derecho sobre el trigo aumenta de 1,40 a 3 liras el quintal. La medida, motivada por la exigencia de financiar la política colonial, es aprobada con 205 votos favorables y solo 48 contrarios.
El cólera cosecha miles de victimas en todas partes de Italia. En Albano, solo en el mes de agosto mueren más de 500 personas, entre las cuales el príncipe Ludovico Altieri, cardenal obispo de la ciudad; la reina Maria Teresa, madrina del ex rey de Napoli Francesco II, y el hijo de 11 años Gennaro Maria.

III - EL AÑO DE LA EMIGRACION-1888
Según el testimonio oral de mi madre, Carolina Luisa Albani, su abuelo Battista Albani era originario de Bergamo, Lombardia, casado con María Cagliani y padre de tres hijos: María Caterina, María Carolina y Pietro.
El Registro de Inmigrantes del Puerto de Buenos Aires, registra en efecto:


El 26 de Octubre de 1888 arriban a la Argentina, desde el puerto de Génova, a bordo de la nave “Perseo”: Pietro Albani, 40 años, obrero, católico, instruido
Battista Albani, 11 años, obrero, católico, instruido 
María Albani, 8 años, no instruida
Carolina Albani, 3 años.
(En este Registro los nombres de padre e hijo parecen estar cambiados así como las edades dado que, en 1888 Battista tendria 40 años, María Caterina 11, María Carolina, 8 años y Pietro 3 aproximadamente).


De la historia de la “Navigazione Generale Italiana” Società Riunite Florio & Rubattino - Genova (1881–1932), se sabe que dicha sociedad continuo ejerciendo los servicios maritimos -ya operados por las dos empresas- pero ensanchando sus actividades a partir de 1884 también con los enlaces con Sud América. A este fin, la compañía adquirió en enero de 1885 cuatro nuevos piróscafos: “Orione”, ”Sirio”, ”Regina Margherita” y ”Perseo”. Este ultimo un pequeño vapor de 4.158 toneladas construido en 1883 para la flota Raggio y entro en funciones a lo largo de las rutas transoceánicas en 1885. Recorría la línea Italia-Brasil, Uruguay y Argentina. En seguida fue transferido a la Marittima Italiana y después adquirido por la Navigazione Generale Italiana. Era una nave hecha expresamente para trasportar gente pobre, como los emigrantes. En 1906 fue desmantelada.

IV - LOS ALBANI EN ARGENTINA
Del Censo de Poblacion del año 1895 resultan:
ALBANI BAUTISTA, 40 años, año estimado de nacimiento 1855, en Italia, casado, lugar de residencia Buenos Aires (BA).
ALBANI MARIA (CAROLINA), 12 años, a.s.n 1883, en Italia, lugar de residencia Las Rosas (SFE).
ALBANI MARIA (CATERINA) de SANGALLI, 17 años, a.s.n 1878, en Italia, lugar de residencia Las Rosas (SFE).

1) BATTISTA ALBANI
Nació en Italia (probablemente en Provincia de Bergamo) en 1848 y murió en Colonia Rosa (SF)el 13 de Octubre de 1921 a la edad de 73 años. (El nombre compuesto Juan Bautista aparece en el libro “Historia de Progreso: Nuestro Pueblo Santafecino” - Hugo Hulsberg - 2003).

La lapida de mármol carrara sobre su tumba en el Cementerio de Colonia Rosa dice:
“QEPD - Bautista Albani - Falleció el día 13 de Octubre de 1921 a los 73 años de edad – Sus hijos Pedro, María y Carolina le dedican este recuerdo”

MARIA CAGLIANI
De la esposa de Battista se desconocen la fecha y lugar exacto de nacimiento pero del Acta N° 65 de Matrimonio de Carlo Sangalli con María Caterina Albani, celebrado en el Registro Civil de Progreso, Departamento Las Colonias (SF), resulta que falleció en Italia el 28 de Febrero de 1888.
(La perdida de su esposa -a principios de 1888- probablemente decidio a Battista a emigrar hacia Argentina antes de finalizar ese año).

2) MARIA CATERINA ALBANI
La hija mayor de Battista y Maria, casó con Carlos Angel Sangalli, cuyos familiares viven actualmente en la localidad de Progreso, Departamento Las Colonias, Provincia Santa Fe. Tuvo 14 hijos entre los cuales: Raimundo (1911), Isabel (1913), Benito (1916), Antonio (1918) y Gregorio (1921).

El Acta de Matrimonio N° 65 del Registro Civil de Progreso (Dpto. Las Colonias) certifica que:
"En la Colonia Progreso, Departamento Las colonias, Provincia de Santa Fe, a los treinta días del mes de Agosto del año mil ochocientos noventa y dos, ante mi Miguel Valiente, Oficial encargado del Registro civil y Juez del lugar, comparecieron los señores don Carlo Sangalli de veinticinco años de edad, italiano, nacido en Bonate di Soto, Provincia de Bérgamo, de profesión agricultor, domiciliado en la Colonia Grutly, hijo de don José Sangalli, italiano de profesión agricultor, domiciliado en el mismo lugar y de doña Magdalena Nava, italiana que falleció el dos de marzo del año mil ochocientos sesenta y dos y doña María Albani, de catorce años de edad, italiana, nacida en Provincia de Terna, domiciliada en la Colonia Progreso, de profesión: labores de su sexo, hija de don Bautista Albani, italiano, de profesión agricultor, domiciliado en este lugar y de doña María Caliano, italiana, que falleció el veintiocho de febrero del año mil ochocientos ochenta y ocho"(Por vez primera un documento publico menciona el lugar de nacimiento de María Caterina Albani: "Provincia de Terna o Terno". Tambien hay una inscripción al pie que dice: “A ruego de María Albani firma María Calliani”, lo que indicaría que María no era instruida, tal como lo determina la ficha de ingreso al puerto de Buenos Aires del 26 de Octubre de 1888.
Se establece con precisión la fecha del fallecimiento de María Cagliani en Italia: (martes) 28 de Febrero de 1888. Esto confirma que solo 7 meses después de su fallecimiento, Battista y sus hijos embarcaron hacia Buenos Aires).

Antonio Sangalli asegura que su mama habia nacido en “Teren-Cabanecc”. A parte cuenta que, Maria Caterina recordaba los lejanos dias de su niñez, de juegos infantiles con amigos del lugar, entre quienes se encontraba Angelo Giuseppe Roncalli...!
Angelo Giuseppe Roncalli (Juan XIII, el “Papa Bueno”) era hijo de una pobre familia campesina, nacido el viernes 25 de Noviembre de 1881 en Sotto il Monte, localidad Brusicco, vecino a la capital de Provincia.
Se solicito al Registro
Civil de la Ciudad de Santa Fe, las actas de matrimonio y defuncion de Pietro Albani, las que fueron enviadas el 9 de febrero de 2000, resultando que no estaban indicados ni el lugar ni la fecha de nacimiento.


El 10 de febrero de 2000 se contactò el Periodico bergamasco “Il giornale dell’Isola”, en que se informaba sobre trabajos de restauracion que se estaban realizando en localidades vecinas a la Capital, entre ellas Terno–Cabanetti. El 11 de Febrero, Gabriele Previtali, jefe de redacción del Giornale, respondió diciendo que haría saber a los intendentes de los pueblos vecinos sobre mi investigación teniendo en cuenta que Albani es un apellido muy difundido en la zona:
"Teren" es la exacta forma de decir, en dialecto bergamasco, TERNO D'ISOLA y "Cabanecc" la correcta escritura de la fracción CABANETTI del Comune de Terno d'Isola. Pues "Cabanetti con Carvisi" es una pequeña fracción divida entre tres Comunas BONATE SOPRA - MAPELLO y TERNO D'ISOLA” .
El Acta de Defunción N° 9 del Registro Civil de Progreso (Dpto. Las Colonias) certifica que: "María Catalina Albani, nacida en Italia, hija legitima de Bautista Albani y de María Caliani, murió de “anasarca” (edema o acumulacion de liquidos masiva y generalizada en todo el cuerpo) en Progreso, el 8 de Junio de 1935, a la hora 1. Compareciendo el 9 de Mayo de 1929, a las 8 horas, ante el Jefe del Registro del Estado Civil Oscar E. Klingler: Antonio Caliani, hacendado, de 41 años y firmando conjuntamente Luis Marchesi de 56 y Constantino Lagger de 28, confeccionándose el Acta N° 9".


El Acta de Defunción N° 17 del Registro Civil de Progreso (Dpto. Las Colonias) certifica que:"Carlos Ángel Sangalli (1866), nacido en Bonate di Sotto, Italia, hijo legitimo de José Sangalli y de Magdalena Nava, viudo de María Catalina Albani, murió de “insuficiencia cardiaca” en Santa Fe, el 5 de Septiembre de 1945, a las 19,10 horas, a la edad de setenta y nueve años.


Compareciendo el 6 de Septiembre de 1945, a las 10,50 horas, ante el Jefe del Registro del Estado Civil: Ramón David Michelini, verdulero, de 50 años y firmando conjuntamente Valentín Reinheimer de 45 y Gabriel Corazza de 40, confeccionándose el Acta N° 17".

3) MARIA CAROLINA ALBANI
El Jueves 7 de Febrero de 2002 la Questura di Bergamo informa lo siguiente:“Con referencia a la Suya del 7 del corriente Le comunico que en los registros de nacimiento del Comune di Terno d’ Isola (BG), en el año 1880 acta nr. 34 parte 1ª, resulta ser nacida el 31 Agosto de 1880 la niña ALBANI Maria Carolina, de Albani Battista y de su mujer Cagliani Maria.


Teniendo en cuenta que de la declaracion de nacimiento el padre, Albani Battista, declaraba 32 años, se deduce que el mismo haya nacido en el año 1848.” p. IL QUESTORE, IL VICE QUESTORE VICARIO (Conti).


El 28 de Febrero de 2004 el Ufficio dello Stato Civile del Comune di Terno d’Isola (BG) envia el extracto resumido del Registro de las Actas de nacimientos del año 1880 n° 34, del cual resulta que:
"El dia veintiocho del mes de agosto del año mil ochocientos ochenta a oras posmeridianas diez en la casa de Via Carvisi al n° 5 ha nacido ALBANI MARIA CAROLINA de sexo femenino".
Segun la Autoridad del Cementerio de Hersilia, Departamento San Cristobal (SF):
"María Carolina Albani, falleció el 9 de Octubre de 1962 a los 80 años de edad. Sus restos descansan en el Nicho n° 57 del Cementerio de Hersilia" (en realidad en aquel año ella tenia 82 años).


Ubaldino Pacheco, su esposo, falleció el 20 de Julio de 1939 en Hersilia. (Rafael Pacheco, hijo único de ese matrimonio nació el 24 de Octubre de 1909 y falleció el 27 de Julio de 1966. Se caso en primeras nupcias con Felisa Sueldo, nacida en 1919 y fallecida en 1945, de este matrimonio nacieron Olga (14/4/1935 – 1979) Carolina (6/2/1937 – 1937) Ada Haydee (3/2/1938) y Raul (12/10/1939). En segunda nupcias se caso con Leonor Villarroel y de ese matrimonio nacieron Mercedes (1947), Beatriz (1949) y Rafael (1951).

El nieto Rafael Pacheco, habita actualmente en Buenos Aires y otra nieta, Ada Haydee Pacheco, casada con Dionisio Juarez, reside en Calle Rawson 451, en Haedo).

4) PIETRO ALBANI
El Acta de matrimonio N° 18 de la Parroquia de San Guillermo, dice textualmente:
"Pedro Albani, natural de Italia, de 24 años de edad, hijo legitimo de Bautista Albani, natural de Italia, y de María Cagliano, natural de Italia, se caso con María Blengino, natural de Argentina, de 17 años de edad, hija legitima de Esteban Blengino, natural de Italia, y de Rosa Bernardi, natural de Italia, el 12 de abril de 1909, siendo testigos don Sebastián Blengino y doña Libel Blengino"
El Registro de Inmigrantes del Puerto de Buenos Aires, indica que:Stefano Blengino, de 39 años (1847), casado, jornalero, católico, instruido, embarca en el Puerto de Genova a bordo del “Bisagno” y arriba a Buenos aires 14 de Diciembre de 1886, junto a Sebastiano Blengino de 7 años (1879), soltero, instruido.
Rosa Bernardi, de 40 años (1852), casada, ama de casa, católica, instruida, llega a Buenos Aires el 13 de Diciembre de 1892 a bordo del vapor “Manilla”, desde Génova.
(Estos datos, permiten suponer que Stefano Blengino, casado en Italia con Rosa Bernardi, viene a la Argentina con su hijo Sebastiano Blengino y 3 años después se trasladaría su esposa Rosa Bernardi. Comparando estos datos con el Acta Parroquial de Matrimonio, podría tratarse de Esteban Blengino, padre de María Blengino a los 62 años de edad y del testigo de la boda, Sebastián Blengino a los 30 años).

El Acta de matrimonio N° 10 del Registro Civil de Arrufo, Departamento San Cristóbal, certifica que:"El día 30 de Marzo de 1909, Pedro Albani, de nacionalidad italiano, nacido en Italia, de 24 años de edad, domiciliado en Rosa, de profesión Agricultor, hijo legitimo de Bautista Albani, de 61 años de edad, de nacionalidad italiano, domiciliado en Rosa, de profesión agricultor; y de María Calliani, fallecida en el año 1889, caso con María Blangino, de nacionalidad Argentina, de 18 años de edad, nacida en Florida, domiciliada en Rosa, de profesión “su casa”, hija legitima de Esteban Blangino, de nacionalidad italiano, agricultor, domiciliado en Rosa, y de Rosa Bernardi, de nacionalidad italiana, de profesión “su casa”, domiciliada en Rosa". (Según este Acta, el apellido Blengino aparece como Blangino).
Del matrimonio de Pietro Albani y María Blangino nacieron 12 hijos de los cuales 3 fallecidos: María Antonia (1910), Ángel, Ángela, Valentina Rosa, Lucia Esmeralda, en el octavo parto nace Carolina Luisa (16 de Octubre de 1921), Rosa Irma (1924), Enriqueta Lidia y Bautista (1928).


Pedro Albani, fue Presidente Comunal de Colonia Rosa en dos oportunidades:* Desde el 2 de Enero de 1916 -Acta N°1-F 82- hasta 1919.


* Desde el 1 de Enero de 1926 -Acta N°1-F 9- hasta 1927.

El Acta de Defunción N° 6 del Registro Civil de San Cristóbal, certifica que:"Pedro Albani, “murió de septicemia carbunclosa en Colonia Rosa, el 8 de Mayo de 1929, a las 11 horas, a la edad de 44 años. Compareciendo el 9 de Mayo de 1929, a las 8 horas, ante el Jefe del Registro del Estado Civil Antonio De Rossi, José Cavero López, maestro de escuela, de 50 años, Fortunato Vignati de 34 y José Tosco de 24, confeccionándose el Acta N° 6" (Expte. N° 52477 – Pedro Albani)
La lapida sobre su tumba en el Cementerio de Colonia Rosa dice textualmente: "QEPD – Pedro Albani – Fallecio el dia 8 de Mayo de 1929 a la edad de 44 años – Sus hijos Angel, Angela, Maria, Valentina, Esmeralda, Carolina, Rosa, Enriqueta y Bautista le dedican este recuerdo".


V - CONCLUSION


Despues de la investigación el cuadro de situación de los Albani establece lo siguiente:
ALBANI BATTISTA o GIOVANNI o FRANCESCO, nació en 1848 en Provincia de Bergamo, caso con Maria Cagliani y falleció el 13 de Agosto de 1921 en Colonia Rosa (SFE), a la edad de 76 años.
CAGLIANI MARIA, casada con Francesco (Battista) Albani, falleció el 28 de Febrero de 1888, en Via Carvisi 5, Terno. Era nacida en Calco , no se sabe cuando y donde haya nacido.
ALBANI MARIA CATERINA, nació en 1878 en Provincia de Bergamo, caso con Carlos Sangalli el 30 de Agosto de 1892 a los 14 años de edad y murió el 8 de Junio de 1935 en Progreso (SFE).
ALBANI MARIA CAROLINA, nació el 28 de Agosto de 1880 en Terno d’ Isola (BG), caso con Ubaldino Pacheco y falleció el 9 de Octubre de 1962 en Hersilia (SFE) a la edad de 82 años.
ALBANI PIETRO, nació en 1885 en Provincia de Bergamo, caso el 12 de abril de 1909 con Maria Blangino y falleció en Colonia Rosa (SFE), el 8 de Mayo de 1929 a la edad de 44 años.
Nota: Con referencia a mi abuelo materno ALBANI PIETRO, con fecha 23 de mayo de 2013, a las 08:59:51 hora argentina, el Sr. Enrico Limonta del Ufficio Servizi Demografici del Comune di Terno d'Isola, me informa -mediante correo electronico- que ALBANI PIETRO PAOLO nacio en el mes de junio de 1883, siendo su padre FRANCESCO y su madre CAGLIANI MARIA.
Estos ultimos datos determinarian que, ALBANI PIETRO PAOLO, podria no ser "hijo legitimo" de Battista o bien que su padre se llamaba Francesco Battista, asimismo esto confirma que Pietro tenia 5 años cuando llego a la Argentina.