"Escribid con amor, con corazón, lo que os alcance, lo que os antoje. Que eso será bueno en el fondo, aunque la forma sea incorrecta; será apasionado, aunque a veces sea inexacto; agradará al lector, aunque rabie Garcilaso; no se parecerá a lo de nadie; pero; bueno o malo, será vuestro, nadie os lo disputará; entonces habrá prosa, habrá poesía, habrá defectos, habrá belleza." DOMINGO F. SARMIENTO



sábado, 11 de septiembre de 2010

DR. ALESSANDRO TEDESCHI: BAJO DOS BANDERAS

“La guerra no sería una aventura tan molesta –dijo un oficial alemán a un periodista, en 1915- si pudieran suprimirse los heridos”.
El corresponsal, sorprendido, le inquirió: “Como suprimirse?”
“Si señor. Muchas victorias se pierden por los heridos. Por ellos también se sufren muchas derrotas.” Afirmo el soldado.
En efecto, parecía ser así, porque ni los carros de municiones, ni los trenes de pertrechos, ni las columnas de cañones -que iban y venían silenciosamente- hacia y desde el frente de la batalla, dificultaban el desarrollo de la guerra como lo hacían los heridos.
Sin embargo, hasta en el propio frente ha habido anécdotas que reflejan el abnegado trabajo de los soldados de la Cruz Roja de todos los países beligerantes.
Una de ellas cuenta que el 2 de setiembre de 1915, año en que entro en guerra Italia contra el Imperio Absurgico, una batería en reposo vio avanzar, desde las montañas, una patrulla austriaca que con facilidad podría haber destruido completamente con proyectiles “shrapnells” de fragmentación.
“Por que no tiramos capitán? Pregunto un artillero. a lo que su comandante le respondió: “porque allá adelante están los compañeros de la Cruz Roja recogiendo los heridos austriacos y algún proyectil podría explotar sobre ellos. Es preferible arriesgar a una derrota que cometer el crimen de asesinar heridos y médicos”
Para Italia, durante la Gran Guerra 1915-1918, los heridos fueron sagrados, pues eran considerados pedazos vivientes de la Patria.
A aliviar y curar esos retazos sufrientes de la Patria, fueron los estudiantes de medicina, los enfermeros y los médicos italianos de todas partes del mundo.
Este es el caso del Profesor Doctor Alessandro Tedeschi. Este médico y docente, era nacido en Livorno (Toscana) y había estudiado medicina en la Universidad de Pisa, graduándose en 1889.
Al año siguiente trabajo con el científico alemán Wirchow en Berlín y regreso a Italia. En 1893 fue nombrado profesor de Anatomía Patológica de la Universidad de Siena y en 1894 gana el concurso de anatomo - patologo del manicomio Chiarugi de Florencia.
En 1898 fue nombrado profesor extraordinario de anatomía –patológica en la Universidad de Cagliari y en 1899 es convocado desde la Argentina para fundar y dirigir el laboratorio de esa disciplina del Hospital de Alienadas.
Retorno a Italia varias veces, la primera en 1902 regresando a Buenos Aires en la Primera Clase del famoso vapor “Sirio”, el 13 de mayo de ese año.
La segunda a fines de 1906, volviendo el 9 de Junio de 1907 a bordo de la nave Lombardia, en Primera Clase.
Al entrar Italia a la Primera Guerra Mundial, el Doctor Tedeschi, médico del Hospital Italiano de Rosario se alisto en el ejército italiano.
El Rey de Italia le confirió el grado de Mayor y el General Cadorna, Comandante en Jefe de las Fuerzas Armadas, lo destino a dirigir el Hospital de Campaña N° 206 del Tercer Ejercito del Carso, comandado por el Duque de Aosta, Emanuele Filiberto.
Por su brillante desempeño fue ascendido a Teniente Coronel y al finalizar el conflicto retorno a la Argentina asumiendo su cargo de cirujano jefe del Hospital Italiano de Rosario.
Fue un gran colaborador de la colectividad italiana por lo que mereció ser condecorado como Gran Oficial de la Corona de Italia y Caballero de San Mauricio y San Lázaro.

miércoles, 1 de septiembre de 2010

L’ARGENTINA VISTA DA UN RAGAZZO LOMBARDO-PIEMONTESE

Federico Compiani, figlio di Ennio e Silvana Ressia, è un ragazzo fossanese che abita in via Maccalè di Borgo San Bernardo e visita per la prima volta Rafaela, fino al 6 settembre.
Di solito, quando dei ragazzi italiani vengono giù da noi, ci pensiamo a loro e cerchiamo di fargli un’intervista per saperne qualcosa in più.
Combinare un’appuntamento con Federico mi è stato ancora più semplice di quanto lo pensavo perche lui frequenta la stessa Scuola Tecnica in cui lavoro da anni.
Anzi, accettò pure l’invito a visitare il Corso d’Italiano basico che si svolge quest’anno presso il Centro di Formazione Professionale (foto con Gabriela ed Ariel, allievi del corso).
Federico è alto circa 1,65, buone forme fisiche, molto formale e chiaro nell’esprimere i suoi concetti.
Assieme Mariano Daniele, il suo ospitante, si è seduto in Sala Professori davanti a me, pronto a rispondere alle mie domande.
Mi racconta che suo padre è cremonese, cioè di origine lombarda, mentre la mamma è di origine piemontese di Cortemiglia.
I Compiani hanno -a Fossano- un’azienda famigliare di commercializzazione di pneumatici che gestiscono i genitori Ennio e Silvana. La famiglia di Federico si completa con Niccolò, suo fratello maggiore, che oggi ne ha ventuno anni.
Il motivo della sua presenza nella nostra città è lo scambio di cooperazione tra l’ITIS di Fossano e la Scuola Tecnica N° 460 di Rafaela, nell’ambito del gemellaggio tra le due città in vigore dal 1996.
“La famiglia Daniele è molto ospitale e generosa, da loro mi sento a mio agio, non mi fanno mancare niente, proprio come se fossi a casa mia” dice Federico sulla famiglia che lo ospita a Rafaela.
“I Ragazzi argentini sono più aperti dei nostri, da noi è più difficile stabilire un rapporto di amicizia in Italia, qui invece nel giro di pochi giorni ero già uno di loro” continua Federico.
“Prima di venire giù pensavo di trovare persone più diverse di quello che davvero sono, ma l’Argentina, come luogo, è un po’ come me lo aspettavo, pianure immense, meravigliose cascate, colline nell’entroterra e grosse città come Buenos Aires, insomma particolare e diverso, sorprendente” -e aggiunge- “pensavo ad un Paese più arretrato ed invece ho trovato uno tecnologicamente come il nostro in molti aspetti, benche non ci sono treni, però se la cavano bene con gli autobus”.
Alla domanda sull’insegnamento tecnico in Argentina a confronto dell’Italia, il giovane risponde: “A mio avviso l’apprendimento è abbastanza simile al nostro, le competenze sono quasi le stesse benché in Italia si lavora di meno sul piano pratico e più su quello teorico. Per quanto riguarda la disciplina, in Italia è più rigorosa di qui, mai si scherza con il professore, il rapporto in somma è più freddo e formale”.
A Federico piace il basket, più del calcio, e riunirsi con il gruppo giovanile del borgo al cui appartiene –San Bernardo- che organizza diverse attività comprese passeggiate e gite in campagna.
In conversazione con alcuni alunni del corso, Federico ha ammesso che “un giovane deve seguire una carriera universitaria sempre e quando sia certo di quello che vuole fare in futuro, io non condivido quello che fanno molti giovani italiani che frequentano l’università solo per essere mantenuti dalle loro famiglie”.
Com’è andato a finire Federico dalla famiglia Daniele? Capita che, nel febbraio scorso, Mariano si era fermato a casa Compiani per un bel mesetto.
“Ero anche preoccupato perche non conoscevo la lingua invece nel giro di tre o quattro giorni mi sono integrato e sono riuscito a comunicarmi con gli amici più di quanto lo pensassi” -dice Fede esultante- “Conoscere due realtà cosi diverse contribuisce ad aprire di più la mia mente, a scoprire altri nuovi punti di vista”.
Una delle abitudini più caratteristiche degli argentini è senz’altro il mate. Un’infusione che a molti sembra un’abitudine antigienica perche ognuno, al suo turno, succhia dalla stessa cannuccia.
Cosa ne pensa Federico al riguardo: “il mate, anche se un’abitudine po’ strana, permette un approccio personale più diverso dal nostro, meno formale ma più sincero, insomma mi è piaciuto tanto sia caldo che freddo, sempre con un po’ di zucchero ”.
Quando è che rientrerai in Italia?
“6 settembre parto da Buenos Aires per Roma, il 7 arriverò a Torino Caselle e dall’8 in poi riprenderò la mia vita, però non dimenticherò mai questi meravigliosi giorni passati a Rafaela”.
La partenza di Federico lascerà senz’altro un vuoto tra i suoi amici rafaelini, perciò Mariano chiude la nostra intervista con un sentito pensiero: “Federico tornerà a casa sua e noi rimarremo un po’ tristi”.

sábado, 21 de agosto de 2010

IL "NUOVO TEATRO" CAPOLAVORO ITALIANO A CORDOBA

Esistevano già altri teatri nella città mediterranea tali come il Teatro Progreso (1877), l’Edén (1887 nei pressi di San Vicente) e l’Argentino (1889).
La decade dell’80 porto a Cordoba altri importanti capolavori di architettura tra cui il Banco Provincia, il Palacio Legislativo ed la Diga San Roque.
Il Teatro “Nuovo” cominciava ad edificarsi nel 1887, sui disegni dell’assai famoso architetto italiano Francesco Tamburini, autore tra l’altro della Casa Rosada (sede del Governo nazionale), il Teatro "Colón", il Banco de la Provincia de Córdoba, l’Ospedale di Clínicas ed il carcere “Penitenziaria”.
Questo teatro era stato pensato come esempio dell’architettura del liberalismo. La classe governante voleva che gli edifici ufficiali, destinati all’attività sociale o culturale, fossero di un’architettura classica, spettacolare e più comoda, completamente diversa da quella coloniale più modesta e persino povera.
All’architetto Giuseppe Franceschi gli fu affidata la direzione dei lavori di cantiere, con uno stipendio di 200 pesos.
Il progetto del Teatro Nuevo era basato nei teatri europei di stile manierismo-palladiano con degli impianti più moderni e avanzati.
Antonio subirà fece il pavimento di legno sulla platea e ornamenti. Nel 1889, porterebbe anche dall’estero la decorazione per le opere Mefistofele, Aida e l’Africana.
Arturo Piccinini alla volta provvede l’arredamento, importando dall’Europa mobili di grande lusso che furono distribuiti dal primo piano al Paradiso.
All’artista Arturo Nembrini Gonzaga (chi decorasse l’antica sede centrale del Banco de la Provincia), gli fu affidato realizzare, nel 1888: le statue e i bassorilievi sulla loggia superiore della facciata; la decorazione (di stile pompeiano) della volta centrale, la loggia del Paradiso e le porte dei palchi come pure adornare il soffitto e le mura della loggia e del pianoterra.
Il passo del tempo e la trascuratezza ufficiale fecero si che molte queste meravigliose opere d’arte si persero.
Nel 1978, nel rifare parti dell’edificio, furono scoperte nel sotterrato, filigrane a stile di quelle esistenti sul soffitto del foyer.
Vittorio Consigli fece montare un dispositivo meccanico che con due persone faceva alzare il pavimento della platea a diversi livelli fino a quello del palcoscenico, a seconda della scenografia proposta. Smontate le poltrone, quell’ingegnoso dispositivo serviva anche per gli eventi sociali (da sala da ballo oppure per i banchetti) che spesso si offrivano ai Presidenti come Figueroa Alcorta, Roque Sáenz Peña, Uriburu e A. P. Justo. Anche il Principe Umberto Primo di Savoia fu onorato qui, in sua visita a Cordoba.
Feste di matrimonio e funerali sociali importanti, come quello del socialista Deodoro Roca, ebbero pure luogo al Teatro Nuovo.
Dai lavori di rifacimento del 1978, il dispositivo meccanico del pavimento rimase fuori servizio causa del passo dei tubi di riscaldamento sotto la platea.
Teodoro Flandín tenne a bada gli impianti elettrici cui energia era fornita da un gruppo elettrogeno proprio. Gli attrezzi erano stati portati dalla Francia e la Germania.
Nel 1890 Nembrini Gonzaga continuava a dipingere angioletti, donne ricoperte da vaporosi abiti e friggi con dei fiori esotici.
Tutto era già finito ma il teatro non apriva ancora le porte, attendeva un’iniziativa imprenditoriale per portare un’opera famosa.
Notevole la differenza di qualità delle finiture di ogni livello destinato al pubblico. Ciò si capisce dalla selezione di gerarchie sociali del XIX secolo che l’architettura esprime.
Il teatro conta una superficie di 3640 m2 e una superficie coperta complessiva di 11700 m2, una capienza di 1077 persone, 383 in platea, 22 in palchi alti, 20 in palchi bassi, 174 in cazuela, 152 in tertulia e 200 in paradiso.
Un giornalista di “La Libertad” battezzava il Colosseo appena finito con il nome di Teatro “Rivera Indarte”, in ricordo di un poeta paradossalmente con poco legame alla vita locale, fino a meta del XX secolo.
Nel 1950, anno in cui erano ricordati i cento anni della morte del Liberatore Generale San Martin, il governo peronista, capricciosamente, decise ribattezzarlo Teatro "Del Libertador General San Martín". Dopo la caduta di Peron, nel 1956, un altro decreto provinciale riconsegna la prima nominazione fino al 1973 in cui, ancora da un decreto riprende il nome di Teatro "Del Libertador General San Martín" definitivamente.
Al meno finora.
Dal 1895 in poi si presentarono sul suo palcoscenico violinisti di livello internazionale, illusionisti, artista nota come Luisa Tetrazzini a parte del tenore napolitano Enrico Caruso, Lola Membrives, Lugi Pirandello, Libertad Lamarque e altri.
Il “Libertador” è una mostra viva della storia della città mediterranea, della società, delle sue abitudini e dell’ingegno italiano.

martes, 3 de agosto de 2010

SULLE TRACCE DEGLI AVIATORI ITALIANI IN ARGENTINA

"Volare a ritroso sulle ali della Storia, uomini e donne che hanno fatto del cielo la loro terra. Nomi sconosciuti e prodezze uniche. Ancora una volta la nostra bandiera sfreccia e lascia una scia indelebile nella memoria, una fantastica ricerca del nostro corrispondente Jorge Garrappa"
(Patrizia Marcheselli)


Moltissimi piloti italiani lasciarono le loro tracce anche nei cieli argentini.
Già all’inizio del XX secolo, Giuseppe Silimbani e sua moglie, Antonietta Cimolini, lasciavano sconvolti gli spettatori di ogni località dove si esibivano, fino alla tragica scomparsa della Cimolini, nel 1904, quando precipitò nelle acque del Río de la Plata.
La Cimolini era nata nel 1878 a Casola Valsenio, provincia di Ravenna. Appena ventenne, sposò Giuseppe Silimbani, originario di Forlì, di professione fornaio, tenore dilettante e sportivo in molte discipline.
Il 30 gennaio 1910, un altro italiano, Riccardo Ponzelli, volava per la prima volta con un aereoplano Voisin di 50 HP.
Il 10 agosto 1912 si creava la Escuela de Aviación Militar (Scuola dell’Aeronautica Militare), alle dipendenze del Ministero di Guerra, e il 19 gennaio 1913, moriva il Tenente Emanuele Felice Origone, a causa di un incidente aereo, il primo martire dell’Aeronautica Militare Argentina. Era figlio di Raffaello Origone (o Origoni), di origine genovese e di Dolores Pereira.
Il 10 Novembre 1913, il pilota Ernanni Mazzolenni assieme ai tenenti Pedro Campos e Agustín Varona e il Signor Carlos Borcosque salì su un aerostato per le località di Belgrano e Antonio Carboni percorrendo i 115 km in 18 ore e 55 minuti, record di durata in mongolfiera.
Nel 1919, Virgilio Mira, accompagnato da Antonio M. Biedma, vola fra El Palomar e Montevideo nel suo monoplano Mira - Golondrina. Era nato a Taino nel 1890. Emigrato con il padre in Argentina, conseguì il brevetto di pilota nel 1915 e si dedicò a questa attività per ventidue anni. Si esibì in numerose manifestazioni acrobatiche con un apparecchio Bleriot da lui modificato a cui aveva imposto il nome di Golondrina (rondine). La sua spericolatezza nel pilotaggio gli valse l’appellativo di “El Loco” Mira, (il pazzo Mira). È stato un pioniere dell’aviazione argentina e un geniale inventore, studiò un nuovo tipo di elica.
Il 18 novembre dello stesso anno, il Tenente Antonio Parodi si elevò da El Palomar fino a 6.300 metri di altitudine, con un biplano Ansaldo SVA 10.
Nel 1925, il Tenente Pietro Zanni, nato il 12 de marzo 1891, intendeva circonvallare il globo terrestre percorrendo 19.320 chilometri tra Ámsterdam e Tokio, in venticinque giorni di volo, assieme al suo inseparabile capo meccanico Filippo Beltrame. In quel momento, quattro nazioni contendevano di essere le prime a fare il giro del mondo in aeroplano: gli USA, il Portogallo, il Regno Unito e la Repubblica Argentina.
Nel 1932, Giorgio E. Aiello, inventore e pilota, intendeva realizzare in Moreno il primo volo di prova su un aereo di sua invenzione, un monoplano senza coda Aiello motore Clerget di 130 HP.
Nel 1933, Carola Lorenzini (all’anagrafe Carolina Elena Lorenzini) otteneva il suo brevetto di pilota. Il 23 novembre 1941, l’Argentina perde a Carola, una delle sue più pregiate stelle durante una esibizione acrobatica intendendo realizzare un “riccio”, purtroppo mai completato. Era figlia di Giuseppe Lorenzini, calzolaio, e di Luisa Piana.
Nel 1949, il sottufficiale principale Vincenzo Bonvissuto stabilisce il record mondiale di salti con il paracadute realizzando 100 salti in solo 8 ore e 1 minuto. Il record precedente lo aveva ottenuto un altro italo - argentino, Nicolini, con 56 salti.
Il 9 novembre 2006, Bonvissuto moriva all’Ospedale Aeronautico Centrale di Buenos Aires, all’età di 89 anni e accompagnato dalla moglie Ana María.
Nel 1953 dava inizio la scuola di paracadutisti con un aereo Piper Pa II, comandato da Bruno Pandolfi e la prima brigata paracadutisti veniva cosi composta da Carlo Falisttocco, Aldo Ferrari, Isidoro Añon, Leandro Sanis e Nelly Lazo Cañuelas.
Persino l’aviatore bresciano, con il brevetto di pilota numero 2 in Italia, Bartolomeo Cattaneo sorvolò a lungo i cieli del Sudamerica. Questo pioniere del volo, allievo di Blériot, compagno di Natham, Farman, Voisin, Chavez, Garros, Santos Dumont e Calderara, era nato a Grosio -in Valtellina- il 30 gennaio 1883 dove i genitori si erano temporaneamente trasferiti per lavoro. La sua prima infanzia la trascorse a Vico, frazione di Edolo in val Corteno, presso i nonni materni Margherita e Gio Battista Perlotti. Cattaneo si trasferisce in Argentina anche per promuovere l’ aereo, il 5 novembre 1910 fa il primo volo sulla Capitale dello Stato partendo dal campo aereo El Palomar con il Bleriot XI e il 16 dicembre 1910, dopo forzati rinvii si cimenta con pieno successo nella prima trasvolata del Rio de la Plata, 90 chilometri da Buenos Aires Argentina, a Colonia, in Uruguay.
A ricordo, il Municipio di Colonia fece coniare una medaglia d’oro dell’avvenimento con la seguente scritta: «La Intendencia en representaciòn de la Municipalidad de Colonia a Bartolomé Cattaneo en testimonio de admiraciòn por su vuelo de Buenos Aires al Real de San Carlos. Diciembre 16 de 1910».
Si trasferì poi in Brasile dove si trova tra i fondatori della VASP, compagnia aerea civile brasiliana, di cui é anche comandante, volando sulla tratta San Paulo - Riberao Preto. Cattaneo non tornerà più in Italia e muore a San Paolo il 2 aprile 1949.
Come dimenticare il Tenente Marco Antonio Zar, fondatore dell’Aviazione Navale Argentina, nato nel 1891 e scomparso nel 1955. Prese parte, alla Grande Guerra 1914/18, alle dirette dipendenze della marina militare statunitense in Europa. Dopo ventotto missioni di guerra, il 5 ottobre 1918, s’inserì alla Scuola dell’Aviazione Navale con sede nel Lago Bolsena (Viterbo), al nordest di Roma. Li otteneva il brevetto di pilota da caccia. Vive a Londra per poi tornare ad Orbetello (Grosetto) in Toscana. Nelle basi dei Caproni a Cascina Costa e Cascina Malpensa –nell’alto milanese-, fece il corso d’idrovolanti e poi, trasferitosi a Fiumicino, il corso di pilota di dirigibili.
Si potrebbe aggiungere molto di più riguardo i piloti argentini di origine italiana e non. Ad esempio, si sa poco sui circa 600 piloti volontari, arruolati alla Royal Air Force (RAF), alla Royal Canadian Air Force (RCAF) o alla Royal Navy (RN), che combatterono contro la Luftwaffe tedesca durante il secondo conflitto mondiale. Al comando degli Spitfire, Hurricane e Mosquito, bombardieri Lancaster e Stirling parteciparono alla Battaglia dell’Inghilterra, Africa settentrionale, il Mediterraneo o il “Day D”, con lo Stormo 164 “Argentine-British”. Di loro, quasi 140 morirono, nove in prigionia e cinquantasei furono decorati.
Furono decorati anche altrettanti piloti italo - argentini che combatterono nelle Malvinas come: Rubén Sassone, pilota di Pucará, Norberto Di Meglio, pilota di Mirage V Dagger, Horacio Giagischia, pilota d’elicottero CH 47 Chinook, Jorge Oscar Ratti, pilota di Mirage V Dagger, Guillermo Owen Crippa, pilota di Aermacchi MB-339, Carlos Alberto Molteni, Rafael Gustavo Molini oppure Jorge Alberto Philippi.
Insomma è stato immenso il contributo degli italiani -fatto anche con sangue- allo sviluppo delle ali argentine.

sábado, 5 de junio de 2010

BICENTENARIO: ANACRONISMO O APERTURA AL FUTURO?

Riflessioni sul Bicentenario scritte a quattro mani: firmano Giorgio Garrappa, collaboratore storico del Portale dei Lombardi nel Mondo e Jorge Luis Garrappa, Giovane corrispondente Lombardo del Portale. (Marta Carrer)
Quando la nostra caporedattrice ci ha chiesto di scrivere per il Portale dei Lombardi nel Mondo un articolo sul Bicentenario della Rivoluzione del Maggio 1810, abbiamo subito risposto di sì.
Ci sono venute in mente mille cose, tante da scrivere almeno un saggio, perché in questi 200 anni, la Patria degli argentini, ha vissuto gli avvenimenti più belli e ha subito le più brutte vicende.
Certo, come tutte le nazioni del mondo.
Abbiamo pensato di scrivere sulle contraddizioni tra il modello di Paese della Prima Giunta di Governo e questo attuale.
Abbiamo pensato a Mariano Moreno, forse il vero rivoluzionario del Maggio 1810, che morì, in alto mare, della stessa “malattia” di Napoleone a Santa Elena.
Abbiamo anche pensato al primo Presidente della Repubblica, Bernardino Rivadavia, che oltre a ostacolare la campagna militare di liberazione americana del Generale San Martin, concepì il primo prestito della “Baring Brothers” inaugurando il debito esterno argentino.
Poi ci siamo accorti che fanno legione gli storici, i ricercatori e i revisionisti -da un lato e dall’altro- che hanno versato fiumi d’inchiostro su questi argomenti, meglio di noi.
Il peggio è che nonostante ciò, invece di contribuire all’unione degli argentini hanno mantenuto il fuoco acceso e hanno fatto si che non potessimo ancora trovare la strada giusta da percorrere per andare avanti.
A poche ore del compleanno numero 200 della Repubblica, sentiamo di dover fare una scelta, perché scrivere una storia è sempre una scelta.
La prima cosa da dire a questo punto è che, l’Argentina, è un Paese molto fortunato e mai dimenticato da Dio.
Il Creatore ci ha regalato tutto, anche troppo: fiumi, montagne, mare, pianure, dirupi, cascate, ghiacciai, clima diverso… e tutto alla grande, proprio da fare invidia.
Ci ha voluto allontanare dalle micidiali pieghe delle guerre mondiali che hanno lasciato milioni di morti ed interi Paesi assolutamente ridotti a macerie.
Ci ha dato pure un popolo cosmopolita, capace di arrangiarsi anche con gli strumenti più semplici e primitivi.
Popolo che, con determinazione, resiste ancora agli attacchi che cercano di sfondare l’ultima linea dei valori cristiani della società americana.
Ecco perché Giovanni Paolo II, in visita ecumenica nel Sudamerica disse: “L’America latina è il continente della speranza”. In altre parole questo messaggio significa: uniamoci saldamente e tutti insieme accendiamo il faro della speranza segnando così il cammino di un mondo migliore, più solidale, sempre più giusto.
Invece, con rammarico guardiamo indietro e vediamo che non siamo stati capaci di capire questo messaggio e abbiamo sbagliato una ed un'altra volta…
Abbiamo lasciato fare qualsiasi cosa, senza aver reagito in tempo ed il Paese è andato irrimediabilmente fuori strada.
Perché ce ne siamo fregati di tutto e abbiamo protestato solo quando ci hanno messo la mano in tasca?
Perché ci uniamo solo per tifare la nazionale di calcio e non per obbligare i nostri dirigenti a fare il loro dovere?
Perché una volta ed un’altra ancora scegliamo quelli che poi saranno i “boia” della nostra società e del nostro destino?
Perché dopo una nuova frustrazione siamo pronti a negare la nostra responsabilità dicendo “io non l’ho votato”?
Purtroppo saranno figli e nipoti a subire le conseguenze delle nostre irresponsabilità.
Davvero non avremmo voluto fare nessun riferimento alla politica quotidiana del Paese perché pensavamo che almeno per il bicentenario, fossero dimenticati i soliti scontri politici tra governo e opposizione che non servono proprio a niente.
Abbiamo sbagliato perché la Presidente ha deciso di non invitare né il vicepresidente né gli ex presidenti vivi alla cena con 200 personalità che ha avuto luogo alla Casa Rosada come se loro non fossero parte della storia argentina… neppure lei assisterà all’inaugurazione dei restauri del Teatro Colon per non incontrarsi, a faccia a faccia, con il Capo del Governo della città di Buenos Aires…
Detto tutto.
Comunque vogliamo finire con un messaggio di speranza e di pace. Abbiamo tutti gli ingredienti per fare una Nazione sul serio…
Mettiamoci a costruire il paese sognato dagli antenati italiani, spagnoli, svizzeri, tedeschi, francesi ed altri che erano venuti da tanto lontano per fare un’Argentina grande, sviluppata, fraterna per tutti gli uomini che vogliano vivere in questa parte del mondo.
Le parole del filosofo Ortega y Gasset hanno oggi più significato che mai: Argentini…alle cose!

martes, 11 de mayo de 2010

“HO SOFFERTO PERCHE ERO UN ITALIANO…”

Queste parole di Bartolomeo Vanzetti, dette davanti al tribunale americano che lo condannò alla sedia elettrica, fa capire meglio le conseguenze della discriminazione politica e sociale a cui furono sottomessi molti italiani in cerca della “Terra Promessa” e lontano dalle loro famiglie e dalla loro Patria.
Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — io non augurerei a nessuna di queste ciò che io ho dovuto soffrire per cose di cui io non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui io sono colpevole. Io sto soffrendo perché sono un radicale, e davvero io sono un radicale; io ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano [...] Ecco il paragrafo completo dell’appello di Vanzetti -per l'ultima volta- al giudice Thayer.
Il destino volle che un pugliese di Torremaggiore, Nicola Sacco, ed un piemontese anarchico di Villafaletto, Bartolomeo Vanzetti, si conoscessero negli Stati Uniti e fossero i protagonisti di quel disgraziato maggio 1920.
La storia di Sacco e Vanzetti è assai nota per cui non vi annoierò con la cronologia dei fatti che portarono loro alla morte.
Invece volevo fermarmi un attimo solo a ricordare perché, sapendo certamente che erano innocenti, la procura cercò ostinatamente di incriminarli.
E non è che non sapessero chi fosse il vero assassino, in realtà non volevano condannare un delinquente anglosassone ma due poveri latini emigrati, su cui nessuno avrebbe mai chiesto niente.
A parte questo, sia la polizia che la procura, dipendenti dei capitalisti che si servivano della mano d’opera degli emigrati, dovevano compiere il loro servizio di togliere di mezzo tipi come Vanzetti che disturbavano sempre di più diffondendo le idee anarchiche tra gli operai.
E il giudice Thayer prese il posto di Pilato davanti alla scelta tra Barrabba e Gesù e, come era d’aspettarsi, scelse di lavarsi le mani dopo aver mandato a morte due italiani innocenti.
Quando si compirono i 50 anni di quella vergognosa decisione, nel 1977, Michael Dukakis, governatore dello Stato del Massachusetts, riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel processo e riabilitò completamente la memoria di Sacco e Vanzetti.
Come ho detto spesso da questo tribuna, c’è sempre un italiano in ogni evento importante dell’umanità, Sacco e Vanzetti con la loro sciagura, riuscirono a cambiare drasticamente la società americana nei confronti degli italiani e dei lavoratori.

domingo, 9 de mayo de 2010

UEI...PAESANO...L'INNO DEGLI ITALIANI NEL MONDO

Il 25 dicembre 2003, il creatore dell’inno degli emigrati italiani in Argentina moriva di polmonite in un ospedale di Albuquerque, New Mexico (USA).
Un anno dopo la scomparsa del Trovatore degli emigrati italiani, scrissi un articolo per il Giornale dell’Isola, che comanda il mio grande amico, Gabriele Previtali.
A quel punto ero certo che le parole della canzone Ue! Paesano attraversavano il cuore e l’anima di ogni italiano che le ascoltassero.
Oggi sono convinto che sia questa la canzone che rappresenta gli emigrati italiani nel mondo come nessun’altra.
Nicola Paone ne aveva venticinque anni quando, davanti a Radio “El Mundo” di Buenos Aires -accompagnato da una chitarra- cantava “dal vivo” le sue canzoni a quelli che passeggiavano per strada o lavoravano presso la propria “broadcasting”.
Cercava l’opportunità di farsi vedere –ed ascoltare- finché un giorno venne invitato a entrare nello studio. Per la prima volta furono tramandate alcune sue canzoni pero il grande successo avvenne con “Ue…paesano…”. Quel brano che diventerà vero “inno nazionale” degli emigrati italiani in Argentina. Le parole semplici, sentite e commoventi, rapidamente furono intonate dappertutto e da tutti.
La prima stroffa, dopo chiamare l’attenzione dei paesani, ci racconta perche gli italiani dovevano abbandonare l’Italia:
L’Italia è piccolina,
c’è gente in quantità
e questa è la rovina
che non si può campar
Le piccole dimensioni di un territorio sovrappopolato sono, secondo lui, la rovina che non si può campar”.
A parte questo, le brutte condizioni di vita, facevano si che, agli italiani, suonasse come un bel “canto di sirena” quello di: “All’ estero si sta meglio di qua e si può guadagnare bene”… e Nicola scrisse:
Ogn'uno vuole andare
all'estero, si sa,
per guadagnare del pane
per babbo e per mammà
Il prezzo era comunque altissimo:
E lascia la famiglia
di casa se ne va.
Guadagna il pane sì
ma perde la felicità
Bisogna rendersi conto del dolore e la sofferenza subite delle persone strappate dai loro cari per andare ad inserirsi in una realtà cosi diversa, per un pezzo di pane...
Nel passato, forse la più dura punizione era l’esilio e, benché questo “esilio” fosse diverso perche “volontario”, l’avventura di buttarsi al vuoto per ritrovare la speranza perduta, ci stava.
Spose e mamme che avevano perso loro cari in guerra, non volevano più che un figlio fosse mandato ad una prossima guerra che senz’altro ci sarebbe, più tardi o più presto, e con tutte le sue piaghe. Purtroppo ebbero ragione, la guerra riscattò ancora una volta e raddoppio i milioni di morti di quella prima.
Il ritornello fa intravedere la preoccupazione di sapere su degli altri: Ue…paesano, come sta…? Perche questa domanda?
Vuole dire che facevano finta di stare bene, anche se non ci stavano mica bene?
Forse sì.
E’ anche vero che la solitudine e l’isolamento dei primi tempi si sentivano di più e tutti capivano che ci voleva stare vicino all’altro appena arrivato.
Lei sa che quel che dico è verità...
Passa per le vie del mondo,
vede un tipo che è italiano,
vada a stringergli la mano
chissà in cuor che cosa ci ha...
Paone raccomanda stare vicino loro intanto che italiano…fargli sapere della condizione d’immigrante e contemporaneamente voler sapere su di lui e su dell’Italia mai scordata.
Gli emigrati infatti, avevano una grande preoccupazione per la salute dei genitori, piuttosto anziani, rimasti oltre oceano. La lettera era l’unico mezzo di sapere qualcosa su dei parenti lontani.
Anche se le cose non fossero andate come programmate nessuno avrebbe voluto portare nessun dispiacere ai suoi cari
Inchiostro carta e penna.
Carissima mammà
io qui sto molto bene,
non ti preocupar
E tu dimmi come stai
e come sta papà.
Ti prego di rispondere
e non mi far aspettar
Dopo qualche mese, faceva paura aprire la posta in arrivo, perche la più dolorosa notizia di tutte, quella mai voluta, potrebbe venire cosi informata…da un freddo pezzo di carta…cosi di un tratto…come un secchio d’acqua fredda sulla schiena…
E aspetta aspetta
un giorno una lettera ci stà,
e una sorella dice
che non c’è più mammà...
Allora, il dolore infinito e l’impotenza invadevano il cuore e l’anima dell’immigrante che, in solitudine, piangeva anche per il rimorso d’aver preso quella decisione.
Queste pene e disagi dovevano comunque unire di più gli italiani all’estero
Ma lei è forse piemontese,
lombardo, genovese,
è veneto, giuliano, tridentino, emiliano,
delle marche oppur toscano,
forse umbro mio paesano,
dall'abruzzo, dalla materna,
quella nostra Roma eterna
È di Napoli, pugliese,
forse sardo o calabrese,
lucano, siciliano.
Cosa importa, è italiano!
E se è italiano basta già!
Paone richiama la fratellanza fra gli italiani al di là delle differenze regionali o culturali, chiede dimenticare gli scontri fra “terroni” e “polentoni” perche, alla fine, tutti facevano parte della stessa avventura di “rifondare” un’Italia lontana senza divisioni né distinzioni…senza dimenticare la terra natia e avendo sempre la speranza di tornare a visitare parenti ed amici:
Perché l'Italia è tutta bella
e anche questo è verità,
senza alcuna distinzione.
Dia la mano e venga qua...
Nicola Paone, figlio di un immigrante siciliano -minatore di carbone- era nato a Barnesboro (Pennsylvania) Stati Uniti, il 5 ottobre 1915.
Sua famiglia rientrò in Sicilia quando ne aveva solo cinque anni, poi Nicola tornò negli Stati Uniti a quindici anni già nazionalizzato italiano ed essendo contadino.
La depressione lo porterà in Argentina, Paese in cui divenne l’artista più popolare del decennio “peronista”.
Le sue canzoni fecero ridere e piangere a tutti gli emigranti italiani ed ebbero grande successo in tutto il Sudamerica come negli Stati Uniti. I suoi successi furono “La caffettiera”, “C'è chi la vuole cotta, c'è chi la vuole cruda” tra l’altro.
Nel 1953 si fa il film Uei Pesano sotto la regia di Manuel Romero e con la partecipazione di attori come Cayetano Biondo, Fernando Borges, Osvaldo Bruzzi, Susana Campos e Gregorio Cicarelli.
In quel film, Nicola Paone, fece la musicalizzazione e la storia gira intorno agli emigrati nei confronti degli argentini.
Nel Maggio del 1954, Cesco Tomaselli -giornalista del “Corriere della Sera”- scrisse che funzionari del Governo di Juan Domingo Peron, minacciato da un colpo di stato, lo avrebbero costretto a calmare la folla -di oltre 500.000 persone- riunita sull’Avenida 9 de Julio.
Paone venne introdotto, di nascosto, in un’ambulanza per cantare “Ue... Paesano”, cui parole richiamano la fratellanza fra tutti gli immigranti.
Perciò, nel 1955 fu proibito dalla chiamata “Rivoluzione Libertadora” e forzato ad abbandonare il paese, negli anni ´50 conquistò tutt’i palcoscenici del Nord America, incluso il famoso Palace RKO (Radio Keith Orpheum) ed il Paramont Theater of New York.
Sposò Delia e con lei ebbe un solo figlio: Joseph Paone -detto “Joe”- e due nipoti, Nicola (Nick) Paone ed Elizabeth (Beth) Paone Fuller.
Nel 1958 aprì il Ristorante Italiano “Nicola Paone”, sulla 34 St. della “Grande Mela”, per dedicarsi alla gastronomia per oltre 40 anni. A parte il cibo tipico italiano, la sua cantina è famosa per la selezione di vini che ha.
Politici, artisti e figure dello spettacolo come Robert Wagner o Rudolph Giuliani hanno frequentato la sua tavola.
Nel 1996 tornò in Argentina e disse in televisione: “Per andare in paradiso, dall' Argentina è più corto il cammino”.
Poi raccontò la sua storia e diede la sua ricetta di vita: “Mi sento bene e so cosa fare per non fallire, un bicchiere di vino ogni tanto, lunghe passeggiate, carezze con mia moglie, mio figlio e i miei nipotini. Canto tutte le mattine. Sono felice”.
Una delle sue ultime composizioni “Canta, Argentina, Canta”, fu dedicata al paese che lo portò al successo. “Argentina mi attira moltissimo, io l'adoro con passione e sofferenza”, disse.
Nel 1998 lasciò l'amministrazione del Ristorante al suo amico Franco Alfonso ed è stato proprio lui a spiegare che il “crollo” di Paone non ebbe origine in problemi di salute ma nella morte di suo figlio Joe, tre mesi prima della sua scomparsa avvenuta il giorno stesso di Natale.
Nicola Paone morì di pneumopatia in un ospedale di Albuquerque (New Mexico) il 25 dicembre 2003 all’età di ottantotto anni.
Da quest’umile posto di lavoro faccio appello al Ministero degli Esteri finche ascolti questa bella canzone e la dichiari Inno degli emigrati italiani di tutto il mondo.

domingo, 28 de marzo de 2010

FRATELLI PORTA: UN ALTRA TESTIMONIANZA DEL LAVORO LOMBARDO IN ARGENTINA

La settimana scorsa avevo fatto un primo racconto della storia dei primi lombardi venuti a Córdoba al termine del XIX secolo.
In questa puntata faremo una descrizione -in dettaglio- di una delle famiglie che più successo ha avuto nell’ambito dei negozi.
Con 128 anni di lavoro, la famiglia Porta ha una tradizione importantissima a Córdoba che trascende a tutta l’Argentina.
I due fondatori della società furono Vincenzo Porta e Camillo Callerio, lombardi arrivati nel 1880 in Argentina. Due anni dopo, nacque la “Porta Hermanos” (Fratelli Porta), specializzata in liquori.
Vincenzo era un professionale, membro della borghesia europea di quel momento, e aveva terreni e industrie.
Invece Camillo, aveva in Italia un’erboristeria e una farmacia. Loro due portarono a Córdoba un capitale per aprire la prima fabbrica di liquori all’interno del Paese, stabilitasi nei pressi del tradizionale quartiere San Vicente. Anzitutto, cominciarono a fare un liquore per il male di stomaco, molto simile al famoso fernet.
Dopo la Grande Guerra, quando Vincenzo e Camillo erano già abbastanza vecchi da portare avanti tutto il lavoro, arrivarono dall’Europa due figli della sorella di Vincenzo.
Il primo fu Antonio e poi Vincenzo. Loro cominciano a prendere in consegna la società fino a quando sono finalmente in grado d’acquistarla.
Quando hanno finito di pagare tutto ai suoi zii, introducono la fabbricazione di vari tipi di bevande alcoliche (amaro, marsala, grappa e anice). Nel frattempo, si sono specializzati nella produzione del "guindo" che stava di moda negli anni '30.
Nel 1923, Vincenzo Porta torna in Italia per sposarsi. Nel 1926 ritornò in Argentina, dove nacque suo figlio José. La famiglia viveva vicino la nuova fabbrica di via Alvear, in centro della città.
Lavoravano fino la domenica mattina, dove la maggioranza degli operai erano italiani, in specie calabresi e siciliani.
Negli anni ’50, José –laureato in Ingegneria- diventa capo dell’impresa che comincia ad aggiornarsi. Lui fu un imprenditore di riferimento a Córdoba che lavorò anche nel settore pubblico per promuovere l’attività industriale nella provincia.
Dal 1981 all’attualità, l’azienda è guidata dai tre figli di José: Fernando, Diego e José. Con questa quarta generazione della famiglia, e principalmente durante gli anni ’90, l’impresa inizia un periodo di forte sviluppo tecnologico e di diversificazione.
Inoltre al negozio dei liquori e l’alcol, si aggiungono la lavorazione di aceto balsamico e una distilleria moderna costruita per l’alcol di alta qualità. Si comincia anche a produrre i propri imballaggi, garantendo la qualità del prodotto finale.
Così, nel corso degli anni, divenne il primo stabilimento in America Latina ad ottenere la Certificazione ISO 9002 nella Divisione di aceti.
Come “leader” nel mercato argentino dell’alcol, nel 1997 gli fu rilasciata l’approvazione dell'ISO 9002, standard della qualità di produzione, commercializzazione e trasporto di alcol, che le consentì di fornire prodotti di qualità alle multinazionali più importanti.
In questo periodo, “Porta Hermanos” ha anche una flotta propria di camion cisterna in modo di garantire il rifornimento del prodotto. Accompagnando questa crescita, la compagnia ha trasferito l'impianto alla sua localizzazione attuale nel parco industriale di Córdoba.
All’inizio di questo millennio, l’azienda si avventura in due nuovi campi: Cosmetici e Domisanitarios (prodotti per pulire e igienizzare la casa). Entrambe le linee sono prodotte nella sua zona industriale e, con i suoi laboratori di ricerca, si fanno degli shampoo, balsami, creme per mani e corpo, gel per capelli e saponi liquidi.
Insomma e in poche parole, oggi questa fabbrica è il più grande produttore di aceto del Paese. Sono più di 300 i prodotti che fanno e che sono premiati in tutto il mondo; 40 milioni di litri e 25 milioni d’imballaggi che si producono; sono 5 le fabbriche che hanno nel parco industriale di Córdoba ed esportano a oltre i 10 Paesi, con il fatto curioso di esportare anche la vodka alla Russia.
Un’altra testimonianza del lavoro lombardo in Argentina…Complimenti!

Jorge Luis Garrappa
Corrispondente Lombardo

viernes, 19 de marzo de 2010

ANCHE CORDOBA DEVE MOLTO ALLA COLLETTIVITA LOMBARDA

Gli anni trascorsi tra il 1876 e il 1914, sono stati quelli del più grande afflusso di emigrati in Argentina e anche del reddito più elevato degli italiani.
Infatti, 1.787.000 erano arrivati dalla penisola. Di questi, l’11,5% proveniva dalla Lombardia così, gli emigrati provenienti da quella regione erano, numericamente parlando, al terzo posto, dopo il Piemonte e la Calabria, che rappresentavano il 18% e il 12,6% di tutti gli italiani, rispettivamente.
Chiaramente, i flussi migratori più grandi, venuti dalla Lombardia, hanno avuto luogo tra i periodi 1886-1890 e 1906-1910, durante gli anni d'oro dell'economia argentina.
Purtroppo, non abbiamo informazioni precise per determinare in che modo questo gruppo di migranti lombardi è distribuito tra le province argentine in generale e, in Córdoba, in particolare, dice Isabel Manachino de Pérez Roldán.
Comunque, con i dati raccolti, cercheremo di analizzare perche i lombardi si erano stabiliti pure nel cordobese oltre che ad altre parti del Paese.
La Regione Lombardia si trova nel nord d'Italia, tra il Piemonte, le Alpi e il Veneto. Essa comprende le province di Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Mantova, Milano, Pavia, Sondrio e Varese. I suoi fiumi principali sono il Po, Ticino, Adda, Oglio e Mincio, mentre i suoi laghi più grandi sono il Lago Maggiore, Lugano, Como e Garda.
Per la sua situazione nella valle del Po, la Lombardia è la regione più popolata e più ricca d'Italia, privilegio già avuto fin dal secolo scorso. Il suo capoluogo è Milano che nel 1881 superava di lunga i 300.000 abitanti.
Anni dopo, nel 1901, Milano assieme Torino e Genova, conformava il "triangolo" industriale della penisola, e la popolazione sarebbe ancora superiore a tale cifra (De Rosa 1988).
Gli immigranti lombardi arrivati a Córdoba, avevano trovato una piccola città in confronto con le principali città europee in generale e Milano in particolare.
Infatti, il capoluogo mediterraneo nel 1869 aveva 34.458 abitanti, questo numero sarebbe aumentato a 54.763 nel 1895 (48.599 argentini e 6.164 stranieri) e 92.776 nel 1906 (80.022 argentini e 12.754 stranieri).
Avevano pure trovato una geografia che rassomigliava abbastanza quella della Lombardia. Colline, fiumi, fiumiciattoli, vallate e laghi circondavano la città, anzi, dilagavano dappertutto sul territorio mediterraneo. Un’extragrande differenza con il paesaggio infinitamente orizzontale della pianura pampeana di Buenos Aires e Santa Fe.
Forse questo faceva si che, agli appena arrivati in questo territorio, gli mancasse un po' meno la loro amata terra natia, ormai lontana e pressoché imprendibile.
Infatti, la principale ondata migratoria cercava radicarsi in campagna, ciò perche la maggioranza proveniva dalle zone montagnose e dai paesi vicini alle Alpi e agli Appennini (De Rosa - 1988 eppure Barbiero - 1988).
Bisogna dire a questo punto che le differenze culturali di Córdoba nei confronti delle province di Santa Fe e Buenos Aires, ci vuole trovarle rivolgendoci alla colonizzazione delle entrambe due regioni.
Mentre Buenos Aires e Santa Fe erano state fondate dall’ondata colonizzatrice del Rio de la Plata (Pedro de Mendoza e Juan de Garay); Cordoba era già stata fondata da Geronimo Luis de Cabrera, proveniente dal nordovest, cioè dall’Alto Peru.
In Regione Pampeana niente oro o pietre preziose, solo la terra fertile, i grandi porti fluviali e opportunità di negozi.
Al nord della Regione di “Córdoba del Tucumán” invece, gli spagnoli trovavano ricchezze ancora da esplorare e, assieme i gesuiti, fondavano la prima Università del Vicereame. Da quel momento Córdoba sarà più conosciuta come la Città “Dotta”.
Studi come “Italo - argentini, una diaspora” di Anna Maria Minutilli e “Lombardos en Argentina” di José Oscar Frigerio, coincidono che sia possibile tracciare una suddivisione cronologica di quattro periodi dell’emigrazione lombarda in Argentina: 1519-1819 (epoca coloniale), 1820-1861 (patrioti esuli), 1862- 1914 (professionali: imprenditori, commercianti, scienziati, umanisti, artisti, giornalisti), 1920-1960 (dopoguerra).
L’annuario statistico dell’emigrazione italiana calcolava che fino al 1926 fossero emigrati 222.951 Lombardi in terra argentina: erano principalmente agricoltori, che si distinsero spesso per i buoni risultati ottenuti e che contribuirono a portare in quegli anni l’Argentina al terzo posto come esportatore mondiale di grano.
Benché la maggioranza dei lombardi fossero benestanti e molti loro arrivavano in Prima Classe, sono anche numerose le storie dei Lombardi che giunsero in Argentina senza un soldo e riuscirono a costruirsi una carriera nel commercio e nell’industria.
Scrisse lo storico Niccolò Cuneo che “poiché i promotori e i conduttori di questo nuovo tipo di società sono quasi tutti milanesi, l’industria argentina conserverà per buon tratto di tempo l’impronta genuina dell’impresa lombarda”.
I dati riportati da Eugenia Scarzanella confermano che la borghesia industriale rio-platense tra la fine del ’800 e l’inizio del ’900 evidenziava una rilevante presenza lombarda: circa un terzo degli imprenditori italiani apparteneva a questa regione e, tra le varie province lombarde, “quella più feconda di spirito imprenditoriale sembra essere quella di Como”.
Non meno importante è ricordare i grandi sacrifici della mano d’opera lombarda in Argentina, che contribuì, al pari degli altri Italiani, a costruirne la rete infrastrutturale: vie, strade, ferrovie, ponti, canali, ecc.
Per tutelarsi, i nostri lavoratori crearono un po’ ovunque società di mutuo soccorso; nella prima di queste, creata a Buenos Aires nel 1858, ben quattro dei sette soci fondatori erano lombardi.
Al maggio 2006, i cittadini lombardi residenti in Argentina erano 26.360, e quella dell’Argentina era la seconda comunità lombarda più numerosa all’estero, con l’11 % del totale.

COSA HANNO FATTO I LOMBARDI A CORDOBA?
"Un centro di cultura, progresso e studi. La prima scuola, la prima università, importanti e numerose istituzioni religiose, gli scambi dei depositi, le prime prove di aziende agricole erano state iniziate prima che in altre parti ...". Così descrisse un viaggiatore italiano dei primi anni del ventesimo secolo alla città di Córdoba (Franceschini - 1903). In questo contesto, gli emigrati lombardi cominciarono a lavorare principalmente nel settore commerciale e industriale.
Come ci racconta bene la licenziata Isabel Manachino de Pérez Roldán nella sua investigazione, gli italiani che sono stati dedicati al commercio in generale, negozi piccoli, serviti da loro stessi o da qualsiasi membro delle loro famiglie. Questi negozi, in particolare i magazzini hanno aperto le porte con un modesto capitale e, di conseguenza, c'era in loro una vasta gamma di prodotti, ma semplicemente di base per soddisfare le esigenze del proprio quartiere.
Invece i grandi negozi si sono formati dall’unione di due o più famiglie di origine italiana. Anche se generalmente a carico dei loro proprietari, le aziende erano pure gestite dai lavoratori dipendenti dove il numero variava secondo l'importanza della ditta. Inoltre, erano rilevanti i capitali investiti. Le principali industrie sono state sfruttate dalle case italiane d’importazione di prodotti alimentari ed altri, le commissioni e delegazioni commerciali, il grano e la farina all'ingrosso, farmacie, alberghi, negozi di gioielli, liquori o fabbriche di pasta, per dire alcuni.
Sono molti i lombardi che hanno fatto un nome importante a Córdoba. Ci sono, per esempio, quelli che hanno creato alberghi come Angelo Riva (nato a Brebbia, provincia di Varese) e Giovanni Comolli (nato a Como ed ex combattente di Garibaldi).
Pasquale Galli (di Gerenzano, Varese) è stato uno degli uomini più ricchi della “Dotta”, con la sua fabbrica di farina e cereali.
Un altro imprenditore di successo fu Giovanni Camporini che arriva a Córdoba in 1887 per aprire un’importante segheria.
La produzione di liquori fu un altro campo in cui hanno prosperato e si distinsero i lombardi. I fratelli Vincenzo, Cesare e Camillo Callerio (nati a Garlasco, provincia di Pavia) sono stati i precursori di questa industria. Portavano lo zucchero e l’alcool da Tucumán, dalla regione Cuyo (provincie di Mendoza, San Juan, La Rioja e San Luis) arrivava il vino per fare il vermouth e poi esportavano i prodotti ad altre provincie dell’Argentina.
In 1920, i fratelli Antonio e Vincenzo Porta (lombardi pure loro) hanno comprato la fabbrica e la proprietà esclusiva di tutti i marchi che ce n'erano per la manifattura di liquori. Oggi, l’impresa Porta e fratelli è forse una delle più importanti dell’Argentina, ha una diversificazione grandiosa (aceti, bevande, cosmetici e distilleria) ed esporta i suoi prodotti a ben otto Paesi.
Della storia e presente di quest’ultima famiglia ci occuperemo in dettaglio in un'altra puntata.

Jorge Luis Garrappa
Corrispondente Lombardo

AMERICA LATINA: IMPRENDITORI ITALIANI NEL MIRINO?

La notizia di “La Voce”, che arriva da Caracas (Venezuela), informa che è stato rapito l’imprenditore laziale Atino Pacifici che si trovava nello stato di Zulia. Pacifici, che è titolare di un'azienda che lavora con la holding petrolifera statale Pdvsa, è stato prelevato da tre uomini armati ad una stazione di servizio proprio quando si disponeva a fare il rifornimento di benzina.
Una fonte dell’ambasciata italiana nel Venezuela ha confermato il sequestro e ha riferito sull’avvenimento che l’imprenditore era fermo in una stazione di servizio quando tre uomini armati l’hanno prelevato.
Da Montevideo (Uruguai), le notizie sono ancora più brutte di quelle venezuelane.
Il corpo dell’imprenditore italiano Pasquale Ferrizo è stato ritrovato senza vita dalla polizia uruguayana. L’uomo ucciso era stato sequestrato cinque giorni prima da due poliziotti e un civile che sono stati rintracciati ed arrestati a seguito della confessione dell’omicidio.
Le cronache parlano dell’omicidio a sole 74 ore dal sequestro e di due richieste di riscatto, prima di 30.000 e poi di 300.000 dollari. Lo sciagurato imprenditore italiano era proprietario di una falegnameria e di una rivendita di macchine agricole.
Forse sia una brutta coincidenza pero, bisogna stare attenti. Pare che gli imprenditori italiani, che risiedono in Latino America, stiano ormai in bilico per questi ultimi rapimenti.

jueves, 11 de marzo de 2010

UNA SETTIMANA A PURO CINEMA ITALIANO

Nuovo Cinema Paradiso-7 Estrenos Italianos. Cosi è stato chiamato il festival cinematografico svolto la prima settimana di marzo (dal 1° al 7) a Córdoba nel Cineclub Municipal “Hugo del Carril”. La programmazione ha avuto anche la collaborazione dell’Istituto Italiano di Cultura e il Consolato Generale d’Italia del Capoluogo della provincia mediterranea.
Con tre funzioni al giorno, il pubblico si è goduto i diversi film che non hanno né il marketing né il carattere commerciale hollywoodense. Forse in Italia, questi film sono stati più o meno visti. Invece dalla nostra parte, il festival è stato un’ottima opportunità per quelli che amano il cinema italiano o che piacciono di altre scelte cinematografiche.
La settimana iniziò con “Jimmy Della Collina”, di Enrico Pau. Il regista scava nel profilo di una gioventù marginale, divisa nell´urto tra la durezza di una vita di periferia e il sogno di un’evasione che faccia tavola rasa con il passato.
Dopo è stato proiettato “Uno su due”, di Eugenio Cappuccio. L’attore Fabio Volo fa Lorenzo, un ambizioso avvocato. Questo personaggio ha una fidanzata, una bella casa e un buon lavoro insieme al suo amico Paolo. Tutto sembra andare fantastico. Un giorno, tutta questa vita apparente crolla. Lorenzo cade per terra mentre faceva un giro. Si sveglia in ospedale, ricoverato vicino a un’altro: Giovanni, operaio romano. Così comincerà una nuova esperienza per lui.
Il terzo film è stato “La Febbre”, di Alessandro D’Alatri, con la partecipazione di Fabio Volo. In questo caso interpreta un paesano chiamato Mario Bettini. Lui è un giovane idealista che ha il sogno d’aprire una discoteca con i suoi amici. Il protagonista si troverà con la comica burocrazia, fatta da trappole, mediocrità e umiliazioni. Soltanto, il vero amore e la poesia della vita, saranno capaci di fare diventare il sogno della sua discoteca in quel Paese libero, dove ognuno è valorizzato per le sue capacità e riconosciuti i suoi diritti.
Giuliano Montaldo è il regista di “I demoni di San Pietroburgo”, film ambientato nella Russia zarista del 1860 e dove appare la figura del famoso Fiódor Dostoevskij. In un attentato, è ucciso un membro della famiglia imperiale. Pochi giorni dopo, lo scrittore trova un giovane in un ospedale psichiatrico che gli confessa di aver fatto parte della squadra terrorista che vuole ammazzare un altro parente zarista. Così Dostoevskij comincerà ha cercare il capogruppo degli assassini mentre scrive il celebre romanzo “Il giocatore”.
“L’abbuffata” ha la stellare attuazione di Gérard Depardieu. Il film di Mimmo Calopresti si svolge in Calabria, dove quattro giovani amici hanno il sogno di filmare un lungometraggio per mobilitare tutta la città. Loro vogliono costruire un presente e un futuro diverso per il paese. Per questo è convocato il famoso attore francese che accetta, generosamente, la proposta. Perciò i quattro giovani e tutto il paesino faranno festa all’arrivo della stella.
“La masseria delle allodole”, di Paolo e Vittorio Taviani, racconta la storia del primogenito di una famiglia di origine armena nella Turchia della Grande Guerra. Lui, che abita in Italia, vuole tornare al Paese per trovare la sua famiglia. Tutto comincia a diventare pericoloso. Questo dramma si svolge nel contesto della guerra e l’esodo armeno.
Chi scrive, ha potuto vedere uno dei film che ha fatto parte del festival e ha stretta relazione con l’Argentina. Il nome? “La vera leggenda di Tony Vilar”, che ci porta alla vita di Antonio Ragusa, nato nel 1938 a Carolei (provincia di Cosenza, Calabria) ed emigrato in Argentina nel 1952. Nel Sudamerica, Ragusa fu più conosciuto come Tony Vilar e diventato uno dei cantanti piú famosi degli anni ’60. Lui ha portato al successo, in America, colonne sonore come “Tintarella di Luna” di Mina o “Non esiste l’amor” di Adriano Celentano, ma il suo esito piú importante fu “Cuando calienta el sol” (scritta dai fratelli messicani Rigual). Il momento di splendore dell’artista dura poco, e pochi sanno cos’è successa a Tony. Questo film documentale (o documentale ibrido, perché c’è molto di finzione) racconta la storia dell’attore Peppe Voltarelli che fa il cantautore italiano –e cugino secondo grado di Vilar- che decide cercare il suo idolo per dedicarle una canzone che ha scritto apposta per lui. Da Buenos Aires a Connecticut e il New Jersey, Voltarelli va tra i passi di Vilar. Parla con delle persone che l’hanno visto e conosciuto, fino a trovarlo a New York. Adesso Ragusa è proprietario di un concessionario di automobili nel quartiere del Bronx. Lì, il “vecchio Tony”, spiega il momento in cui decide lasciare il mondo artistico. “Alla fine di un concerto a Buenos Aires –dice Ragusa- è arrivato un gruppo di fan. Tutte mi toccavano, abbigliamento e corpo, ma una delle ragazzine mi ha messo una mano sulla testa ed è caduta la mia parrucca”. La fine della carriera musicale del mito fu, incredibilmente, la calvizie. Insomma, un film divertente e dinamico sempre caratteristico del regista calabrese Giuseppe Gagliardi.
Da non perdere.

Jorge Luis Garrappa
Corrispondente Lombardo

lunes, 8 de marzo de 2010

UNO SGUARDO SUL CORSO PER GIOVANI CORRISPONDENTI LOMBARDI

Innanzitutto ringrazio all’AMM (Associazione Mantovani nel Mondo) e all’EnAIP (Ente Asociación cristiana de trabajadores para la Instrucción Profesional) per questa grande opportunità di partecipare nel Corso per Corrispondenti Lombardi tenendo conto l’importanza della formazione che ci ha dato.
Ho avuto anche la possibilità di conoscere un gruppo eccellente di giovani, di origini lombarde, di diverse Paesi sudamericani (Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay). Assieme loro hanno potuto condividere l’esperienza e la realtà di ognuno e ognuno ha fatto il suo contributo e ha fortemente spinto per portare questo progetto avanti. Ce n’erano quelli che partecipavano con diversi gradi di coinvolgimento nell’associazionismo italiano. E c’eravamo chi, come me, facevamo i primi passi in questo campo.
Penso che il corso sia stato molto positivo. Ci hanno spiegato come e cos’è la Regione Lombardia, specie sugli aspetti sociali, economici, politici e la logica dei lombardi. Abbiamo pure capito cosa significa l’associazionismo, il volontariato e l’organizzazione Mantovani nel Mondo. Tutte cose che sono alla base di questo progetto. L’obiettivo è diffondere il lavoro, la realtà di quello che fanno, i lombardi e loro discendenti (oppure gli italiani complessivamente), nei nostri Paesi. E chissà il più importante di tutto: costruire ponti di comunicazione con l’Italia, senza dimenticare l’importanza della Regione Lombardia.
Però questa è stata soltanto una parte. Ritengo anche importante gli altri argomenti che ci hanno arricchito. Per esempio, l’intervento di Paolo Sensale, dell’Ufficio Stampa della Regione Lombardia, con chi abbiamo imparato le politiche del Consiglio, gli aspetti legali e costituzionali della Giunta Regionale, gli strumenti per la partecipazione dei cittadini e lo svolgimento dell’area delle telecomunicazioni per la diffusione e la comunicazione pubblica negli ambiti dei deputati e altre organizzazioni.
L’intervento di Marco Basti c'e' stato un altro punto importante in queste due settimane di lavoro. Il direttore del giornale “Tribuna Italiana” di Buenos Aires ha fatto un racconto della sua esperienza in seno alla collettività tramite il giornalismo, ereditato da suo padre Mario. Abbiamo approfondito sui diversi concetti di cui avevamo parlato nei primi giorni del Corso, sia “volontariato”, “partecipazione” che “italianità”, nei confronti del ruolo di figli o nipoti d’italiani che abitiamo lontano dalla penisola. Il caso più noto è quello dell’Argentina, dove la collettività ai primi tempi era stata divisa e dispersa nei regionalismi. Dopo gli emigrati hanno lavorato insieme sulla base dell'‘associazionismo’ per il mutuo soccorso. A mio avviso penso che bisogna capire che “l’italianità”, sebbene sia una nozione soggettiva, dovrebbe essere il mezzo di riunire e fortificare la collettività. Oggi, le associazioni hanno bisogno di più apertura ai giovani di origini italiani. In primo luogo dovuto all’invecchiamento dei suoi membri, e poi per perpetuare il legaccio. Basti, come buon esperto in giornalismo, ha sottolineato l’importanza della conoscenza del destinatario a cui è trasmessa l’italianità, il territorio, la lingua e la cultura, non solo dell’Italia ma anche quella dei Paesi in cui ognuno di noi abita e opera.
Un altro lusso c'e' stata la partecipazione del regista Rocco Oppedisano. Con lui abbiamo avuto un primo avvicinamento al linguaggio audiovisivo come strumento di discorso e comunicazione che, sicuramente, sarà da considerare nel tramandare i valori e le opere di lavoro del nostro gruppo.
Insomma, tutto ciò lo abbiamo potuto capire in un ambiente di lavoro di squadra, dove ognuno si è fatto sentire e ha contribuito con il suo grano di sabbia. Questa “pianta”, che ha cominciato a crescere, bisogna annaffiarla per godersi i suoi frutti. Questa sarà la nostra attività, quella del gruppo di giovani lombardi in America Latina.

Jorge L. Garrappa
(Argentina)

viernes, 26 de febrero de 2010

CORRISPONDENTI LOMBARDI...ALL'OPERA!

Si è tenuto a Buenos Aires dall'8 al 19 febbraio 2010 il “Corso di formazione per Corrispondenti lombardi per la promozione della Regione Lombardia in Argentina, Uruguay, Paraguay e Brasile” finanziato dalla Regione Lombardia all'Associazione Mantovani nel Mondo-Onlus.
L'iniziativa ha rappresentato un'importante occasione per ridefinire nuovi rapporti con le nostre comunità lombarde all'estero, facendole partecipi in modo attivo alle politiche di sviluppo del sistema regionale lombardo attraverso una più approfondita conoscenza dell'Istituzione regionale e delle opportunità che la Regione Lombardia offre nei diversi settori. Un percorso che potrà favorire anche la partecipazione dell'America Latina all'Expò 2015.
Lo strumento che si è voluto utilizzare è quello del “Corrispondente” che molte altre legislazioni regionali hanno istituzionalizzato con la figura del Consultore, a cui possono far riferimento le comunità regionali di appartenenza. Nel nostro caso la figura del Corrispondente è stata frutto di una selezione, in collaborazione con le Associazioni Lombarde all’estero, per formare giovani comunicatori in grado di promuovere il sistema Regione Lombardia nei propri territori e, allo stesso tempo, di offrire, attraverso il Portale dei Lombardi nel Mondo, informazioni utili attinenti la propria realtà civile e sociale con una informazione di ritorno. L'obiettivo finale è creare una “rete lombarda in America Latina”, composta da rappresentanti lombardi dell’Associazionismo e della Società civile di Argentina, Uruguay, Paraguay e Brasile. L’operatività di questa rete sarà possibile grazie all’erogazione di borse di studio ai corrispondenti che, sotto la supervisione dell’Enaip e dell’AMM Onlus, dovranno garantire una attività informativa e divulgativa nei loro territori.
La partecipazione al Corso dei Presidenti o membri delle diverse associazioni lombarde in America Latina - Marta Ambrosini: Segretaria del Circolo Lombardo di Tacuarembò (Uruguay), Marina Cattaneo: Presidente dell'Associazione Lombardi in Messico, Fabio Borroni: membro dell'Associazione Lombarda di Buenos Aires - oltre che di una figura di spicco nella comunità italiana in Argentina come Mario Basti, direttore del giornale “Tribuna Italiana”, dimostrano la volontà dell'Associazionismo lombardo di ridefinirsi a partire da una nuova consapevolezza: qualificarsi e costituirsi come valido interloculore con la Regione Lombardia, come risorsa e opportunità in funzione di una nuova visione geo-politica tra Italia e America del Sud.
In questo quadro, sono risultati di rilevante importanza l’intervento di Lorena Laurito che ha presentato gli obiettivi e le attività della Promos in Argentina e del dott. Paolo Sensale, Vice-direttore Vicario, Struttura Stampa, Consiglio Regionale, la cui presenza è stata un'eccezionale occasione per i ragazzi per dialogare con la Regione attraverso un suo funzionario. Un intervento decisivo per la logica del corso e per la costruzione di quel “ponte” che è poi l'obiettivo della nostra Azione.
Molte le persone che hanno collaborato che dovremmo ringraziare: Patrizia Marcheselli (AMM) per il seminario di italiano e cultura lombarda, Mario de Marco (Enaip) per la parte di informatica, il dott. Carlos Lenzi (Presidente della “Fundaciòn Patagonica”) per il suo intervento sull’emigrazione italiana nella Provincia di Rio Negro. E chiudiamo menzionando le prestigiose lezioni del Vice-Presidente di Enaip, dott. Rocco Oppedisano, regista cinematografico e docente universitario, con il quale i ragazzi hanno fatto un percorso sul linguaggio audiovisivo: come realizzare un prodotto audiovisivo attraverso una grammatica cinematografica necessaria per capire e analizzare l’immagine e ciò che si vuole trasmettere, spiegando con grande efficacia e semplicità la magia e il messaggio nel cinema e nella fotografia.
Ricordiamo che il corso è stato realizzato nella sede di Enaip Argentina, luogo del nuovo sodalizio tra questa importante istituzione, presieduta dall’Ing. Raffaele Arizio, e l’Associazione Mantovani nel Mondo, rappresentata da Marta Carrer che con lo staff di Enaip ha coordinato l’intera iniziativa.
Dedichiamo queste ultime righe ai veri protagonisti di questo progetto.
I giovani che hanno partecipato hanno portato con sè non solo l’esperienza culturale del paese e/o zona di origine ma soprattutto l’eredità delle loro radici lombarde che si sono fatte sentire e hanno dato voce a valori, storia e tradizioni. Un'occasione unica per questi ragazzi provenienti da quattro Paesi dell'America Latina per confrontarsi, per analizzare i diversi contesti d'origine, per acquisire conoscenze e strumenti utili da utilizzare nei propri territori.
Ottimi i risultati ottenuti, considerando l'interesse dei corsisti verso gli argomenti proposti e la loro attiva partecipazione alle varie attività di gruppo.
Riscoprire e valorizzare le radici lombarde attraverso una nuova visione dell'Associazionismo inteso come luogo di progettazione e di costruzione. Come Risorsa e Opportunità di sviluppo.
Questo il messaggio della nostra Azione. Questo il loro nuovo punto di partenza.
Marta Carrer
Associazione Mantovani nel Mondo

miércoles, 17 de febrero de 2010

PRIMA SETTIMANA DEL CORSO ORGANIZZATO DALL'AMM

Argentina, Uruguay, Paraguay e Brasile, questi i paesi che partecipano, organizzato dall’Associazione Mantovani nel Mondo, Onlus e da Enaip Argentina ha visto coinvolti i partecipanti in numerose attività. Interessanti risultati e buone proiezioni di collaborazioni a futuro.
I giovani che partecipano portano con sè non solo l’esperienza culturale del paese e/o zona di origine ma soprattutto l’eredità delle loro radici lombarde che si sono fatte sentire e hanno dato voce ai valori, storia e tradizioni.
Il Presidente di Amm, Daniele Marconcini, ha centrato il suo primo intervento sullo Statuto della Regione Lombardia e l’ analisi dell’ art. 2 oltre a spiegare le diverse terminologie. Questi gli altri temi trattati dal Presidente di AMM: l’Expo 1906 e 2015 di Milano; le Associazioni Lombarde in America Latina; l’importanza dei progetti sociali che porta avanti Amm grazie al contributo e presenza della regione verso i nostri connazionali; il Portale dei Lombardi nel Mondo strumento d’informazione con cui collaboreranno i ragazzi (Marta Carrer, Caporedattrice dell’ Area America Latina del Portale svilupperà durante la seconda settimana diversi argomenti legati al Portale); dibattiti su alcuni paesi Latinoamericani analizzati dal gruppo (Cile, Messico, Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay).
Giovani che hanno ascoltato con molta attenzione e che hanno anche condiviso le loro storie e le loro origini.
L’intervento (martedì e sabato) di Marina Cattaneo, Presidente dei Lombardi in Messico ha abbracciato non solo la sfera culturale italiana e lombarda, ma anche un’analisi etimologica di alcune delle espressioni italiane più usate, gli errori più frequenti invitando i partecipanti a conoscere più da vicino la Storia dell’Italia per capire non solo la cultura ma gli strumenti linguistici prodotti dalle diverse evoluzioni storiche. Ha inolte condiviso la sua esperienza di traduttrice ed interprete.
Marta Ambrosini, Segretaria del Circolo Lombardo di Tacuarembò, Uruguay ha parlato delle Associazioni e della Storia dell’Uruguay.
Una visita al Consolato Italiano di Buenos Aires e al Cemla (Centro de Estudios Migratorios Latinoamericano), inoltre i partecipanti sono stati invitati, grazie a Raffaele Arizzio, ad uno studio televisivo, per vedere da vicino le ultime tecnologie e capire la produzione ed organizzazione di un programma televisivo, vedendo anche di persona alcune celebrità di programmi nazionali
Fabio Borroni, ha introdotto la storia dell’associazionismo lombardo ed italiano in Argentina nelle diverse fasi storiche;i primi emigranti italiani e le origini delle istituzioni italiane più importanti presenti nel territorio.
Lorena Laurito, della Promos, ha spiegato e presentato durante la mattinata di venerdì, le attività, gli obiettivi e le funzioni della Camera di Commercio.
Rocco Oppedisano, regista cinematografico e docente, ha spiegato i passi a seguire per realizzare un prodotto audiovisivo, una grammatica cinematografica necessaria per capire e analizzare l’immagine e ciò che si vuole trasmettere, spiegando con grande efficacia e semplicità la magia e il messaggio dell’immagine nel cinema e della fotografia
Lunedì 15 febbraio aprirà, la seconda settimana di lavori, il Dott. Paolo Sensale, Vice Direttore della Struttura Stampa del Servizio Comunicazione, Relazioni Esterne e Stampa della Regione Lombardia, giunto venerdì a Buenos Aires per intervenire al Corso.
I lavori concluderanno venerdì 19 febbraio.

Foto e disegno grafico: Analì Ocampos Dìaz (Partecipante al Corso di Formazione)
Patrizia Marcheselli
Portale dei Lombardi nel Mondo

OGNI GIORNO ABBIAMO IMPARATO QUALCOSA DI NUOVO

Leandro Vanoli, è figlio di Roberto Vanoli, Presidente dell'Associazione Lombarda di Montevideo, scomparso il 27 dicembre 2008. Partecipa al Corso di Formazione organizzato da Amm ed Enaip a Buenos Aires, Leandro scrive le sue prime impressioni e condivide riflessioni e desideri.

Il primo: ci siamo conosciuti tutti e con questo semplice atto, abbiamo cominciato un processo di approfondimento parlando molto degli italiani all‘estero e della nostra italianitá.
Cosí, abbiamo conosciuto, dal cuore di ogniuno di noi, le belle storie dell’emigrazione.
Nel aspetto “accademico” il primo giorno è stato un avvicinamento al volontariato, collegato alle diverse forme di associazionismo, e la necessitá di pensare con e per una strategia di lavoro e di collaborazione.
Il secondo: eravamo già così immersi nelle attività da dimenticare un po` tutto, parlo delle attività nei nostri paesi di origine ecc., e col passare dei giorni sempre di più concentrati nella logica della Regione e del corso stesso.
Abbiamo avuto anche alcune lezioni d’italiano, per parlarlo meglio e per dare alla lingua italiana il suo vero posto, nei nostri cuori. Con la testa e il cuore in Italia. Abbiamo conosciuto i requisiti necessari e le diverse fasi per presentare un progetto alla Regione, e alcune particolaritá dell‘associazionismo italiano in Argentina.
Il terzo: ci hanno dato la possibilitá di conoscere il Consolato Italiano di Buenos Aires, e avvicinarci al rapporto istituzionale dell’Italia con i suoi cittadini all’estero.
Storie di italiani. Il rapporto tra il dialetto lombardo e la lingua italiana. In questo modo, ci siamo avvicinati un po`di piú alla nostra italianitá, essendo la lingua e soprattutto il dialetto parte centrale dell’ eredità dei nostri antenati, storia del loro vissuto, passato e presente dell’ Italia. Abbiamo conosciuto l’associazionismo italiano in Uruguay e le influenze dell’ italianitá nella cultura del Rio de la Plata.
Il quarto: ci hanno ricevuto con un gran bel regalo: come i latinoamericani studiamo le emigrazioni, con la visita al Cemla, ci siamo emozionati con quello che i nostri antenati hanno costruito nella storia dell’emigrazione.
Piu tardi, abbiamo potuto analizzare i nostri paesi, saperne di più, con un pensiero più critico e legato a concetti anche politici, un dibattito fatto dal gruppo e guidato da Daniele Marconcini: come ci vedono gli altri, come ci vediamo noi. Una forte giornata di reflessione sulla situazione dei paesi latinoamericani e anche sulla realtá migratoria attuale in Lombardia.
Il quinto: abbiamo conosciuto lo strumento della Regione Lombardia per promuoversi all’estero, la Promos Milano e le sue attivitá nei nostri paesi. Nel pomeriggio, abbiamo scoperto le funzioni della comunicazione audiovisiva, visitando uno studio televisivo, per conoscere la logica di questo importantisimo mezzo chiamato televisone.
Siamo all’ ultimo giorno della settimana, sabato, dove la produzione audiovisiva ci apriva un mondo, grazie ad un importante regista italiano che lavora da tanti anni in Lationamerica.
Stiamo riempiendo i nostri zaini di tantissimi strumenti per lavorare e costruire la promozione della nostra Regione, a volte ci sembravano persino troppi. Peró sicuramente, possiamo farlo e questa esperienza ci permetterá di lavorare con le migliori idee e nuovi strumenti, con l’aiuto di tutti noi, perchè la Regione e le sue attività siano di volta in volta sempre più diffuse e conosciute all’estero.
Anche noi, italiani all’estero possiamo diventare un ponte per la nostra Regione e la sua promozione nel mondo.

Leandro Vanoli, Uruguay
(Corso di Formazione per Corrispondenti Lombardi per la Promozione della Regione Lombardia)

viernes, 12 de febrero de 2010

INIZIATO IL CORSO DI FORMAZIONE PER CORRISPONDENTI LOMBARDI PER LA PROMOZIONE DELLA REGIONE

Daniele Marconcini, Presidente di AMM, ha aperto i lavori, presentando il corso: obiettivi specifici e finalità coinvolgendo i partecipanti, dieci, al dialogo.
Un programma fitto di temi ed argomenti legati alla Regione Lombardia e alle molteplici possibilità di diffusione:
i problemi legati all’associazionismo italiano locale, le ricerche familiari, il recupero delle origini e l’importanza dell’appartenenza. La cittadinanza oggi. Come creare un progetto. Le competenze individuali e le responsabilità di partecipazione. Approfondire e conoscere lo Statuto della regione Lombardia, cosa che ritengo importantissima, perchè capire, avvicina . Lo spirito vecchio e nuovo del volontariato. La strategia territoriale, di Raffaele Arizzio, con una lettura funzionale e specifica delle diverse possibilità di approccio ad un obiettivo specifico di lavoro e l’importanza di conoscere prima, per costruire dopo. L’esperienza di Marta Carrer, Amm, nei progetti sociali in America Latina e gli obiettivi a futuro. Le “opportunità” (parola che ancora echeggia in sede Enaip) che offre questo incontro per i diversi sbocchi che possono scaturire da questo incontro. Speriamo molti!
Incredibile l’effetto della lingua italiana parlata da tutti/e con i diversi accenti. Molte anche le inquietudini che sono nate in questo primo e lungo incontro, dalle 09:00 alle 19:00.
Gli spunti di collaborazione, immediati, ne cito solo alcuni:
Partecipazione attiva al Portale dei Lombardi nel Mondo, strumento di diffusione anch’esso finanziato dalla regione, per far conoscere le diverse realtà associative e non, culturali e sociali dei diversi paesi partecipanti.
Creazione e sinergie in movimento: articolare un Gruppo Lombardo Giovani Latinoamericano.
Creare un gruppo di giovani lombardi al Nord dell’Uruguay.
Diffondere e promuovere tra i giovani lombardi e nelle diverse comunità, una presenza regionale solida, culturale e storica che non escluda i giovani, ma bensì che sia disegnata per loro, ecc.
Presenti la Presidente della Ass. Lombarda, Dott.ssa. Marina Cattaneo e Marta Ambrosini da Tacuarembò, Uruguay. Nei prossimi giorni molte altre personalità importanti interverranno al corso.
Questi i nomi dei giovani partecipanti:
Argentina:
Rafaela : Jorge Luis Garrappa
Mar del Plata: Julieta Mirella Paladino Ottonelli
Rosário: Georgina Morandini
Viedma: Martín Ezequiel Rebay Arriaga
Buenos Aires: María Paula Barbetti
Brasile:
San Paolo: Fabiola Ballarati Chechetto
San Paolo: Gabriel Capato
Uruguay:
Salto: María Belén Martinez Ambrosini
Montevideo: Leandro Rodolfo Vanoli Cipriani
Paraguay:
Asunción: Angélica Analí
Ci aspettano ancora molti giorni, imparare ad imparare, capire per avvicinarci, comunicare per crescere, sapere per decidere.
Tutti a bordo.

Patrizia Marcheselli
Portale dei Lombardi nel Mondo

lunes, 8 de febrero de 2010

1915: GLI ITALO-ARGENTINI NEL REGIO ESERCITO

Da una rivista “Fray Mocho” del 1915 scopro che, allo scoppio della Grande Guerra italiana -23 maggio 1915- scheggiava ancora la discussione sulla doppia nazionalità dei figli degli italiani emigrati in Argentina.
Tutto ciò per quanto riguardava loro l’obbligo di arruolarsi nelle forze armate italiane che combattevano contro l’Impero Austro-Ungarico per quelle terre del Trentino e la Venezia-Giulia.
Gli Stati Uniti invece, tramite il loro ambasciatore a Roma, Nelson Page, discutevano da due anni con l’Italia convenienze ed inconvenienze della doppia cittadinanza.
All’inizio della Grande Guerra, entrambi i due paesi, firmavano un trattato percui l’Italia riconosceva che i figli d’italiani naturalizzati americani non erano obbligati a fare il servizio militare, non compresi, ovviamente, i figli degli italiani non naturalizzati.
Ciò nonostante, ogni giorno arrivavano ai porti di Genova e Napoli piroscafi gremiti di giovani “riservisti” italio-americani che volevano difendere la Patria dei loro padri e nonni.
A quel punto si affermava che, l’Italia, non aveva bisogno di soldati che fossero alla guerra per cause strane al patriottismo e, aggiungevano: abbiamo un esercito enorme, fiero, ardito, invincibile…non ha bisogno di “vittime”… “In Italia –diceva un Tenente romano- versano tre cose: cibo, munizioni e soldati”.
Per chiarire questa situazione in Argentina, il corrispondente della rivista FM, si mise in contatto epistolare con note personalità politiche e militari italiani, come il Presidente del consiglio dei Ministri e Capo di Gabinetto, il pugliese Salandra; il Tenente Generale Comandante di Divisione a Torino, Chiarla; nonchè l’esule di Bardonecchia, Giovanni Giolitti.
Il primo –Salandra- rispose testualmente da Roma, il 18 agosto 1915: “Pregiatissimo signore, S.E il Presidente del Consiglio, per un criterio di massima costantemente adottato, si astiene dal fare, in questo periodo di tempo, dichiarazioni ai giornali. Ciò nonostante La prega di scusarlo se non può assecondare la sua cortese richiesta. Nell’adempiere a tale incarico, mi confermo con distinta considerazione. IL CAPO DEL GABINETTO DELLA PRESIDENZA. SALANDRA”.
Come si vede il Ministro elude dare una risposta concreta riparato nel segreto di stato in tempo di guerra.
Il secondo –Chiarla- invece, esprime il suo pensiero molto più precisamente: “Chi ha sangue italiano nelle vene, Italiano è in qualunque paese sia nato – il padre che lascia al figlio il geloso retaggio dell’onor suo ha diritto di lasciargli il titolo del quale, lungi dalla Patria, più si onora, di essere italiano. IL TENENTE GENERALE COMANDANTE DELLA DIVISIONE. CHIARLA. Torino, 15 Agosto 1915.”
Il terzo –Giolitti- che dopo un lungo periodo governativo, brillava nell’ombra come le stelle, rispose: “Bardonecchia, 16/8/15. Pregiatissimo Sig., la questione a cui si riferiva la sua lettera, non può essere risolta che dal governo, le opinioni dei privati anzichè facilitarne potrebbero rendere più difficile una conveniente risoluzione. Mi creda, suo devotissimo. GIOVANNI GIOLITTI”.
Anche in questo caso, il neutralista, si toglie di mezzo non prima di trasferire la responsabilita della decisione al Primo Ministro in carica, cioè Antonio Salandra.
Insomma, la situazione rimane uguale, cioè, i figli d’italiani anche se nati all’estero dovevano fare il loro dovere verso della Patria.
Ciò provocò che molti siano riusciti ad evitare le inchieste militari, muniti da passaporti argentini con cui attraversavano le frontiere del paese. Altri erano perseguitati dalla Polizia come disertori.
Un giurista milanese consigliava allo Stato italiano di usare la legge di estradizione e costringere il governo argentino a estraditare i figli d’italiani “rifugiati” nel paese sudamericano.
Il fatto è che una mossa di questo tipo avrebbe potuto consentire all’Argentina di richiedere l’estradizione di tutti i figli d’italiani nati sul territorio peninsolare.
Perciò lo “statu quo” verrà mantenuto fino ai nostri giorni con la differenza che oggi il servizio militare non e’ più obbligatorio, sostituito dalla professionalizzazione delle forze armate.
Gli italo-argentini che si arruolarono come volontari nelle forze armate italiane contro l’Impero Asburgico, furono lo scultore Manuel Vercelli ed il segretario del Console Argentino a Torino, Ricardo Erber, tra gli altri.
Vercelli era a Torino, per motivi di lavoro, allo scoppio del conflitto mondiale. Si arruola e va a finire in un quartiere sul fronte vicino a Udine. Ogni tanto, quando veniva congedato tornava al suo lavoro di scultore a Torino.
Erber, come si è detto, faceva da Segretario del Console a Torino. Rinuncia a questa carica e si arruola nel Regio Esercito per andare sul fronte italiano a difendere la Patria minacciata.