"Escribid con amor, con corazón, lo que os alcance, lo que os antoje. Que eso será bueno en el fondo, aunque la forma sea incorrecta; será apasionado, aunque a veces sea inexacto; agradará al lector, aunque rabie Garcilaso; no se parecerá a lo de nadie; pero; bueno o malo, será vuestro, nadie os lo disputará; entonces habrá prosa, habrá poesía, habrá defectos, habrá belleza." DOMINGO F. SARMIENTO



viernes, 26 de diciembre de 2008

L’ARGENTINA VISTA DALLA "DOMENICA DEL CORRIERE"

N° 23 del 1951. Il "bel gesto" di un temerario.
Per raccogliere una fotografia di Evita Peron, moglie del Presidente dell'Argentina, che gli era caduta nella fossa dei leoni allo zoo di Buenos Aires, un giovane si é lanciato nella buca e, raccolto il ritratto, ha tenuto a bada le belve con giornali accesi finché i guardiani l'hanno salvato.





N° 44 del 1951. Tragedia nel tempio.
A Buenos Aires, nella chiesa di San Giovanni Evangelista, durante una funzione è crollata parte della cupola; la maggioranza dei fedeli è fuggita in tempo alle prime avvisaglie della rovina, ma parecchi sono stati sepolti dalle macerie.
Nove morti e sedici feriti gravi.



1955. Tifoso che esagera.
Pare che il tifoso, che parteggia per una squadra cittadina, un giorno che vide la sua prediletta in difficoltà, entrò in campo, si portò vicino al portiere rivale, gli puntò una pistola e disse: Se pari un solo tiro ti faccio fuori.
La partita continuò, ma poi fu annullata ed il tifoso venne punito con un anno di squalifica da qualsiasi campo di calcio.




N° 27 del 1962. Hitler è vivo?
L'ipotesi che il Fuehrer sia riuscito a fuggire da Berlino con Eva Braun rifugiandosi in Sudamerica, dove ancora vivrebbe nascosto con la moglie, è stata qui realizzata figurativamente da W. Molino.

martes, 2 de diciembre de 2008

UN PEZZO D'ITALIA NEL CUORE DELLA "PAMPA GRINGA"

Dire che l’italiano è stato un fattore straordinario nel progresso complessivo della Repubblica Argentina, equivale a ripetere quello che si è detto più di mille volte.
Voler dimostrare l’importanza del loro contributo –quando i fatti parlano per se stessi ed in un linguaggio più eloquente della propria parola umana- è assumere un compito ugualmente inutile.
Sembrerebbe allora, che il discorso fosse esaurito e l’ idea di riprenderlo potrebbe condurre, per forza, a conclusioni -che per non offrire nessuna novità- di scarso interesse.
Comunque nel focalizzare la questione da angoli diversi di quelli soliti potrebbe comprovarsi che restano ancora degli aspetti di cui si è detto poco o quasi nulla.
E’ il segreto di pulcinella che negli ultimi anni del XIX secolo e nei primi del XX, si recarono nel Dipartimento Castellanos ed al suo capoluogo, Rafaela, migliaia di emigrati piemontesi. Loro hanno svolto i più pesanti compiti contadini ammirabilmente bene e costituiscono, ancora oggi, la maggioranza indiscussa tra la collettività italiana della zona.
Ma per lo sviluppo ed il progresso complessivo ci voleva inserire tutta sorta di mestieri e professioni. E cosi accade. Da tutte le regioni d’Italia giunsero uomini e donne vogliosi di speranza e di benessere. Anche dalla Lombardia.
Cos’era la prima cosa da fare per un immigrante appena arrivato ad un posto sconosciuto con una lingua e cultura diverse? Mettersi al più presto possibile in contatto con i compaesani residenti in loco…Ma certo però…come si faceva?…dove indirizzarsi?…occorreva cercare un “faro” che gli mostrasse il cammino…!
E il faro c’era…proprio li stesso…ad ogni posto…una Società Italiana…il faro la cui luce si vedeva da lontano…ingranaggio fondamentale di una vasta rete istituzionale sparsa sul territorio, ovunque ci fosse un’italiano…! Meraviglioso…sorprendente…ma comunque vero…!
La Società Italiana di Mutuo Soccorso “Vittorio Emanuele II” di Rafaela, venne fondata il 16 Giugno 1890…solo nove anni dopo la formazione della Colonia Rafaela!…Accoglieva e proteggeva con i suoi servizi sociali a tutti gli italiani associati.
Sin dall’inizio, fra i soci fondatori, si trovavano lombardi come Francesco Rossi, Angelo Turati o Giovanni Sabbadini, Segretario per anni di essa.
I lombardi ebbero non solo la chiaroveggenza di collaborare a fondarla ma anche di guidarla verso loro orizzonti di grandezza culturale e benessere sociale per tutta l’italianità all’estero.
Cosi furono presidenti il Commendatore Faustino Ripamonti tra 1893 e1894; Tobia Colombo nel 1916, 1920, 1921 e 1928, Carlo Vismara dal 1919 al 1920 e Attilio Ripamonti nel 1925.
Secondo l'archivio della Società Italiana di Mutuo Soccorso “Vittorio Emanuele II”, tra 1891 e 1944, vennero iscritti 116 soci di origine lombarda.
Negli ultimi anni del XIX secolo si registravano solo 6 persone di origine lombarda; dal 1900 fino al 1909: 12; tra 1910 e 1919: 27; dal 1920 al 1929: 42; tra 1930 e 1939: 14 e dal 1940 al 1944: 2 persone. Bisogna vedere che durante la Grande Guerra (1914-1918) solo 10 famiglie lombarde si iscrissero alla Società Italiana. Ossia, il grande flusso migratorio lombardo si produsse tra il ‘10 e il ’29 in cui arrivano a Rafaela circa il 60 % del totale complessivo.
Da dove provvenivano gli immigranti lombardi?
Da Pavia: 26,7 %; Como:18,1 %; Cremona: 12,9 %; Mantova: 10 %; Bergamo: 9,5 %; Milano: 8,6 %; Varese: 7,7 %; Brescia: 2,5 % e Sondrio: 1,7 %.
Cosa facevano di mestiere o professione?
17 facevano gli operai (14,6%), 15 dipendenti (12,9 %), 15 commercianti (12,9 %), 13 muratori (11,2 %), 7 meccanici (6 %), 6 falegnami (5%), 5 mattonai (4,3 %), 4 fornai (3,4 %), 4 salumieri (3,4 %), 3 fabbri (2,5 %), 3 agricultori (2,5 %), 3 cocchieri (2,5 %), 2 parrucchieri (1,7 %), 2 macellai (1,7 %), 2 industriali (1,7 %), 1 pasticciere (0,8 %), 1 calzolaio (0,8 %), 1 allevatore di bestiame (0,8 %), 1 giornaliere (0,8 %), 1 maggiordomo (0,8 %), 1 cameriere (0,8 %), 1 elettromeccanico (0,8 %) nonchè 1 medico chirurgo (0,8 %).
Allo scopo dell’analisi prenderemo solo quel 15 % che svolse attività commerciali e imprenditoriali e vedremo che del 33, 3 % erano pavesi; 28,6 % comaschi; 9,5 % milanesi; 9,5 % bresciani; 9,5 % bergamaschi e un 4 % ciascuno , cremonesi e mantovani.
Tutti hanno fatto il suo dovere verso della patria lontana e hanno dato il suo grosso contributo alla patria adottiva, perciò tutti meriterebbero apparire in questo riassunto. Quí ricordiamo i fratelli comaschi Gentilini e Luigi Valli; i pavesi Luigi Ercole, Giuseppe Marini, Angelo Panighi, Giuseppe De Bernardi e Luigi Zanella; i bresciani Abele Bianchi e Giuseppe Comincini; anche il cremonese Mosse Coppetti; il mantovano Giovanni Fertonani; i bergamaschi: Angelo Mangili e i fratelli Milesi…e tanti altri.
Comunque ho scelto alcuni dei lombardi più noti, le cui tracce ancora oggi si mantengono vive nella storia di Rafaela .
Giovanni Sabbadini, nato a Cremona nel 1854 e scomparso nel 1922, fu uno dei soci fondatori della “Vittorio Emanuele II” nel 1890. Svolse la carica di Segretario dell´ istituzione per un lungo periodo. Fu il primo maestro del posto ed anche fondatore di una Scuola Italiana la cui diresse per anni.
Faustino Ripamonti, nato a Inverigo (Como) il 30 Settembre 1854, fu uno di quelli che gli anglosassoni chiamano appunto “self made man”. Fondò nel 1888 il magazzino più antico e importante della regione. Presidente della Società Italiana tra 1893 e 1894. Venne considerato il massimo esponente dell’italianità ed il più grande filantropo che ricorda la storia della città. Finanziò la costruzione dell’attuale Cattedrale “San Rafael” con il suo magnifico campanile, e l’orologio floreale sulla Piazza centrale. Costruí la monumentale asta cittadina dove si alza tutti i giorni la bandiera argentina ed il Panteon della Società Italiana…e potremmo continuare avanti. Le sue tracce le troviamo ovunque, al punto che il Re gli conferì prima il Titolo di “Cavaliere della Corona” e poi “Commendatore” per i suoi alti servizi alla Patria. Vale la pena ricordare le parole dette dal venerando vegliardo nell’assemblea del 25 Agosto 1927: “Che il vessillo della “Vittorio Emanuele” si abbracci in un fraterno amplesso col vessillo della “Figli d’Italia” e che la unione sia salda più che la forza del ferro, più sincera che l’affetto di una madre”.
Felice Giorgi, nato a Broni (Pavia), faceva il meccanico. Di fronte alla scissione avvenuta tra gli italiani ed a richiesta del Comm. Faustino Ripamonti, nel 1927 assieme a Ruggero Moroni e a Carlo Vismara partecipó della Comissione Interinale di unità fra la Società Italiana “Vittorio Emanuele II” e la “Figli d’Italia” sotto la presidenza di Giuseppe Nidasio. Fondó, nel 1940, una fabbrica di pezzi in acciaio per l’industria del latte.
Carlo Mognaschi, pavese nato a Casatisma, fu fondatore e Presidente della “Lega Commerciale. Industriale e Agricola” nel 1906, poi divenuta Società Rurale di Rafaela. Organizza il 24 Ottobre 1907 la prima Fiera Agricola. Questore di Polizia durante la rivoluzione del 1913, poi fa parte del primo Consiglio Comunale. Fu anche fondatore e presidente del “Club Ciclista Rafaelino”.
Giovanni Scossiroli, nato a Legnano (Milano) nel 1856. Fu Consigliere e Sindaco interinale. Nel 1892 fondatore di una fabbrica di mobili in legno che poi venivano venduti in un locale commerciale unico nel suo tipo, con facciata a tre piani tutta vetrata, sul corso centrale della città. Fece anche parte del Direttorio della “Compagnia d’Elettricità di Rafaela” nel 1925.
Marcello Signorini, nato a Cividale (Mantova). Fu eletto Consigliere della città e fece parte della Società Rurale e della Compagnia Elettrica di Rafaela.
Francesco Malvisini, nato a Mede (Pavia), fondò nel 1885 un importante magazzino per lo stoccaggio di cereali, questo commercio fu il primo a funzionare come Banca per agricoltori.
Tobia Colombo, nato ad Abbiate Guazzone (Como), inaugura nel 1906 un commercio destinato alla vendita di libri, tabacchi, spartiti di musica, pianoforti e dischi.
Francesco Frossi, nato a Loresima (Cremona), fu fondatore nel 1909 del “Molino Rafaela”, macinatoio di grano , e poi di altri due nelle località di Morteros e Villa Maria in Provincia di Cordoba.
Luigi Fasoli, nato a Mandello del Lario (Como), un altro tipico “self made man” che arrivò come salumiere. Produceva tutti tipi di salumi che poi vendeva, dicono, sulla bicicletta per strada. La sua grande visione lo portó ad aprire la sua propria salumeria che, in pochi anni, si trasformó in uno dei frigorifici più importanti dell’Argentina e del Sudamerica. Il marchio “Lario” ancora oggi garantisce prodotti di qualità D.O.C.
Angelo Mai, nato a Varese, era medico chirurgo laureato in Italia. Fu fondatore di una Clinica che nel 1925 aveva le attrezzature più moderne, come il primo apparecchio di “Raggi Ultravioletti”.
Pietro Ercole, nato a Corvino San Chirico (Pavia), fondò l’Unione Vicinale e fu eletto Consigliere nel 1913, 1922 e 1923.
Marcellino De Micheli, nato a Suello (Lecco), notaio e politico di spicco. Nel 1921 venne eletto rappresentante per la riforma della Costituzione della Provincia di Santa Fe. Fondatore del Club Atletico Rafaela e del “Centro Unione Dipendenti di Commercio”. Avviò la formazione della “Cooperativa di Consumo” e della Centrale elettrica della cittá.
Come dicevo prima gli anni sono passati, ma non invano, ancora oggi molti discendenti di quei bravi lombardi continuano a lavorare e a portare avanti i loro mestieri, professioni, esercizi ed aziende di tutto tipo, intanto la Società Italiana “Vittorio Emanuele II” e, l’Associazione Lombarda di Rafaela, lottano instancabilmente in favore dell’unità di tutti, ovunque siano nati, perche non si fermi mai il cuore dell’italianità che batte più forte di prima nel paese più italiano dopo l’Italia.

viernes, 14 de noviembre de 2008

DAL "MEZZOGIORNO" ALLA "PAMPA GRINGA"

PREFAZIONE
La ricerca delle proprie radici è un compito aspro e sinuoso nonchè un po' logorante.
Si fa comunque appassionante nell'ordinare il rompicapo centenario della storia famigliare e nel ritrovarsi ad ogni passo con se stesso.
Nello scoprire negli altri, traccie e gesti propri, somiglianze fisionomiche ed altre particolarità davvero sorprendenti.
Spesso le tracce dell’inchiesta si trovano nei ricordi dell’infanzia ormai lontana.
Basta però uno stimolo preciso perch’essi traspongano la soglia del subcosciente e si manifestino con assoluta chiarezza.
Mi ritornano in mente immagini, dialoghi e situazioni passate, decodificate con dei dati raccolti nel presente.
Comincia ad avere un senso ciò che sembrava non averlo mai tenuto e sopravviene una certa malinconia dall’impossibilità di poter continuare quei diáloghi interrotti…tante domande senza risposta…di poter capire i sentimenti più profondi di tutti coloro che oggi purtroppo ne mancano.
Quando ero piccolo avevo i compiti di frequentare a scuola e far le spesse a mamma, comunque volevo crescere più in fretta, cioè, raggiungere la maturitá quanto prima meglio...Certo, un po' come tutti.
Infatti, a quei tempi c’incontravamo coi nostri cari vecchi pressoche di corsa…senza nemmeno ascoltarli quanto fosse stato necessario…pecato!
Oramai vorrei rimediare quello e tornare al passato remoto in cui, lo zio Felice, tenendomi per mano andavamo in piazza a trovare gli amici suoi intanto io mi godevo un bel gelato, comprato nel vecchio camioncino bianco-celeste.
Mi ero tanto abituato a sentirli chiacchierare e ricordare la loro bella terra natia e la loro brava gente che non mi restava che imparare il loro linguaggio.
Già più cresciuto, capi perche faceva cosi. Certo per il piacere di starmi vicino ma anche perche seminava nella mia mente centinaia d’immagini, concetti, luoghi e modi di dire sensa motivo apparente.
Purtroppo non ho avuto il tempo di ringraziarglielo, spero poterglielo ricambiare con questo umile lavorino che mi ha fatto tanto felice.
Nel corso di tutta l’inchiesta ho ripensato molto a lui, l’ho “rivisto” ad occhi aperti, ho ricordato i suoi discorsi parola per parola, spesso mi sono rivolto alla mamma che mi ha aiutato a tornare a quei anni trascorsi insieme. Pero, mancava qualche cosa da fare.
La ferma decissione di mia moglie Ana, mi fece possibile “rientrare” in Italia nel 1997…e dico rientrare perche ho compiuto loro sogno nel mio proprio sogno.
In Italia, quelle immagini seminate in passato, si sono avverate; quelle frasi ripettute si sono fatte realtá e mi sono goduto tutta quella terra…la loro terra…la mia bellissima terra lontana!
Quando nel ’97 missi i piedi sul binario della Stazione “Bari Centrale” e vidi venirmi contro quel gruppo con in testa Angelo, seppi chiaramente che erano miei cugini.
Il sangue mi ferveva di gioia ed emozione per quel ritorno…sono certo che lo stesso sarebbe accaduto loro se ce l’avessero fatta.
Poi nel silenzio dei cimiteri pugliesi trovai risposte e spiegazioni a domande e dubbi che mi erano svelato per anni e che non potevo nemmeno condividerle con mio papa…perche anche lui era mancato troppo presto.
Nel toccare quelle tombe in marmo travertino ed osservare le fotografie ingiallite dei miei antenati, sentì sua forte presenza accanto a me…sperimentai una sensazione di gioia, di benvenuto…proprio come si accoglie a chi lo si aspetta con ansia.
Era passato un sacco di tempo, ponderato in generazioni, ma finalmente c’eravamo li, tutti insieme sulla terra natia…sul posto in cui era cominciato tutto…inchiodato nel “Mezzogiorno” d’Italia, nella bella Puglia cresciuta culturalmente nel cuore stesso della “Magna Grecia”.
Giorgio Garrappa
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I - LA PUGLIA
“La denominazione originale della regione fu Apulia, termino probabilmente derivato dal latino “a-pluvia” cioè “senza pluvia”. La Costituzione Repubblicana del 1947 la definì ufficialmente Puglia.
Trae la sua origine culturale da gruppi Dauni, Peucezi e Messapi stabilitisi nella parte sud orientale del territorio italiano tra il Biferno, Monopoli e Taranto.
Intorno al XIX secolo a.C. compaiono sulle coste i primi coloni Greci provvenienti dal Basso Mediterraneo, dell’Islas del Mare Egeo e dal Peloponeso, attratti dalle favorevole condizioni chimatiche e dalla fertilità del suolo.
I Greci li chiamarono tutti Lapigi, mentre in ordine alla loro collocazione territoriale, distinsero in Dauni i gruppi della Capitanata ed il promontorio Garganico (Provincia de Foggia); in Peucezi quelli delle Murge e del territorio di Bari (Provincia de Bari) ed in Messapi i Salentini (Provincia de Lecce).
Agli inizi del IV secolo a.C., Taranto diviene la più emancipata città della Magna Grecia e riese ad imporre la sua supremazia alla intera regione.
Nel 266, i Romani cominciano ad occupare i luoghi stategici della regione alla recerca di nuovi punti di attracco per i traffici marittimi con l’Oriente. Contemporáneamente inicia l’opera di unificazione culturale e civile tra le diverse stirpi dhe compongono l’astratto tessuto sociale.
Nel III secolo s’intensifica la diffusione del Cristianesimo ad opera delle comunitá religiose che, incalzate dai Musulmani, trovano rifugio sulle alture delle Murge e sulle montagne del Promontorio del Gargano.
Verso la fine del V secolo, l’apparizione dell’Arcángelo Michele, sul Monte Gargano, richiama masse di fedeli provvenienti da tutte le regioni d’Italia.
Dopo la caduta dell’Impero Romano di Occidente, nel 476, gli imperatori d’Oriente che si ritenevano in seguito alla divisione voluta da Costantino, diretti discendienti dell’Impero, allo scopo d’impedire che i territori centro meridionali venissero invassi dai Germani, avevano pacíficamente preso possesso della Puglia ed andavano spingendosi verso Nord.
Nel 490 compaiono i primi invasori Eruli e Goti. La guerra tra Bizantini e Goti rappresenta il periodo più scuro del medioevo pugliese. La pace conclusasi nel 553 avveniva dopo vent’anni di distruzione e comabttimenti.
Nel IX secolo, i Saraceni, già padroni della Sicilia, cominciarono con le loro incursioni a prendere possesso delle coste dell’Italia Meridionale.
Nel 847 avevano costituito a Bari il primo emirato che si teneva in vita con rapine e saccheggi. Cacciati i saraceni tra l’876 e l’880, la regione ritorna per duecento anni sotto l’amministrazione bizantina.”
La storia dei Normanni in Puglia comincia dopo il 1000 fino all’avvenimento nel 1154 di Federico I, “Barbarossa”, Re dei Lombardi ed Imperatore del Sacro Impero Romano Germánico fino all’1190.
Dall’1194 fino all’1250 Federico II, lo “Svevo”, s’innamora del clima di questa parte d’Italia e lascia sua impronta nei palazzi e castelli come il mítico Castel del Monte ad Andria. (1)
“Con la triste fine Della Casata Sveva gli Angioini e gli Aragonesi definiscono i confini della regione e gettarono le basi della odierna suddivisione in 3 circoscrizioni: la “Terra di Bari” al centro della regione, la “Capitanata” a Nord e la “Terra di Otranto” a Sud. La stessa divisione administrativa rimase durante il Regno dei Borboni e dopo l’Unitá d’Italia.
Nel 1923 e nel 1927, per volere di Mussolini duce del Fascismo, alle tre provincia di Foggia, Bari e Lecce, furono aggiunte quelle di Taranto e Brindisi. Bagnata per 350 km. dal mare Adriático e per breve tratto dallo Jonio, è la regione meno montuosa d’Italia”. (2)
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(1) Nota dell’autore.
(2) “La Puglia – Guida turistica fotografica e storica” – Ed. Trimboli srl -1991.
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II - ARCHITETTURA CARATTERISTICA DELLA PUGLIA
I Trulli
Trulli (dal greco tardo τρουλλος, cupola) sono antiche costruzioni in pietra "a secco", coniche, di origini protostoriche; tuttavia, nonostante nelle zone di sviluppo dei trulli si rinvengano reperti archeologici di epoca preistorica, o fondazioni di capanne in pietra risalenti all'età del bronzo, non esistono trulli particolarmente antichi: questo sarebbe giustificato dal fatto secondo cui piuttosto che provvedere alla riparazione dello stesso in caso di dissesto, si preferiva abbatterlo e ricostruirlo per motivi economici, riutilizzandone il materiale. I trulli più antichi di cui ci resti traccia oggigiorno sono stati costruiti nel XVI secolo a ridosso del promontorio pugliese della Murgia.
I trulli, di pianta circolare, sono costruiti con pietre raccolte e modellate in modo da creare una sorta di mattonella; possono essere composti da un vano semplice, oppure da più ambienti, che in genere vengono aggiunti per gemmazione attorno al vano centrale. Sono abitabili solo al piano terreno, ma al di sotto di essi possono essere ricavate delle cisterne per conservare l'acqua piovana. Gli spessi muri del trullo erano costruiti a secco con una particolare tecnica di sovrapposizione di pietre e molto spesso erano dotati di una intercapedine, dove veniva collocato del terriccio, per mantenere gli ambienti interni freschi d'estate e caldi d'inverno. Questi vengono sormontati da una pseudo-cupola (ovverosia una serie di lastre orizzontali disposte a gradini rientranti verso l'alto), costituita da un doppio strato di pietra calcarea: uno interno, di lastre più spesse, dette chianche, e l'altro esterno, costituente il vero e proprio tetto, in lastre più sottili, dette chiancarelle, terminante in una chiave di volta frequentemente scolpita con elementi lapidei decorativi a carattere esoterico, spirituale o scaramantico, sporgenti al vertice del conoide di copertura.
Il promontorio della Murgia, ricco di pietre e formazioni calcaree, ha dato la possibilità agli ingegnosi costruttori dell'epoca di progettare queste costruzioni.
La zona più importante dei Trulli è rappresentata dalla Valle d'Itria. Qui la città di Alberobello (BA), avendo un intera area cittadina edificata con queste costruzioni, rappresenta a tutti gli effetti la "Capitale dei Trulli". Altre zone di particolare importanza sono rappresentate dalle campagne circostanti di Locorotondo (BA); Martina Franca (TA); Cisternino, Ostuni, Fasano e Ceglie Messapica (BR).
Costruzioni simili sono presenti anche nella zona settentrionale del promontorio della Murgia, nelle zone di Monopoli e di Polignano a Mare (Bari); tali costruzioni più vicine al mare ed utilizzate per altri scopi, hanno evidenti particolari architettonici differenti.
Anche nel Nord-Barese, nella Murgia Nord-Occidentale, si rinvengono numerose costruzioni a trullo. Queste venivano soprattutto utilizzate, dai pastori, come ricoveri temporanei. Alcuni sono di fattura molto pregiata, altri invece molto più semplici. Altri tipi di trulli, detti anche "pajare" sono molto diffuse nei territori di Lizzano, Torricella, Savae in tutto il Salento. Per la costruzione della ripica struttura pugliese venivano utilizzate pietre calcaree del posto, il cui utilizzo ne implicava la rimozione dai campi, laddove impedivano la coltivazione. A ciò si deve l'esistenza di numerose tipologie costruttive, le quali dipendendo molto dal tipo di pietra rinvenuta (a chianca, tondeggiante, più o meno facilmente lavorabile, ecc.), variano anche nel raggio di pochi chilometri.
I Trulli sono stati dichiarati patrimoni dell'umanità dall'UNESCO (1).
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(1) “I trulli” – http://it.wikipedia.org/
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Le Masserie
Percorrendo la Puglia non si può fare a meno di notare la ricca presenza di Masserie fortificate sparse in tutto il territorio, sebbene con peculiarità differenti a seconda del luogo e del periodo di edificazione.
Per capire il fenomeno “Masseria” bisogna risalire storicamente all’impero romano, poiché la “villa” romana era un prototipo di “masseria”.
Infatti, sia la Masseria che la villa romana erano due entità economicamente autonome, pertanto, producevano e consumavano tutto ciò che era necessario per il sostentamento; inoltre, in entrambi i casi, c’erano delle mura di cinta che dovevano proteggere dagli assalti dei nemici.
Le masserie si dicono “fortificate” perché, dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, il forte esercito romano venne meno e così, la popolazione si doveva difendere autonomamente dalle frequenti invasioni dei barbari.
Nonostante siano di epoche diverse, le masserie hanno delle caratteristiche comuni quali: feritoie, caditoie, mura di cinta, garitte e torrette per l’avvistamento; alcune masserie sono state edificate sfruttando la struttura di antiche torri d’avvistamento (ad esempio Masseria Garrappa).
Inoltre ogni Masseria, in genere, presenta: locali per il bestiame, frantoi, chiesette. Tutto ciò dimostra la forte indipendenza di questi complessi dal centro abitato tanto da poterle definire dei veri e propri microcosmi.
A Monopoli le masserie facevano parte di un ben organizzato sistema di avvistamento che comprendeva anche il Castello di Carlo V, il Castello di Santo Stefano e torri di avvistamento lungo la costa (ad oggi rimangono solo Torre Encina e Torre Cintola).
Dopo le invasioni barbariche i pericoli non cessarono, ecco perché tali strutture furono utilizzate fino al 1700, infatti erano molto temuti i turchi, i pirati, e le popolazioni vicine per le quali Monopoli era un appetibile accesso al mare.
Data la forte staticità sociale i proprietari di questi “tesori”erano le ricche famiglia aristocratiche, i comuni, e i monasteri, i quali erano tanto ricchi che spesso si avvalevano della figura di un amministratore.
Gli studiosi di questo fenomeno hanno cercato di classificare le masserie in base alle caratteristiche, tuttavia vi è una miriade di classificazioni, in questo contesto si propone quella più semplice.
Masseria Compatta: si tratta di solito delle masserie più antiche, nate soprattutto per l’avvistamento: non hanno mura di cinta, né fortificazioni evidenti, sfruttano di solito la loro posizione su luoghi rialzati e dominanti sul territorio.
Masseria Fortificata: hanno evidenti tutte le caratteristiche difensive dai muri di cinta, alle caditoie, alle feritoie, ponti levatoi, torrette e/o vedette (es. Conchia, Caramanna).
Masseria Fortificata con Torre: possiedono oltre alle caratteristiche delle generiche masserie fortificate anche un corpo più o meno centrale a torre per una maggiore capacità di difesa e avvistamento (es. Losciale, Maviglio/Manghisi, Due Torri).
Torri Masserie: l’intera masseria è costituita solo da un corpo unico a forma di torre senza altri corpi affiancati (es. Garrappa, Spina Piccola) (2).
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(1) “Masserie Fortificate” – spaziowind.libero.it

III - CASATE NOBILIARI  IN MONOPOLI
Le casate di famiglie che nel passato di Monopoli godettero gli agi e i fastigi della nobiltà, erano uno “strato” a sé stante, separato cioè dal resto della popolazione.   Esse erano ricche di terre, di immobili e di prestigio, e conservarono per secoli il ruolo primario avuto in sorte con la nascita e conservato anche con vincoli di parentela che i matrimoni consentivano di allacciare. Una fitta rete di “consanguinei” e affinità, quasi a protezione e difesa.   
Nobiltà che ebbe un ruolo nella storia civile della città, in quanto per esempio, furono prestati migliaia di ducati (senza mai ritornare) all’Università, da parte degli Indelli, Palmieri, Ammazzalorsa, i Galderisi, i Manfredi, i Garrappa, i Carbonelli ed altri) o che tentavano di aggregarsi, fenomeno comune in tutte le città con separazione di ceti, le famiglia della seconda piazza: dottori di medicina e di legge, notai o ricchi mercanti.   Insieme, questi due ceti hanno dato a Monopoli uomini “illustri” : uomini di lettere, di medicina, di legge, di chiesa o d’arme. In buona parte provenivano dal seminario di Monopoli, nel quale si sentivano chiamare i nomi dei giovani Indelli, Palmieri, Acquaviva, Garrappa, Pirrelli, Romanelli, Accinni, Farnararo, Taveri, Antonelli, Affatati..che studiavano grammatica, scienze, legge civile e canonica, filosofia, teologia…   Alcuni completarono il ciclo degli studi e alcuni si “graduarono” a Napoli o Roma. Altri invece studiarono fuori Monopoli, come due Affatati nel collegio di Francavilla o alcuni figli, nobili, di Carbonelli e Manfredi nel seminario di Matera. Altri invece presero lezioni in casa, come Muzio Sforza.    

Sicuramente Monopoli deve molto alla famiglia Palmieri, poiché anche l’abbellimento della città con palazzi, chiese e cappelle, ville e masserie lo si deve proprio a questa nobile e prestigiosa famiglia.
Altre famiglie e altri nobili hanno altresì contribuito, in quanto ritroviamo nel territorio monopolitano masserie, (Conchia, Caramanna, Ciminiera, Cavallerizza e tante altre), altri edifici, palazzi, proprietà terriere. 
Elemento tipico del territorio monopolitano, le masserie, furono dotate di   chiesette private; le 2 stesse masserie e le ville furono “abbellite” con piccoli giardini di agrumi, “frutti bianchi”, mandorleti, oltre che a dotarli di pozzi, palmenti, ed aie per il grano. (*) 

(*) BREVE PRESENTAZIONE DELLE CASATE NOBILIARI  IN MONOPOLI - Ricerca effettuata da Angela Marasciulo. Servizio Civile 2012 . Comune di Monopoli. «Progetto Espressioni d'identità» 16 Aprile 2013.
Notizie tratte da:
Pirrelli Michele, “Monopoli Illustre. Casate e Cognomi Monopolitani” Vol I  ‐ Vol II , Italia Grafica, 1998.
C.R.S.E.C “ Tra i muri della Storia  Materiali per un viaggio nel cuore di Monopoli” Regione Puglia, Assessorato alla Pubblica Istruzione ‐ Quadernetti d’identità territoriale   n° 05, 2002.   
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IV - ANTICA MASSERIA FORTIFICATA "GARRAPPA"
Notizie storiche

La masseria Garrappa è raggiungibile percorrendo la strada litoranea da Monopoli verso Egnazia; giunti al Capitolo all'altezza del bivio della Francisto-mare ci si immette sulla strada "Garrappa" e si prosegue sulla stessa per circa mille metri verso il territorio di Fasano; arrivati in corrispondenza di un gruppo di abitazioni poste sul lato sinistro della strada, girando da quel lato ci si trova davanti all'ingresso principale della masseria.
Ad un primo sommario esame l'edificio appare come una classica masseria fortificata databile tra il XVI e il XVII sec.
Le prime vaghe e indirette notizie storiche sono della fine del 1671; risulta da alcune fonti (1) che il Monastero di S. Martino possedesse nel luogo "li Mortarelli seu Curcio Garrappa, opere venticinque di terre ed olive confinanti da Levante con D. Francesco Martinelli, da Maestro con l'Ospedale, da Ponente con Monte Isplues, e da Scirocco con la Madonna delle Grazie".
Nel Cabreo del 1767 (2) risulta una pianta topografica di un territorio seminatoriale e olivato chiamato il "Mangano", zona oggi chiamata lo Sciale, vicino il mare, appartenente ad un "Arcidiacono Garrappa". Inoltre, tra i documenti della Commenda di S. Giovanni Gerosolomitano del 1794 (3), vi è una mappa topografica del "Predio del Mangano", in cui sono indicati i confini dei beni appartenenti ad un certo "D. Gaetano Garrappa" proprio nel luogo in cui è ubicata la masseria.
In sostanza dai documenti storici risulta con certezza solo che dal 1671 al 1794 la zona in cui sorge la masseria rientrava tra i possedimenti terrieri della famiglia Garrappa alla quale apparteneva il fabbricato certamente gia' allora esistente.
All'ingresso del piano superiore, è presente una iscrizione di tre lettere greche (Iota, Eta e Sigma) che rappresentano le prime tre lettere del nome greco di Gesu' o secondo l'intepretazione latina stanno per Jesus Hominum Salvator. Questo fatto, unito ad una serie di piccoli bassorilievi di argomento sacro murati nella sala di ingresso al primo piano, farebbe pensare che la masseria in origine fosse una grangia dell’Abazia benedettina di S. Stefano.
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(1) Platea del Monastero di S. Martino, fasc. S. Martino con riassunto Pergamene S. Martino, cl. A, Monopoli 1671.
(2) Cabreo del 1767-1769. Inventario e Platea di tutti i beni, annui, censi, rendite, della Venerabile Commenda della Sacra Religione di Malta, tav. n.18.
(3) Cabreo del 1794, dei beni della Commenda di San Giovanni di Monopoli del Sacro Militar Ordine Gerosolimitano, Monopoli 1794, tav. 18 n.20, tav. 19.
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Descrizione dello stato attuale
La masseria Garrappa è caratterizzata da un nucleo centrale costituito da un edificio quadrangolare a torre tipo "dongione" (ben fortificato e protetto da caditoie), intorno al quale sorgono numerosi edifici e strutture complementari. Il complesso è parzialmente fortificato da un alto muro perimetrale, posto su tre lati, mentre il lato nord ne risulta privo a seguito della costruzione di moderne abitazioni che sconciano tutta questa zona, sovrapponendosi persino al grande frantoio sotterraneo che originalmente faceva parte della masseria..
Sul lato nord-est della cinta si colloca una piccola costruzione tripartita dotata, nella parte centrale, di un forno esterno; sul lato sud, di fronte alla facciata della torre, è situata la cappella. Sul lato ovest si apre uno straordinario complesso di tre agrumeti recintati, irrigati mediante un complesso e interessantissimo sistema di canalizzazioni in pietra tufacea. Il primo agrumeto è di grandi dimensioni e caratterizzato da una chiara impostazione monumentale, il secondo è di medie dimensioni, mentre il terzo è decisamente piccolo e quasi totalmente nascosto dagli alti muri perimetrali.
La masseria risulta realizzata con muratura di conci squadrati in pietrame tufaceo con nucleo interno in scheggioni di tufo e calce. È attualmente articolata su tre piani: piano terra - piano intermedio (realizzato probabilmente nel XVIII sec. abbassando il piano terra) - piano primo. In origine i vani del primo piano comunicavano con quelli del piano terreno attraverso una botola aperta nella volta a botte tramite una scala a pioli, e con il terrazzo per mezzo di una scala in pietra ricavata nello spessore del muro perimetrale di una stanza.
Al piano primo si accede da una scala esterna a due rampe munita in origine di ponte levatoio (oggi sostituito da un ponte fisso in muratura) e disposta perpendicolarmente alla facciata della torre.
L'edificio, imponente nella sua compatta mole viene impreziosito per la presenza, nell'alto parapetto di coronamento, di un motivo ad archetti e beccatelli modanati, eseguiti con grande cura; all'estremita' di ogni lato, gli archetti sono decorati da un motivo floreale. Il medesimo motivo ad archetti e beccatelli, completati da superfici murarie caratterizzate da grandi bozze, ricorre sulla struttura di appoggio della scalinata. Questa decorazione architettonica ricorre nelle costruzioni militari a partire dall'inizio del XVI sec. (vedi bastione di Pappacenere della cinta muraria di Monopoli)
A sud, sulla facciata principale si aprono gli ingressi ai locali del piano terra utilizzati attualmente come ristorante tipico.
Al centro della facciata principale, in epoca relativamente recente, è stato aperto un ingresso diretto ai quattro vani con volte a botte che costituiscono il piano intermedio cui si accede tramite una scala esterna di sette gradini. Tali ambienti, oggi utilizzati come Club privato, erano un tempo adibiti a depositi.
Il piano primo è composto da quattro ambienti. Al lato ovest del muro di cinta è addossato esternamente l'agrumeto, nel quale sono ancora presenti le file di pilastrini che servivano in origine a reggere un pergolato o una tettoia e i canaletti in pietra per l'irrigazione.
Sul lato sud del complesso è posta la cappella sormontata al centro da un campanile a vela concluso da una croce. La parete destra della cappella si addossa al muro di cinta dell'agrumeto. Nella facciata principale, a terminazione piana e profilata da sottili cornici, si apre un portale a timpano preceduto da due scalini e sormontato da un architrave caratterizzato da una cornice a dentelli e da un fregio decorato a rosette di forme differenti. Il timpano è profilato da una cornice che include una piccola statua della "Vergine in trono" ora acefala, ai lati del fregio due volute decorate con un irregolare motivo a ovali.
In asse con il portale si apre un oculo definito da una cornice liscia. L'interno della cappella ha la volta a botte lunettata su mensoline.
La breve navata è separata dalla zona presbiteriale mediante un archivolto sostenuto da semipilastri in cui una cornice modanata funge da capitello. La zona presbiterriale è coperta con una mezza volta a padiglione lunettata su mensoline, ornata al centro da un rosoncino decorato con motivo floreale. Due rosoncini simili ornano anche la volta a botte della navata e una cornice a profilo semicircolare, con foglie di palma intervallate da quattro rosoncini floreali, corre al di sopra della lunetta lungo l'imposta della intera copertura.
Nella parete destra della zona presbiteriale si apre un tabernacolo ornato da un motivo a conchiglia.
L'altare settecentesco, che in alto interferisce in maniera disorganica con l'imposta lunettata della volta, rappresenta certamente un tardo momento di intervento nella piccola chiesa, dimostrato inequivocabilmente dal sovrapporsi dello stesso altare ad un'antica nicchia, ora murata e appena visibile sotto la tinteggiatura a calce. L'interno della cappella è illuminato da due finestre ricavate sulle pareti laterali. I muri recano frammenti di intonaco dipinto. A destra dell'ingresso è murata un acquasantiera in pietra. Attualmente la cappella è sconsacrata e adibita a deposito di attrezzi agricoli.
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Antica Masseria Fortificata “Garrappa”
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V - LA PROVINCIA DI SANTA FE
La Provincia di Santa Fe è la provincia a forma di stivale situata nella parte nord-orientale dell’Argentina. Per superficie, popolazione e livello socio-economico rappresenta una fra le più evolute e importanti aree dell'Argentina.
Grande rilevanza ha avuto, nel proprio sviluppo, l'immigrazione europea, da cui ha tratto origine oltre il 90% della sua attuale popolazione.
Anche sotto il profilo botanico e faunistico, oltreché climatologico, la provincia si articola in due grandi realtà subregionali: quella chaqueña a nord e quella pampeana al centro e al sud. La prima è più ricca di vegetazione (boschi e, più raramente, selve fluviali), la seconda si presenta come un'enorme ma suggestiva prateria (costituita da terre nere particolarmente fertili) inframmezzata da appezzamenti di terreno coltivati più o meno intensivamente. Le specie vegetali presenti nel Chaco santafesino sono di tipo tropicale (palme, salici creoli, arbusti xerofili ecc.) mentre al sud ha particolare diffusione l'eucalipto, il sicomoro americanoe l'ombu. La fauna è particolarmente ricca al nord dove sono presenti molte specie endemiche, fra cui il bradipo, ilformichieri, il tapiroe anche alcuni caimani (fra cui lo yacaré nero proveniente dalle foreste fluviali delle provincie di Corrientes e Misiones, dove sono particolarmente diffusi). La zona pampeana è invece conosciuta per le sue specie domestiche importate dall'Europa (bovini ed equini in particolare); volpi e soprattutto cervi selvatici si possono ancora trovare in molte zone rurali.
La provincia ha una superficie totale di 133.007 km². su cui vivono 3.000.000 circa di abitanti, con una densità di 23 abitanti per km², superiore pertanto a quella dello Stato argentino (15 abitanti circa). Oltre il 50% della popolazione provinciale risiede in due aree metropolitane: quella di Rosario (ufficialmente denominata Gran Rosario) e quella di Santa Fe (Gran Santa Fe).
La provincia è suddivisa in 19 dipartimenti. I dipartimenti hanno una funzione organizzativa, elettorale e statistica, a livello provinciale ad esempio per quanto riguarda la sicurezza. I dipartimenti, sono suddivisi, a propria volta, in distretti, che possono essere organizzati come municipalità o municipi, oppure come comuni. Secondo la normativa vigente nella Provincia di Santa Fe, per poter ottenere lo status di municipio, il distretto deve avere una popolazione non inferiore ai 10.000 abitanti. Le unità territoriali più popolose si sono pertanto costituite in municipi, mentre le altre in comuni.
Iniziò a svilupparsi nella seconda metà dell'800, grazie alla massiccia immigrazione europea ed in particolare italiana. Italiani furono i colonizzatori della Pampa Humeda che si estende per oltre i 2/3 della Provincia e che per questa ragione inizió a chiamarsi Pampa Gringa (da gringo, come venivano soprannominati all'epoca gli italiani). Italiani furono anche molti dei colonizzatori della parte più settentrionale della Provincia, già facente parte, geograficamente, del Chaco.
La città di Rafaela (la terza della Provincia con circa 88.000 abitanti) fu una creazione del lavoro italiano (soprattutto piemontese) e così pure le colonie agricole di San Jorge, Sunchales, Piamonte, Cavour, Cañada de Gomez, Carcaraña e molte altre. Anche Rosario e Santa Fe, massimi centri abitati della provincia, furono in gran parte edificate da architetti e ingegneri italiani che si ispirarono, nel progettare e costruire alcuni fra gli edifici più rappresentativi delle due città a modelli e forme stilistiche propri della loro terra d'origine.
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VI - LA CITTA DI RAFAELA
Come tutta la regione pampeana, il territorio del Departamento Castellanos era abitato, nei primi 50 anni di vita indipendente, solo da tribu nomadi.
Rafaela è ormai il capoluogo e la città più popolosa del Dipartimento Castellanos, situato sulla parte centrale della Provincia di Santa Fe. Rappresenta inoltre, per numero di abitanti ed importanza economica, la terza realtà urbana dell’intera provincia.
Localizzata circa 90 km a nordovest di Santa Fe, Capoluogo della Provincia, Rafaela è una città di circa 88.000 abitanti (secondo il censimento del 2004) nella parte settentrionale della Pampa Humeda (pampa umida), regione particolarmente fertile e dal clima temperato.
Il nome trae origine da donna Rafaela Rodriguez in Egusquiza, moglie di uno dei terratenenti sui cui possedimenti sarebbe successivamente nata e si sarebbe sviluppata Rafaela. Per tale motivo venne pure scelto, come protettore della città, l’Arcangelo San Raffaele, la cui festa viene celebrata il 24 ottobre di ogni anno.
L'abitato sorse nel 1881, grazie ad un impresario nato a Sigmaringendorff (Germania) Guglielmo Lehmann, che aveva avuto in concessione, dai latifondisti della zona, oltre quidicimila ettari di terreno adibito a pascolo, l'aveva lottizzati e poi venduti a coloro che ne avevano fatto richiesta. I lotti erano suddivisi in rurali ed urbani. Il primo stock di lotti, fu ceduto ad 11 acquirenti, nella quasi totalità italiani; fra questi avevano assoluta preponderanza i piemontesi (per lo più contadini) e, in minor misura i lombardi (dediti in particolare al commercio). Ne era presente fra essi un solo meridionale, Nicola Caciolo, nativo di Montagano (Molise), laureatosi in medicina a Napoli nel 1861 e successivamente emigrato fu il primo medico chirurgo e Giudice di Pace di Rafaela. Della prima ondata di colonizzatori facevano parte anche delle famiglie svizzere e francesi. Più tardi furono messi in vendita i lotti residui ad italiani di altre regioni, argentini ed europei dalle più svariate procedenze che però non riusciranno mai a sovvertire il peso demografico ed economico della comunità italiana radicata nel territorio.
Lo sviluppo di Rafaela fu talmente veloce che nel 1886 gli abitanti ascendevano a 1.687. All'epoca già funzionavano in città una scuola elementare, due mercerie, un panificio, una modesta fabbrica di liquori, un negozio di vetri e pitture ed altri stabilimenti commerciali.
Già nel 1883 funzionava il cosidetto Tranway (treno a vapore) fatto da imprenditori locali italiani come Angelo Marini ad oggetto di facilitare il trasporto della produzione agricola e passeggeri dai pressi a Rafaela. Negli anni 1886 e 1887, Rafaela venne collegata dalle ferrovie nazionali sia alla città di Santa Fe che alla provincia confinante di Cordoba e ciò diede un ulteriore impulso allo sviluppo del centro abitato. Nel 1887, fu costruita la prima chiesa inaugurata dal primo parroco del posto, Stanislao Battipaglia nativo di Nocera (Salerno).
Nel 1891 Rafaela divenne capoluogo del Dipartimento Castellanos. Negli anni successivi vennero create le prime scuole medie pubbliche, fu installata l'illuminazione elettrica nelle strade e fu edificato il primo ospedale cittadino. Lo sviluppo industriale, agricolo e commerciale procedette, fra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento.
Nel 1912 le autorità provinciali ordinarono un censimento limitatamente all'area di Rafaela per stabilire se il comune riunisse i requisiti per divenire municipio. Furono conteggiati ben 8.422 residenti e, pochi mesi più tardi, il 26 gennaio 1913, venne disposto che il comune si fregiasse del titolo di città, dotandosi di un Consiglio Municipale con competenze ben più ampie che in passato. Quest'ultimo era integrato in massima parte da italiani: accanto all'Intendente (Sindaco) Manuel Gimenez, di nazionalità argentina e a uno dei Consigleri, Nicolàs Gutierrez, spagnolo, sedevano Carlo Magnaschi, piemontese; Emilio Galassi, lombardo; Edoardo Chiarella, ligure di Chiavari e Antonio Cossettini, di Alviano, Friuli. Da allora si alterneranno alla guida del Municipio intendenti il più delle volte italiani o di origine italiana (Tettamanti, Sacripanti, Zobboli, Maggi, ecc.).
Grande sviluppo ebbe a Rafaela -sul finire del XIX secolo e agli inizi di quello successivo- l'associazionismo nato con finalità assistenziali e di mutuo soccorso, sulla base dell'appartenenza etnica. Nel 1890 venne aperta la prima associazione mutualistica locale: la Società Italiana di Mutuo Soccorso “Vittorio Emanuele II” che raccolse gran parte degli italiani del comune. Suo primo Presidente fu Nicola Caciolo che aggiunse questo incarico agli altri che già ricopriva, quello di medico condotto e di giudice di pace. Pochi mesi più tardi anche la colonia svizzera, seppur numericamente più modesta di quella italiana, aprì un proprio circolo con finalità mutualistiche, L'union, presieduto da Pierre Avanthay, uno dei pochi non italiani presenti sul territorio fin dal 1881. Gli spagnoli residenti, nonostante rappresentassero il secondo gruppo etnico locale dopo quello italiano, costituiranno una propria associazione di mutuo soccorso intorno al 1910.
Le associazioni mutualistiche svilupparono anche attività ricreative e sociali, e talvolta ebbero anche la funzione di coltivare e diffondere la lingua e la cultura del paese di appartenza dei suoi membri non solo a livello locale, ma anche provinciale. È questo il caso della Società Italiana di Mutuo Soccorso “Vittorio Emanuele II” di Rafaela, che nel corso della sua lunga storia, dopo essersi dotata di strutture adeguate, fra cui un teatro di sua proprietà, organizzò un gran numero di spettacoli con artisti italiani, corsi di lingua italiana, commemorazioni e manifestazioni di varia natura, cui parteciparono ospiti illustri provenienti dall'Argentina e dall'Italia. Fra questi ultimi si ricordano il principe Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, il marchese Malaspina, all'epoca ministro degli esteri italiano, l’eroe di Vittorio Veneto, gen. Enrico Caviglia ed altri. All'inizio degli anni venti del Novecento venne creata una seconda associazione italiana dal friulano Antonio Cossettini (succeduto a Nicola Caciolo come presidente della Società Italiana di Mutuo Soccorso “Vittorio Emanuele II” denominata Figli d'Italia e caratterizzata da un notevole impegno di carattere sociale e umanitario nei confronti dei poveri e dei bisognosi residenti sia in città che nel circondario. Secondo le rilevazioni del censimento del 1914, la città aveva quasi raggiunto i 10.000 abitanti attestandosi fra le sei città più popolose della provincia di Santa Fe. L'economia era ancora essenzialmente rurale, anche se le attività terziarie avevano avuto un notevole sviluppo. Rafaela era infatti divenuta il massimo centro di distribuzione dell'area santafesina centro-occidentale, con una influenza che andava ben al di la della sua provincia di appartenenza e che si irradiava su alcuni dipartimenti della provincia di Córdoba (fra cui San Francisco, anch'esso colonizzato in massima parte da italiani). Pur essendo sorte, fin dagli inizi del Novecento, alcune importanti industrie legate al settore agropecuario, Rafaela non si era dotata ancora di strutture industriali adeguate, dipendendo in larga misura, per l'approvvigionamento dei manufatti di cui aveva bisogno, dai grandi centri di Buenos Aires e Rosario e dalle importazioni estere (Stati Uniti d'America ed Europa). La Grande guerra mise a nudo l'inadeguatezza del settore secondario di Rafaela, paralizzando non solo le importazioni di beni strumentali e di consumo dall'Europa, ma anche il flusso di capitali necessari per investimenti produttivi.
Gli anni venti e trenta segnarono il definitivo affermarsi di Rafaela come terzo polo demografico, industriale e commerciale della provincia subito dopo Rosario e Santa Fe. Le precedenti industrie alimentari vennero ampliate e diversificate. Si introdussero le prime fabbriche di salumi (prima fra tutte la Lario, fondata dal lombardo Luigi Fasoli, nato a Mandello del Lario in Provincia di Lecco) e le prime industrie meccaniche.
Venne creato un importante Istituto tecnico per formare personale qualificato per l'industria (Escuela Industrial oggi Escuela de Educacion Tecnica de Rafaela).
Lo sviluppo industriale si accompagnò a Rafaela con quello sociale e culturale. Prima del secondo conflitto mondiale funzionavano in città due conservatori di musica (Mozart e Giuseppe Verdi), due biblioteche (la Agustin Alvarez e la Sarmiento), due teatri, di cui uno appartenente alla Società Italiana “Vittorio Emanuele II”, bruciatosi nel 1957.
Un'ulteriore espansione della città e il parallelo consolidamento delle sue strutture industriali, commerciali ed agricole si ebbe con l'affermarsi della Cuenca lechera (Conca lattifera) di cui Rafaela era il centro più importante, come una delle massime realtà agropecuarie del paese.
I 23.665 abitanti del 1947 raddoppiarono quasi nei due decenni successivi (44.361 nel 1960) per poi stabilizzarsi su ritmi di crescita elevati, ma inferiori al passato (bisognerà attendere il 2004 e cioè 44 anni per vedere nuovamente raddoppiata la popolazione di Rafaela). Fra gli anni cinquanta e settanta oltre alla costituzione di un'ampia zona industriale alle porte della città, sviluppatasi a dismisura negli ultimi decenni, vennero costruite strutture ricreative e sportive (fra cui un eccellente Autodromo) e culturali (due musei: il Museo Historico Municipal e il Museo de Bellas Artes Urbano Poggi.
I difficili momenti vissuti dall'Argentina agli inizi del XXI secolo si ripercossero negativamente anche sulla città santafesina che però riuscì in qualche modo ad attenuare gli effetti più deleteri della crisi grazie al proprio potenziale economico e soprattutto umano. Già nel 2006, all'indomani di uno dei periodi più bui della storia Argentina degli ultimi vent'anni, l'industria locale mostrava i segni di una prima, decisiva ripresa e l'occupazione era tornata a crescere al ritmo degli anni novanta.
La regione produce un terzo di tutto il latte argentino e gran parte dei formaggi e delle carni bovine consumate nel paese e da vita a un indotto industriale di notevoli proporzioni (attrezzi e utensili destinati all'agricoltura a all'allevamento, mangimi, fabbriche alimentari, ecc.). Secondo le statistiche Rafaela attualmente conta il 25% del fatturato globale dell'industria è prodotto da imprese legate al settore alimentare ed un 25% a quello meccanico. Oltre l'80% delle imprese è di dimensioni piccole (al di sotto dei 5 dipendenti) e il 90% riveste carattere familiare. È stato inoltre calcolato che fra l'anno 2000 (alla vigilia della crisi economica) e il primo semestre del 2006, le imprese industriali siano passate da 375 a 432, con un aumento di circa il 15%.
Negli anni successivi al 1881 iniziarono ad essere erette le prime residenze in mattoni, che andarono a sostituire le fatiscenti unità immobiliari che le avevano precedute. Gran parte delle costruzioni di quella non lontanissima epoca e del periodo immediatamente successivo sono andati distrutte, altre hanno subito tante e tali ristrutturazioni e modifiche da essere divenute irriconoscibili. Purtuttavia alcuni vetusti edifici pubblici, stabilimenti commerciali, luoghi di culto e case private sono ancora visibili e visitabili, a testimonianza di una memoria storica particolarmente viva in città e di cui i Rafaelini vanno orgogliosi.
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VII - LE PRIME RICERCHE SULL'ORIGINE FAMIGLIARE
Secondo una fonte consultata (1): “Operando sullo studio dell’origine del nome, va ricordato come il cognome puo aver subito variazioni dialettali, forme contratte, diminutivi, lenizioni, errori dovuti a errata trascirizione. Riteniamo quindi che il nome Garrappa sia verosimilmente originato da Garrapa sul quale sono state rinvenute le seguenti notizie storiche e araldiche tratte dalle fonti bibliografiche di araldis. Antica e nobile famiglia originaria da Venosa. Venanzio fu autorizzato ad assumere il titolo di Barone “Maritale Nomine” con Real decreto 28 giugno 1906 e Decreto Ministeriale 2 Maggio 1908, concesso alla moglie María Consiglia Marigliano nel 1906, trasmissibile ai suoi discendenti per linea retta maschile primogenitale. La familia ha partecipato alla storia di Napoli ed alle sue vicende durante i trascorsi, concorrendo non poco alla nobilta e alle cariche istituzionali della stessa città fatte dai Re che hanno Regnato nel Ducato di Napoli, molti regni hanno passato su questa Provincia Bizantina, retta da un Dux. Nel 638, Napoli fu dipendente del Governatore della Sicilia e in seguito governata direttamente dall’Imperatore. Il Duca-Vescovo Stefano II, fu il primo dei duchi elettivi che si succedettero per circa un secolo, seguiti dai duchi ereditari. Oltre a Napoli, il Ducato comprendeva Pozzuoli, Cuma, Sorrento e la Terra del Lavoro. L’eta d’Oro fu il X secolo, sotto i Regni di Gregorio III, Sergio II, Atanasio II, Gregorio IV e Giovanni II; in tale periodo i duchi attuarono una difesa efficace della loro indipendenza ed una forte azione per allontanare i musulmani dal basso Tirreno, nobilitando numerose famiglie tra i quali la medesima. Verso l’XI secolo iniziò la decadenza del Ducato, dopo una serie di sconfitte inflitte dai bizantini e dai longobardi del principato di Capua, percui Sergio IV fu costretto a chiedere aiuto ai normanni appena apparsi nel mezzogiorno; come ricompensa a tale aiuto dovette ricompensare il loro capo, Rainolfo Drengot, con la concessione di Aversa. Nel 1077, la progressiva espanzione normanna costrinse i vari duchi ad una penosa azione difensiva che culmino nell’assedio di Napoli. Nel 1078, i duchi dovettero rinunciare a tutto il territorio, tranne Napoli, a favore di Ruggero II d’Altavilla, primo Re di Sicilia ed unificatore del “Mezzogiorno”. Due anni dopo la morte di Sergio VII, ultimo duca, Napoli, che aveva mantenuto la propria indipendenza sotto forma di repubblica, entro a far parte del Regno Normanno di Sicilia”.
Nella mia ostinata ricerca di parenti trovai il Dott. Roberto Garrappa, professore presso l’Universita degli Studi di Bari, nipote di Gaetano e pronipote di Sebastiano Garrappa (2).
In una lettera del 30 Settembre 1998, Roberto mi disse che “il primo Garrappa che abbia visuto a Monopoli era un soldato dell’Imperatore di Spagna Carlo V, venuto a Monopoli da Napoli nel 1522 e si chiamava Agnello Garrappa”.
Arme
Quando visitai la Masseria Garrappa e conobbi Arturo (3) richiesi lui su questi particolari e poco dopo ricevetti dei dati storici sia sulla famiglia che sullo stemma cui descrizione è questa: “Troncato con la fascia rossa sulla troncatura. Nel primo di porpora a tre stelle di otto raggi d’oro ordinate a triangolo; nel secondo di porpora a tre gaviani su tre colline”. Potrebbe dirsi che lo stemma ha la forma francese antica, troncato in due campi: quello superiore rappresenterebbe il cielo e quello inferiore la terra. Il rosso significa nobiltà, dominio, audacia, coraggio e valore. Il colore porpora simboleggia la fede, il temperamento, la castitá e la devozione; viene anche considerato símbolo di nobiltà, grandezza e recompensa d’onore. Le stelle di otto raggi rappresentano il pensiero verso di Dio, le otto benedizioni evangeliche e, nella sua quaternità, il preannuncio della Croce. L’ordinamento ascendente delle stelle esprime la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo (4). L’oro simboleggia i valori trascendente come la fede, clemenza, carità e giustizia, nonchè espressioni mondane come la felicita, l’amore, splendore e sovranità. I tre gaviani, posate su tre colline, simboleggiano la natura: l’uccello tipico ed il terreno ondeggiante delle Murge (5).
Genealogia
In Italia, i nomi venivano sistemáticamente ripettuti a seconda della regola percui il primogenito maschio doveva per forza portare il nome di suo nonno paterno.
Questa “regola d’oro” veniva verificata sia per il primo maschio nato dopo femine che nel caso del primo maschio nato dopo la morte prematura del primogenito.
Questo ultimo lo si vede patente nel caso del bisnonno Garrappa. Lui nacque appunto nove mesi dopo la scomparsa di suo fratellino Agnello, accaduta quando ne aveva solo otto mesi d’età. Quindi suo padre lo chiamo uguale a suo fratello scomparso con l’aggiunta del secondo nome, Vincenzo.
Ovviamente Agnello Vincenzo chiamò a mio nonno Gaetano ed egli a sua volta al primogenito Aniello ed al maschio più piccolo Cayetano.
Mio zio, Aniello Garrappa, abbandonò la regola d’oro chiamando llamando a suo primogenito: Ricardo Nilo.
Dunque la tradizione europea veniva poi modificata in America persino a scomparire con l’uso di nomi scelti in maniera più che arbitraria.
Poi c’è stato un periodo in cui i primogeniti maschi venivano chiamati appunto come loro padri ed oggi vengono battezzati con dei nomi che c’entrano ben poco oppure niente con la storia, tradizione famigliare nemmeno con l’origine dei propri cognomi.
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(1) “Armorial General Rietstaps” e “Archivio Araldico Italiano”
(2) Sebastiano Garrappa (1878-1914); Gaetano Garrappa (1907-1995).
(3) Arturo La Torre – 2001.
(4) La stella di otto raggi spesso si trova sugli stemmi papali come quelli di Sisto V, Clemente VIII, Clemente XIV, Clemente X e Pío VI. (N de A)
(5) Murge: subregione molto estesa costituita da un altopiano calcareo a forma rettangulare della Puglia Centrale. Il suo nome deriva della parola latina "murex": roccia. (Wikipedia - enciclopedia libera).
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VIII - LA LORO PRESENZA NEGLI STATI UNITI
Anche nel grande Paese del Nord arrivarono i Garrappa. Qualcuno dopo lasciar l’Argentina. L’Archivio dell’Ellis Island (USA) registra i seguenti dati. (1)
- Felice Garrappa (1868)
Originario di Bari, sposato di 1,67 di statura, magro, occhi neri e cappelli grigi, imbarcò a Buenos Aires sul vapore “Vandyck” e giunse a New York il 23 Febbraio 1914 con destinazione Oakland-San Francisco (California). Fa riferimento all’amico Catalano, domiciliato in 5439-Lochaley, Oakland, California. (2)
- Rosa Andreani in Garrappa (1884)
Anche lei di Bari, sposata con Felice Garrappa, 1,52 di statura, grossa, occhi marroni e cappelli marroni, imbarcò a Buenos Aires sul “Vandyck” e giunse a New York il 23 Febbraio 1914. (3)
- Gary Garrappa (1949-2006)
Nato l’8 agosto 1949 e scomparso il 23 gennaio 2006 a 57 anni. N° Assicurazione Sociale (Social Security Number) 049-42-8494. Stato o territorio di registrazione: Connecticut (USA). (4)
- Mary Garrappa (1925-1995)
Nata il 5 giugno 1925 e deceduta nel gennaio 1995 a 70 anni d’età a Pawcatuck, New London, Connecticut. N° Assicurazione Sociale (Social Security Number) 037-16-4452. Stato o territorio di registrazione: Rhode Island. (5)
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(1) Ellis Island Foundation (http://www.ellisisland.org/).
(2) Nro. Registro della Linea di Navigazione: 0019.
(3) Nro. Registro della Linea di Navigazione: 0020.
(4) (U.S. Social Security Death Index )
(5) (U.S. Social Security Death Index )
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IX - LA LORO PRESENZA IN ARGENTINA
Appena una decina di persone di cognome Garrappa si recarono in queste terre e più della metà rientrarono in Italia.
Siccome in certi casi l’informazione è frammentaria, l’informatizzazione dei dati esistenti nei registri del Porto di Buenos Aires -adoperata dalla Fondazione “Giovanni Agnelli” di Torino- è stata di grande utilità ad oggetto di ottenere le schede della maggioranza degli emigrati sbarcati nei primi anni del XX Secolo. (1)
- Sebastiano Garrappa (1878-1914)
Cattolico coniugato, 25 anni, commerciante, partì da Génova sulla nave “La Plata I” in 3ª. classe ed arrivo a Buenos Aires il 1° Ottobre 1903. Sua moglie invece, arrivava a Buenos Aires sulla “Bologna” 14 settembre 1906. (2)
- Vito Garrappa (1875-1935)
Cattolico coniugato, 30 anni, agricultore, istruito, partì dal porto di Génova sulla “Toscana”, in 3ª. classe ed arrivo a Buenos Aires l’11 Marzo 1905. (3)
- Angela Garrappa (1902-1946)
Cattolica coniugata di 21 anni, agricultore, istruita, si trasferì sulla “Toscana” assieme Vito Garrappa. (4)
- Gaetano Garrappa (1889-1950)
Celibe di 17 anni, partì assieme il tutore, Giovanni Pipoli, ed arrivo a Buenos Aires il 26 settembre 1906 sul piroscafo "Argentina" (poi Brasile) in 3a. classe. (Registrato come Gaetano Garrafa di 16 anni).
- Aniello Garrappa (1873)
Cattolico coniugato di 34 anni, professione sconosciuta, partì da Génova sul vapore “Cordoba”, in 3ª. classe ed arrivo a Buenos Aires il 30 Aprile 1907. (5)
- Giulio Garrappa (1871)
Cattolico coniugato di 38 anni, bottaio, partì da Génova sul vascello “Re Umberto” in 3ª. classe ed arrivó a Buenos Aires il 20 Maggio 1909. (6)
- Nicola Garrappa (1891-1963)
Cattolico coniugato di 18 anni, calzolaio, istruito, partì da Génova sulla “Toscana”, in 3ª. classe ed arrivo a Buenos Aires il 5 Luglio 1909.
- Felice Garrappa (1868)
1,67 metri di statura, capelli grigi ed occhi neri, sposato con Rosa Andriani, venerdi 19 Dicembre 1912. Si trasferirono a Buenos Aires e nel 1914 ripartirono, sul vapore Vandyck, per gli Stati Uniti arrivando in quel Paese 23 Febbraio. Loro riferimento negli USA era un tale Sig. Catalano di Av. Locksley 5439, Oackland, California. (7)
- Felice Garrappa (1893-1969)
Cattolico scapolo di 28 anni, scalpellino di mestiere, parti da Génova sul “Principessa Mafalda” in 3ª. classe ed arrivo a Buenos Aires nel 1921.
- Madia Garrappa
Nata a Fasano (BA). In Argentina sposo Nicolas Mastroberti e risiede a Buenos Aires. (8)
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(1) Dirección General de Migraciones (Ex - Hotel de los Inmigrantes - Puerto Madero - Bs. As).
(2) Sebastiano Garrappa, fratello di Agnello Vincenzo nato il 5 gennaio 1878. Sposato con Maria Teresa Todisco l'8 Agosto 1901 in Italia e deceduto il 7 aprile 1914.
(3) Vito Paolo Garrappa, Fratello di Agnello Vincenzo nato il 19 gennaio 1875. Sposato con Filomena Dibello il 27 Settembre 1919 e mancato il 25 Novembre 1935.
(4) Angela Garrappa, figlia di Sebastiano e Maria Todisco, sposata il 16 Ottobre 1929 con Gaspare Pipoli.
(5) Aniello Garrappa (1873) cugino primo grado di Agnello Vincenzo.
(6) Giulio Garrappa (1871) fratello di Aniello giunto 2 anni prima.
(7) Felice Garrappa (1868) Registri portuali dell’Ellis Island – New York – USA.
(8) Madia Garrappa fu trovata sull'elenco telefonico ed intervistata.
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X - NONNO GAETANO
Continua e riprende il soprannome etnico e poi nome personale latino Caietanus, "abitante oriundo di Gaeta" (in latino Caieta) che, nel dialetto dei Laconi, significava "luogo cavo" per la collocazione naturale della città. L'onomastico è tradizionalmente festeggiato il 7 agosto in memoria di San Gaetano di Tiene, morto nel 1547. (1)
Il suo paese natio
Gaetano nacque a Canosa di Puglia, Provincia di Bari.
“Canusium, fu fondata, secondo la leggenda da Diomede, fuggiasco da Troia, fu una delle maggiori città dell’Apulia. Si pensa alla sua origine greca per il fatto cha al tempo di Augusto, i canosini erano bilingui. L’antico nucleo abitato sorge sulla verdeggiante collina, visibile a molte miglia di distanza, a due chilometri dall’Ofanto. In essa si acquartierò l’esercito romano sconfitto a Cannae dal più grande condottiero della storia, Annibale. Nel suo territorio sono i resti di antichi templi ed avanzi di costruzione romane. Nella Piazza centrale si trova la Cattedrale dedicata a San Sabino”. (2)
La sua nascita
Il primogenito di Agnello Vincenzo ed Anna Petrosillo vide la luce mercoledi 20 Febbraio 1889 alle 19:40 in una casa della Vía Doge Faliero.
Fu battezzato come suo nonno paterno e registrato all’anagrafe nell’Atto N° 162-Vol. I-Parte 1ª. dell’Ufficio dello Stato Civile del Comune di Canosa di Puglia (BA).
Ebbe 8 fratelli: Nicola (1891), Felice (1893), Angelo (1895), Lellina (1898), Vito (1901), Giuseppe (1903), Anna (1906) e Ida (1910).
Infanzia e giovenezza
Nel “Meridione” d’Italia, governato da poderossi latifondisti, la vita era piuttosto dura. La gente subiva privazioni e doveva rasegnarsi alla summissione. Lo Stato Unitario reprimeva qualsiasi tentativo di rebellione e controllaba la situazione malgrado le solite agitazioni locali.
Gaetano, in quella brutta atmosfera, imparò il mestiere di cocchiere a fianco di suo padre, da tempo impegnato dal Conte Miani.
L'emigrazione
A 17 anni, raggiunse il metro cincuantasei di statura e s’interessò sulla possibilita di emigrare. “In América si puo trovare lavoro per vivere con dignità ed essendo disposto a fare qualche sacrificio, si può anche risparmiare” diceva qualche propaganda ufficiale.
Bisogna dire che 1906 fu un anno assai favorevole alla emigrazione in Argentina, causa principalmente della grande massa di lavori edilizi e ferroviari.
1906 finiva con la più elevata cifra dall’inizio dell’immigrazione: 252.536 persone d’oltreoceano di cui 127.578 erano italiani.
La maggior parte dei 34.000 immigrati recati in Provincia di Santa Fe fissarono la loro residenza nei centri urbani e specialmente in Rosario.
All’Ufficio del “Reale Comissariato Generale dell’Emigrazione”, prese conoscenza sul contenuto del “Manuale Pratico dell’emigrante all’Argentina, Uruguay e Brasile” e, poco dopo, decise di partire.
Essendo ancora minorenne avrebbe anche bisogno di un permesso paterno, un’autorizzazione speciale del “Prefetto del paese” nonchè di un “tuttore” che lo accompagnasse nella lunga traversata transoceanica.
Lavorò molto duro per riunire centottantacinque lire (185 L) per il biglietto e convincere Giovanni Pipoli, figlio di Vitantonio, “contadino” di Castellana, che gli facesse da tuttore.
Dinanzi il Questore, venne cosi registrata questa situazione sulla pagina 5 del “Passaporto del Regno d’Italia” N° 233 - G.
A fine 1906 arrivò a Buenos Aires, 3za. Classe della nave “Argentina” (poi Brasile) (9), registrato come Garrafa Gaetano, contadino di 16 anni, celibe, cattolico, sapeva leggere e scrivere. La data di arrivo, 26/09/1906, coincide esattamente con quella del rilascio del suo passaporto (pag. 3 del Passaporto N° 23-G).
Dalla Capitale dello Stato pare che si sia trasferito, in treno, a Santiago del Estero per cercare lavoro in quella Provincia mediterranea.
La cittadinanza argentina
Appena compi i 18 anni richiese la Cittadinanza Argentina che gli venne concessa venerdi 14 Giugno 1907 dal Juez Federal di Santiago del Estero, Dott. Justo P. Luna.
La nuova vita
Nel 1909 fa il servizio militare a Rosario, Provincia de Santa Fe. In caserma fece parte della Banda Militare suonando la tromba.
Nel 1910, si reca a Rafaela, dove già risiedeva Nicola Providenti sposato con Maria Galuppo. A 21 anni s’iscrisse alla “Società Italiana di Mutuo Soccorso Vittorio Emanuele II” su cui registri appare con il mestiere di “Falegname”(3).
Quell’anno, forse dovuto al suo antico mestiere (cocchiere), trovo impegno presso il Comune di Rafaela come riscuotitore, compito che svolgeva su di un “tílburi”, carriaggio tirato da un solo cavallo.
Dopodichè sposò Alejandra Felipa Galuppo, cognata di Providenti nata in Argentina da genitori italiani, e con lei ebbe sette figli: Leticia, Aniello, Aldo, Idiolindo Luís, Evangelina, Cayetano ed Elba.
Aldo, mori a pocchi anni ed a sua figlia Elba, la mandó frequentare la Scuola “Dante Alighieri” ad oggetto di favorire il collegamento epistolare con dei parenti rimasti in Italia.
Il suo interesse per i valori dell’italianita lo portarono a partecipare attivamente nei vari Consigli Direttivi della Società Italiana “Vittorio Emanuele II: nel 1919, sotto la Presidenza di Palmiro Zuani; nel 1922, a richiesta di Santiago Lorenzatti; nel 1923, da Faustino Lencioni e nel 1924, ritornò per accompagnare Lorenzatti.
In quel tempo si produceva la divisione interna della istituzione percui un gruppo di associati rinunciò alla “Vittorio Emanuele II” fondando la “Figli d’Italia”, tra loro suo amico il maestro Antonio Cossettini. La riunificazione di entrambe le due istituzioni italiane ebbe luogo il martedi 20 Settembre 1927 ma Gaetano gia non tornerebbe più alla dirigenza sociale.
La sua vocazione per la musica
Nel 1911, Antonio Cossettini, Direttore dell’Instituto Italo-Argentino, richiese i suoi servizzi per dirigere la Banda Infantile che funzionava in suo stabilimento educativo.
Il 15 Aprile 1918 raggiunse al traguardo tanto atteso fondando la sua propria Banda di Música che battezzó “Giacomo Puccini” in omaggio al grande autore e compositore lucchese.
Nel 1920, un periodico rafaelino scrisse al riguardo: “Alla banda Puccini la sorprende il secondo anniversario, dalla sua fondazióne, in una época di felice svolgimento e tangibile progresso. Grazie all’attivita e gelo del fondatore di essa, signor Garrappa, la Puccini è una banda che oggi onora nostra citta e dice che qui esiste afizione al bell’ arte della Música”. (4)
Nel 1934, suonando il “pistone” (5), fece parte della Banda Municipale di Música, fondata il 29 Giugno 1895 da Nicola Providenti, a fianco dei maestri Remo Pignoni, Gregorio Puglielli, Giovanni Abele, Marcomino, Giovanni Di Tulio, Risso, Rosario Micheli, Rogelio D’Iorio, Rocco Barone, Vnicenzo Tesone y Giulio Tieri.
La passione per il “bel canto” lo porto, nel 1935, a fondare l’Associazione Sinfónica di Rafaela, prima ed única orchestra sinfónica della città.
A comporre questa formazione furono convocati musicisti da diverse parti della provincia ad oggetto di completare le sezioni istrumentali necessarie.
Il Giovedi 22 Agosto 1935, a beneficio dell’ospedale di Carità “Dr. Jaime Ferre”, ebbe luogo il “Gran Festival artístico de Danzas Clásicas y de carácter “Ritmos y Colores” al Cine-Teatro “Avenida”. La serata si sviluppò sotto la propria direzione orchestrale e la direzione artística della Profesoressa Rita de la Vega.
Il repertorio incluse dei brani famosi della lirica come: “Primavera” di Walteufell; “Aída” e “Rigoletto” di Verdi; “Ilusión” di Schubert; “Claro de Luna” di Gounot. Qualcune di esse cantate da signorine della società rafaelina come: “Nita” Soldano, Perla Rizzi, “Coca” Albizu, Nilda Baliela, “Marili” Dutruel, “Bety” Panigatti, “Gringa” Hugentobler, Danta Lopez, Alex Borda, “Lili” Sola, W. Galetti, “Chela” Padovani, “Nina” Salvago, Ernestina Salera (reina de las flores), Elsa Peña, “Porota” Belles, Elsa Roulet, Perlita Inwinkelried, Lelia Gerbaudo, Zuñilda Barbero, Beatriz Tapia, Nelly Roulet, Dolly Marchini, Beatriz Cravero, “Titina” Carbajo, Ilda Strappini, “Chicha” Almeida, “Pichón” Perusia, Fany Pliauzer, Julia Bollinger, Elsa Falcon, Lelia Berta, Lola Jiménez, Sara López, Ilda Neher, Chana Alemandi, Negra Zona, Ada Providente, Dora Armando, Alicia Razquin, Florinda Martín, Themis Salvago, Zulema Briggiler, Irma Pedemonte, Estela Gutierrez, Justicia Chiappero, Esther Schwegler, Nilda Almeida, Nelly Bruneri, Evelina Albertinazi, Nelida Plaza, Elda Cortopassi, Armanda Marini, Ema Fiorillo, Ebe Therisod, Huerto Ramos, Amalia Nemec, Alba Stoffel, Nelida Blanca Vittori, Concepción Bogado, Coca Bono, Josefina Calegaris e Zunilda Aimaretti, tra altre.
Mércoledi 27 Luglio 1938 si realizzo, al Cine-Teatro “Colon”, il “5to. Gran Concierto de la Asociación Sinfónica de Rafaela” sotto la guida del Maestro Gaetano Garrappa. L’orchestra presentò i seguenti musicisti: Utilia Bianciotti (Piano), Dante Fontana, Juan Peretti, Eladio Vottero, José Platini, Abraham Kohan, Cesar Kohan y Armando Giacconi (Violines), Rogelio D’iorio y Rosario Micheli (Clarinetes), Roque Baroni (Trombón), Vicente Tesone (Flicorno Barítono), Gregorio Puglielli e Idiolindo Luís Garrappa (Bateria).
A quell’epoca, la Commissione Direttrice dell’Associazione Sinfónica era costituita da: Leopoldo López (Presidente), Luís Ricci (Vicepresidente), Osvaldo Torres Barbero (Segretario Generale), Dante Fontana (Segretario di Atti), Rogelio D’Iorio (Tesoriere), Narciso Paludi (Sindico), Giuseppe Platini, Giovanni Peretti y Vincenzo Tesone (Vocali), Gaetano Garrappa e Domenico Supino (Revisori di conti). (6)
Il giovedi 18 Luglio 1940, il Comune di Rafaela lo nomino Sottodirettore della Banda Municipal che aveva aumentato considerevolmente avendo tra loro musicisti: Buchta, Acosta, Vincenze Tesone, Vittorio Tesone, Rogelio Mansilla, Esquivel, Gregorio Puglielli, Chiappero, Tomasini, Abele, Di Tulio, Gaetano Garrappa (figlio), Alcide Miretti, Rogelio D’Iorio (padre e hijo), Boggie, Emilio D’Iorio, Giulio Tieri e Aldo Desideri. Sotto la direzione di Nicolás Providenti.
Il giovedi 17 Aprile 1941, alle 21 ore, si fece il “Grande Concerto Sinfónico” in ricordó del 40mo. Anniversario della scomparsa del compositore parmigiano Giuseppe Verdi. L’atto inaugurale fu condotto dalla distinta signora Susana Barr, promosso dall’Associazióne Patriótica Italiana Dante Alighieri” e realizzato al Teatro “Vittorio Emanuele II” (Società Italiana).
L’orchestra schiero 20 professori di Rafaela, Esperanza e Santa Fe, affidando la delicata mansione di direggerla al Maestro Gaetano Garrappa. (7)
Autore e compositore di nota
Tra le opere musicali più note si trovano la tarantella “Don Pipo di Napoli”, con dedica a Dora Elba Borda, parole di F. Brancatti, incisa dal quarteto di Feliciano Brunelli nella discográfica Víctor; valser valesani come “La Capilla”, dedicato a Magdalena De Lorenzi; “Colombina”, dedicato ad Alex Borda; i passodoppio “Claveles y Verbenas” e “Amor Español”, quest’ultimo anche dedicato a Magdalena De Lorenzi e parole di F. Brancatti; i valser “En el crepúsculo” e “Leticia” dedicato a sua figlia e parole di Rene V. Barbier. Al Dott. Samuel Borda gli dedicherebbe un tango: “Mi gran amigo”, parole di F. Brancatti. Composse inoltre fox trots come “Año 1943” e “Coco” dedicato a suo figlio più piccolo ed eccelente pianista.
Uomo imprenditore
Tra l’altro fu persino “assaggiatore” di past’asciuta presso un’azienda gestita da emigrati italiani di cognome Del Puppo.
Gesti pure un bar posto sull’angolo sudest dell’incrocio delle vie Sargento Cabral e Belgrano e poi, mise in moto una moderna Fábbrica di scoppe, con delle prime macchine eléttriche, che funzionaba nel suo domicilio di Via Las Heras, 447 - Telefono 1223.
Uomo generoso
Gaetano non dimenticherebbe mai genitori, fratelli né sorelle rimasti in Italia, perciò quando pote e la loro situazione economica glielo permetteva non dubito ad aiutarli.
Durante gli anni del secondo dopo-guerra la vita era molto complicata in tutta l’Italia ormai distrutta e cosi gli scrisse sua sorella Anna il martedi 2 Agosto 1949:
“Caro Fratello Gaetano: Prima di tutto mi devi scusare se non t’ho scritto prima, causa della mia malattia. Non ti dico quanta moneta ho consumato e quella che occorrre ancora e come se il destino mi accompagna anche mio marito da circa tre mesi che è disoccupato, non so proprio come devo fare... i viveri ogni giorno aumentano. La mia piccola Ina ti ringrazia dei soldi che ci hai mandato non puoi credere che gioia ebbe non sapeva che cosa doveva comprare per tenere un ricordo dello zio Gaetano che conosce solo in fotografia, ti faccio pur sapere che quest’anno è stata promossa in quarto e per farla svariare e cambiare un po d’aria l’ho mandata a Castellana, io quando sto bene ogni settimana vado a vedere la cara mamma, quando accompagnai la piccola lessi la tua lettera ove rilevai che anche tu non stai ancora bene puoi credere come ci dispiace di non poterci vedere, ma poi pensando questo è il caso della lontananza...”Anche la mamma Anna scrisse, il sabato 15 Aprile 1950, quella sua ultima lettera che lesse Gaetano:
“Carissimi figli Felice e Gaetano: vengo a darvi le mie notizie che sto bene e cosi spero sempre di voi. Dunque cari figli vi faccio sapere che ho ricevuto la moneta che mi siete mandati, la somma di Lire 5.295 le ho ricevuta il Sabato Santo, è stata una grande sodisfazione e ricorreva la Santa Pasqua che cosi sono stata molto contenta. Cari figli io non so come a voi ringraziarvi del sacrificio che fate verso di me e spero dal Signore vi dara pure sempre buoni lumi che non vi dimenticate mai di me. Caro figlio Gaetano voglio sapere come tu passa la tua malatia perche il mio pesnsiero è sempre rivolto a te che sei tanto lontano...Caro figlio, mi farai un piccolo favore mi devi pregare a tuo fratello Felice che mi manda una piccola fotografia perche io non tanto me lo ricordo più, ti raccomando tanto per questo che ti ho chiesto. Poi caro figlio ricordo della tua promessa che da un lungo tempo mi hai promesso...Termino il mio scritto, prima di salutarvi vi mando la Santa Benedizione, saluti alla tua cara moglie e tutti i tuoi cari figli e nipoti, saluti al tuo fratello Felice, saluti dal tuo fratello Giuseppe con la sua moglie e figli, saluti e baci dai nipoti della defunta tua sorella Ida, non hanno fatto la fotografia perche non possono perche non tengono monete, saluti dalla tua sorella Anna e marito e la piccola. Rinova saluti da me e mille baci dal profondo del mio cuore donandovi tutto il mio affetto la vostra mamma.Anna-Pronta risposta.”Da queste parole si puo intravedere il dolore di una madre che la guerra e la malavita avevano già strappati vari figli e cercava d’afferrarsi alla promessa di Gaetano di attraversare l’Atlántico per andare a trovarla.
La promessa incompiuta...
Dalla scomparsa di suo padre, accaduta il venerdi 27 Gennaio 1948, consapevole dell’avanzata età di sua madre Anna e della sua interminabile lotta contro la malattia cardiaca che lo colpiva, promise rientrare in Italia.
Lavorò ancora duro per riunire i soldi necessari per le spesse del viaggio tanto voluto. Tutto era pronto a punto tale che sarebbe la moderna nave "Giulio Cesare" che lo riporterebbe a casa.
Ma il suo cuore ammalato non glielo permetterebbe ed a consiglio del suo caro amico il Dott. Samuele Borda si vide obbligato a rimandare l’anelato viaggio.
Le parole del suo tango “Mi gran amigo”, scritte da Brancatti, fanno vedere con fedeltà la sofferenza portata dalla sua malattia cardiaca ed il preannuncio del finale tragico di quella lunga lotta logorante e disuguale.
“Non piangere la tua brutta stella;
lotta cuore, mio grande amico;
non mollare al dolore quando travolge;
ne dimenticare che sono io sempre con te” (8)
Sul punto di eredare la “battuta” di Direttore della Banda Municipale -lasciata da Providenti- ed aspettando il congedo medico che gli permettesse imbarcare, lo sorprese la morte il sabato 24 Giugno 1950 all’età di 61 anni.
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(1) Dizionario dei nomi GENS - Italia
(2) “La Puglia – Guida turistica fotografica e storica” – Ed. Trimboli srl -1991.
(3) Archivio Societa Italiana “Vittorio Emanuele II” – Rafaela.
(4) “Semana Ilustrada” – 1920.
(5) Flicorno soprano in Sib, di estensione e tecnica analoghe alla tromba però di tono più morbido (Wikipedia Enciclopedia Libera)
(6) Programma del Cine-Teatro “Colon” – 1938.
(7) Diario “La Opinión” – 13 Abril de 1941.
(8) Frammento del tango “Mi gran amigo” – 18/06/40 – Ediciones Musicales Julio Korn (Buenos Aires) tradotto dall’autore.
(9) il piroscafo Argentina fu costruito nel 1905 dal cantiere Fratelli Orlando di Livorno per la Compagnia di Navigazione La Veloce di Genova. Poteva ospitare 61 passeggeri di prima classe, 56 di seconda e 950 di terza. Fu varato nel luglio 1905. Fu poi venduto alla Societa Italia di Navigazione a Vapore che lo ribattezzò Brasile. 
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XI - ZIO NICOLA
Il nome deriva dal greco e bizantino Nikolaos, composto da nikein, "vincere", e da laòs, "popolo, moltitudine", e significa quindi "vincitore tra il popolo". L'onomastico è tradizionalmente festeggiato il 6 dicembre in ricordo di San Nicola, morto nel 350. (1)
Il suo paese natio
Come suo fratello Gaetano, Nicola nacque a Canosa di Puglia, Provincia di Bari.
La sua nascita
Nicola Garrappa, secondo figlio maschio di Agnello Vincenzo ed Anna Petrosillo, nacque la domenica 22 Febbraio 1891 alle 10:10 AM nella casa posta in Via Doge Contarini s/n° a Castellana (Ba).
L’emigrazione
A 18 anni, dinanzi la prossima leva militare e la possibilità di nuovi conflitti armati in Europa, chiese a Gaetano sulle possibilità di lavoro in Argentina e decise ripettere l’esperianza di suo fratello.
Prima di abbandonare la penisola prese in matrimonio Maria De Libero, figlia di un sarto molisano originario di Campobasso. Entrambi si recarono a Napoli e abbordarono il vapore “Toscana” per Buenos Aires.
Arrivarono alla capitale dello stato argentino sabato 5 luglio 1909 e Nicola venne registrato come “calzolaio”, cattolico e istruito.
La sua vita in Argentina
Dal suo matrimonio con María De Libero, ebbe due figli maschi nati in Argentina: Mario e Miguel Ángel.
Quest’ultimo ammalò prematuramente essendo ricoverato in un Ospedale della località di Oliveros, vicino Rosario (SF) dove mori il martedi 17 Agosto 1965 all’eta di 47 anni.
Consigliato da suo fratello, a principi del 1916 ed avendone 24 anni, s’iscrisse alla “Società Italiana di Mutuo Soccorso Vittorio Emanuele II”.
A parte del suo mestiere di calzolaio gestì il noto Caffe-Bar Splendid, proprio di fronte alla Plaza 25 de Mayo della Città di Rafaela, in via 25 Maggio 35/43.
Suo figlio Mario Garrappa – nato il venerdi 2 febbraio 1917 e scomparso giovedi 28 maggio 1981- sposato con Elsa Zulma Sello, gliene aveva già dato due nipotini maschi: Roberto e Ricardo.
L’anelato ritorno
Nicola fu il più fortunato di tutti e tre fratelli dunque, nel 1960, tornò in Italia.
Partì da Buenos Aires sul “Giulio Cesare”con destino al porto di Genova. L’Italia che trovò non si somigliava per niente a quella che aveva abbandonato 51 anni fa.
Dopo la IIa.Guerra Mondiale, il paese era stato ricostruito pressochè da capo ed era cominciato un forte processo di sviluppo industriale ed economico che lo porterebbe ai primi posti in Europa. A Castellana Grotte ritrovò sua madre ammalata, suo fratello “Peppino”, parenti ed altri amici.
Dopo tre mervigliosi mesi visuti nella sua terra natia, ritornò in Argentina.
Il più grande dolore
Nicola subiva da anni il triste destino di suo figlio “Poroto”, recluso in un'ospedale ma non immaginò mai che al suo ritorno il suo cuore dovrebbe patire un dolore ancora più profondo e lacerante.
La morte di suo nipotino Ricardo nei vespri stessi del suo compleanno numero 72 lo feri a morte.
Il piccolo, di appena due anni e mezzo d’età, scomparve nel pomeriggio del martedi 21 Febbraio 1961, dopo un brutto incidente stradale accaduto a due passi da casa sua.
Pocchi giorni dopo, cioè il mercoledi 1° Marzo 1961, un’altra brutta notizia recava dall’Italia e lo colpiva ancora una volta: “la mamma non c’era più”. Infatti, Anna Petrosillo, mancava a 95 anni in Castellana Grotte.
Ne la vicinanza di suo nipote Roberto ne la provvidenziale nascita della nipotina María Luisa, poterono mitigare quella tristezza e quel dolore portato da mancanze cosi sentite.
Queste vicende produssero il rapido e progressivo deterioro della sua salute che lo condussero inesorabilmente alla morte il martedi 5 Marzo 1963.
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XII - ZIO FELICE
Continua il soprannome e poi nome augurale latino Felix, da felix, "felice, contento", ma originariamente significava "fertile, ricco di messi e frutti".
Era un nome comune soprattutto in età cristiana con riferimento alla felicità della vita eterna. L'onomastico si festeggia il 14 gennaio in memoria di s. Felice di Nola martire sotto Diocleziano.
Il suo paese natio
Monopoli è una località marittima del Basso Adriático che prese importanza con l’arrivo dei bizantini che cominciarono a edificare la città e a delineare il porto sulle fondamenta di un antico borgo apulo.
Grazie alla sua posizione i Normanni ampliarono il porto e costruirono un castello poligonale con un posente torrione cilindrico.
Nel medioevo un intenso movimento di navi crociate rafforza la sua posizione commerciale.
Divenuta una delle potenti diocesi, accoglie ordini religiosi e vescovi di grande prestigio che ne allargano l’influenza ai territori vicini. A 3 km dall’abitato, vicino alla costa, fra due insenature sul luogo di un antico villaggio romano è stata edificata la chiesa di Santo Stefano ed una abbazia benedettina fondata da Goffredo d’Altavilla, Conte di Conversano.
A 18 km sulla litoranea verso Brindisi sono le rovine della grande citta romana Egnatia posta ai confini tra la Messapia e la Peucezia. (1)
La sua nascita
Il terzo figlio maschio di Agnello ed Anna Petrosillo, nacque in Via Cialdini senza numero a Monopoli (BA), il mercoledi 1° Marzo 1893 alle 5:15 PM. A fare la registrazione presso l'Ufficio dello Stato Civile fu la levatrice Giuseppa Bota. 
Essendo adolescente, Felice, di 1,53 m. di statura, capelli castani ed occhi marroni, faceva da scalpellino oppure muratore e resiedeva in Via San Vito 16, a Castellana.
Il mestiere di cocchiere di suo pàdre, costringeva spesso alla famiglia a fare traslocco tra le diverse località della Puglia perciò i figli erano nati ed iscritti in diversi comuni o frazioni della Provincia di Bari.
La “Grande Guerra”
A poco dall’inizio, la Guerra Italiana si era portato via suo fratello Angelo e l’andamento del conflitto faceva si che Felice fosse chiamato alle arme lunedi 21 Maggio 1917 e subito inserito nel 255°. Battaglione Milizia Territoriale. (2) Ne aveva 24 anni d’età.
Il 22 Ottobre 1917, due giorni prima della disfatta di Caporetto, Felice veniva promosso a Caporale (3) e la domenica 11 Novembre veniva trasferito a Barbarano Vicentino con il compito di fare il corso di Mitragliere “907-F”. (4)
Il sabato 15 Dicembre giungeva sul fronte facendo parte della 2286ª Compagnia Mitragliatrice alle dirette dipendenze della famosa 4a. Armata.
Dal mercoledi 24 aprile del ‘18, il Generale Gaetano Giardino (5) aveva assunto il comando della 4a. Armata e si disponeva a riorganizzare le forze e terminare le difese sul Monte Grappa iniziate da Cadorna. Malgrado i risultati negativi della prima offensiva nemica del Grappa (Battaglia d’arresto), il sabato 15 Giugno 1918 il Comando Supremo Austriaco ordinava al Maresciallo Franz Conrad avanzare dal Nord sull’Altopiano di Asiago e sul Monte Grappa in direzione Vicenza; nel frattempo, il Maresciallo Svetozar Boroevic doveva scavalcare il Montello verso la località di Treviso.
Il mercoledi 19 giugno, l’esercito italiano respingeva un secondo attacco massivo e portava avanti una controffensiva avvolgente sul Montello ed il Basso Piave (Battaglia Difensiva).
Sul basamento di una colonna romana in Ponte San Lorenzo, quella vittoriosa giornata veniva ricordata con l’epígrafe: "Qui giunse il nemico e fu respinto per sempre il 15 giugno 1918". Il Comando Supremo scrisse sull’Armata del Grappa: "ciascun sodato, difendendo il Grappa, sentì che ogni palmo del monte era sacro alla Patria". (6)
Ripresa l’iniziativa strategica, giovedi 24 Ottobre del ‘18 -anniversario di Caporetto- cominciava la fase decissiva delle operazioni sul Grappa (Battaglia Offensiva).
La 4a. Armata, con scarsi mezzi, aveva l’importante compito di separare la massa austriaca del Trentino da quella del Piave, raggiungendo il solco Primolano-Arten-Feltre e coinvolgere nella lotta tutte le riserve austriache possibile di sosta a Belluno.
Il successo dell’Armata del Grappa renderebbe più facile alle Armate del Piave (10a. e 8a.) varcare il fiume in piena e puntare su Vittorio Veneto.
Martedi 29 Ottobre, la 4a. Armata balzava in avanti in tutti i settori ed irrompeva come una valanga sul nemico e ne travolgeva ogni residua resistenza, mentre l’8a. Armata, del Generale Enrico Caviglia, raggiungeva Vittorio e cominciava la massiva ritirata delle forze invassore dal territorio italiano.
Dal 24 Ottobre al 3 Novembre la 4a. Armata assorbi essa sola del 70% delle perdite dell’intero esercito in quella sanguinosa battaglia finale.
La domenica 3 Novembre 1918, a Villa Giusti (Padova), l’Austria firmava l’armistizio ed il lunedi 4 venivano sospesse le ostilità.
Il 15 Novembre, Felice veniva trasferito al 4to. Reparto Mitragliatrici. Questa unita aveva combattuto a Pove del Grappa (VI) e a Sarmego di Grumolo (VI) tra l’altro.
Sul Monte Grappa, sacro per tutti gli italiani, Felice Garrappa fece la guerra da mitragliere, a sostegno di molte Brigate di Fanteria che si disanguarono, nella difesa della fortezza montana.
Il martedi 31 Dicembre 1918 partiva dal territorio in stato di guerra. Era il primo capodanno di pace dopo quattro anni di sanguinosa guerra.
Il sabato 15 Marzo 1919 veniva destinato alla 2213ª. Compagnia Mitragliatrici (Mod. 1907), presso il 113° Reggimento Fanteria, e lunedi 30 giugno ancora trasferito alla 1174ª. Compagnia Mitragliatrici (FIAT), a sostegno del 114° Reggimento Fanteria, entrambi le due unità appartenenti alla Brigata “Mantova” che, nel mese di novembre, veniva definitivamente disciolta.
La pace
Dopo garantire la pace e la tranquillità nei territori ormai redenti, a Felice gli veniva concesso il Congedo Illimitato dalla Circolare 443 G. Mil. 1919 eppure concessa la Dichiarazione di aver tenuta buona condotta e di aver servito con Fedeltà ed Onore nella Milizia Mobile (7), il venerdi 5 Settembre 1919.
Nel 1921, dato le precarie condizioni di vita imperanti in Italia e colpito fortemente dalla scomparsa di suo fratello Angelo, decise emigrare in América come suoi fratelli Gaetano e Nicola.
Il governo argentino aveva già introdotto i primi provvedimenti restrittivi all’immigrazione dal “Decreto sobre Inmigración del 26 Abril 1916”: per entrare nel paese diventava necessario possedere un passaporto con foto e certificati, rilasciati dall'autorità di polizia o comunale, che attestassero la mancanza di precedenti penali, la non mendicità e la sanità mentale.
Tale politica di controlli si intensificò negli anni successivi, con un decreto del 1923 e le leggi emanate nel 1930, nel 1932 e nel 1938, che introducevano l’obbligo per gli emigranti di documentare l’esistenza di un contratto di lavoro e sottoponevano la concessione del permesso di sbarco all’arbitrio delle autorità argentine, anche nel caso in cui vi fossero tutti i requisiti.
La domenica 20 Febbraio 1921, furono rilasciati gli appositi certificati dal “Comune di Castellana”: idoneità al mestiere di“scalpellino”, testimonianza di “non aver mai esercitata la mendicità” nonchè un’altro dal Dott. Luigi Nitti che lo dichiarava sano fisica e mentalmente. Tutti e tre ne furono ammessi dal “Consulado de la Republica Argentina” di Nápoli, il martedi 8 Marzo 1921.
L’emigrazione
Quello stesso anno imbarcava sul “Principessa Mafalda”, vapore che dal 1909 faceva la traversata Genova-Buenos Aires e che il martedi 25 ottobre 1927, quel bastimento prese fuoco ed affondò nelle acque brasiliane morendo 314 persone fra passeggeri ed equipaggio. (8)
Un treno del Ferrocarril Central Argentino lo portava a Rafaela dove gli attendevano Gaetano e Nicola.
Consigliato da loro entró a far parte della Società Italiana “Vittorio Emanuele II” avendo 28 anni d’età ed il mestiere di muratore.
Per anni risiede a casa di suo fratello Gaetano fino al decesso d’egli, accaduto nel 1950. Poco dopo fece traslocco a casa di mio padre, Idiolindo Luis, proprio a due passi dall’altra sulla stessa via Las Heras N° 537.
La scomparsa di Gaetano, pochi mesi prima della mia nascita, mi fece “adottare” Felice da nonno.
Sul finire di ogni giornata egli piaceva andare a trovare gli amici in Piazza. La maggioranza emigrati come lui e come lui pensierosi dall’Italia lontana.
Con i reduci come lui scambiava ricordi e aneddoti della guerra per ricuperare il Trentino, la Venezia Giulia e l’Istria, ormai lontane ma non dimenticate.
Con gli altri trovava spesso l’opportunità per ricordare l’amata terra d’immensi oliveti, affaciata sul Mare Adriático che descriveva senz’altro proprio come “una tavola blu”.
Nell’estate del 1963 compi 70 ed andammo tutti insieme a Mar del Plata. Li Felice pote ritrovarsi col mare che non aveva più visto dal suo arrivo 40 anni prima e che gli riportava alla sua infanzia e gioventu.
A 76 anni d’età, la domenica 9 Marzo 1969, Felice Garrappa mancava portandomi uno dei peggiori dolori della mia vita.
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(1) “La Puglia – Guida turistica fotografica e storica” – Ed. Trimboli srl -1991.
(2) Milizia Territoriale: 1.021.954 uomini, da utilizzare per la difesa del territorio; i reparti dovevano essere costituiti presso i Distretti Militari – “Storia d’Italia Geografica, Politica, Letteraria” – http://www.cronologia.leonardo.it/
(3) Caporale: comparso nella gerarchia dell'Esercito piemontese verso la metà del XVI. Intorno al 1000 in Corsica, erano chiamati "Caporali" una sorta di Tribuni della plebe. Dal latino corpus corporis e dai suoi derivati "corporale" nel senso di "incorporare", "arruolare". Da questo grado furono estrapolati il "Caporal Maggiore", il "Sottocaporale" trasformato nel 1854 in "Appuntato". (Gradi nell’esercito italiano)
(4) Foglio Matricolare N° 42799/27 - Distretto Militare di Bari.
(5) Carlo Goti – 2006.
(6) Bollettino di Guerra del Comando Supremo - 18 junio de 1918.
(7) Milizia Mobile: denominazione che nel 1873 venne data alla «Milizia provinciale»: 341.150 uomini, dei quali 3.561 erano alpini; questa milizia comprendeva le varie armi e specialità presenti nell'Esercito permanente e doveva concorrere con questo alla difesa attiva - “Storia d’Italia Geografica, Politica, Letteraria” – http://www.cronologia.leonardo.it/
(8) Archivio Società Italia di Navigazione
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XIII - I GARRAPPA CHE RIMASSERO NEL "BEL PAESE"
- Il trisnonno GAETANO GARRAPPA
Nato nel 1838 ed ammogliato con Angela Losavio il sabato 9 luglio 1859. Da quel matrimonio nacquero otto figli: Agnello, Agnello Vincenzo, Vittoria, Stella María, Felice, Antonia, Vito Paolo e Sebastiano. Mori domenica 10 Giugno 1900 a 62 anni d’età.
- AGNELLO GARRAPPA
La matrice religiosa del nome riporta all’agnello “di Dio” ed al “buon pastore”. Dovuto la sua pronuncia e scrittura fonetica diventerebbe poi “Aniello”.
Il primogenito di Gaetano era nato il venerdi 28 giugno 1861 e morto prematuramente sabato 11 Febbraio 1862, a soli 8 mesi d’eta.
- Il bisnonno AGNELLO VINCENZO GARRAPPA
Continua il nome personale latino Vincentius, che deriva dal participio presente in -ius del verbo vincere, con il valore di "che vince, destinato a vincere", soprattutto nel senso cristiano di vincere il peccato. L'onomastico cade il 22 gennaio in onore di San Vincenzo levita, martirizzato nel 305.
Il figlio di Gaetano ed Angela Losavio nacque Martedi 18 Novembre 1862. Per compire la “regola d’oro” fu battezzato come suo nonno con l’aggiunta del secondo nome Vincenzo per differenziarlo di suo fratello perito. Sposò Anna Petrosillo giovedi 24 maggio 1888 e con lei ebbe nove figli: Gaetano, Nicola, Felice, Angelo, Lellina, Vito, Giuseppe, Anna e Ida. Mancò il 27 gennaio 1948, a 86 anni d’età in Castellana Grotte.
- La bisnonna ANNA PETROSILLO
Deriva dall'ebraico Hannah che significa "grazia", oppure "graziosa". E' il secondo nome femminile italiano per diffusione grazie alla sua matrice religiosa. L'onomastico si festeggia il 26 luglio, giorno in cui si commemora Sant’ Anna.
Nonna “Annetta” nacque il sabato 7 luglio 1866. Quando mori sua giovanissima figlia Ida (25), sposata con Francesco Pagliarulo, prese cura dei suoi due figli Vincenzo ed Aniello. Dopo una lunga malattia mancò a Castellana Grotte mercoledi 1° Marzo 1961 a 95 anni.
- ANGELO GARRAPPA
Il suo nome deriva dal greco ànghelos "messaggero", di origine forse assira; con il cristianesimo ha assunto il significato di messaggero di Dio. La Chiesa festeggia il 2 ottobre i Santi Angeli Custodi, ma l'onomastico si celebra anche il lunedì dell'Angelo successivo alla Pasqua.
Il suo paese natio
Si vuole che il primo nucleo urbano di Polignano a Mare sia sorto sul luogo di una antica localita denominata Neapolis. Le monete trovate nel suo territorio confermerebbero la presenza di una colonia greca.
L’abitato si allunga su una rupe rocciosa battuta dalle onde del mare che hanno scavato nel corso dei millenni suggestive grotte marine.
A nord della possente scogliera si apre limpida e silenziosa la più grande e bella grotta della Puglia: la Grotta Palazzese, con una vasta terrazza adibita a un ristorante e luogo serale di riunione e svago.
A 3 km dall’abitato accanto al mare s’incontra la chiesa di San Vito, anticamente fortificata per difenderla dalle scorrerie saracene. (1) Bisogna dire che Polignano a Mare è anche il paese natio di Domenico “Mimmo” Modugno (1928-1994), uno dei cantautori più noti d’Italia.
La sua nascita
Il quarto figlio maschio di Agnello ed Anna nacque a Polignano il giovedi 6 giugno 1895, alle 8:56 AM, in Via Dogali s/n. 
Ai 18 anni raggiunse 1,56 m. di statura, aveva capelli neri ed occhi castani e faceva il sarto. A quei tempi risiedeva in Corso San Vito N° 5 di Castellana (BA). All’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale ne aveva 20 anni ed aveva fatto il militare fino al mercoledi 18 Novembre 1914.
La “Grande Guerra” sul Carso
Il mercoledi 13 Gennaio 1915 veniva chiamato alle arme e mercoledi 20 destinato al 7° Reggimiento Fantería - Brigata “Cuneo” - 5a. Divisione - III Corpo d'Armata "Milano", alle dirette dipendenze della 1a. Armata. (2)
Con la occupazione di Gradisca e Monfalcone concludeva il primo balzo offensivo e la guerra di movimento diventava di posizioni. Il 23 Giugno cominciava la “1ma. Battaglia dell’Isonzo” che finiva il 7 Luglio 1915.
Intanto la Brigata Cuneo fara' sosta a Brescia dal 24 maggio fino al mese di settembre in cui verra' trasferita nell'alta valle dell'Oglio. 
La domenica 11 Luglio, Angelo veniva costretto a comparire davanti al “Tribunale Militare di Milano” sotto accusa d’insubordinazione. (*) Non si sa di preciso quale fosse la insubordinazione ne la punizione da lui subita, nonostante, la domenica 18 Luglio dava avvio la “2da. Battaglia dell’Isonzo”. 
Benche' il Regio Esercito aveva avuto gravissime perdite, molto probabilmente per quella punizione, Angelo veniva destinado alla 3ª. Compagnia - 15° Reggimiento Fanteria (con sede a Caserta) della Brigata “Savona”, reclutata in Campania.
All’inizio delle ostilità le brigate “Savona”(15°-16°) e “Cagliari”(63°-64°) facevano parte della 20ª. Divisione che, assieme alla 19ª. Divisione, formavano il X° Corpo d’Armata “Napoli”, comandato dal Generale Domenico Grandi e alle dirette dipendenze del Comando Supremo.
“La “Savona” (Regg. 15° e 16°) il 24 maggio 1915 era in forza alla 3za. Armata che combatteva sul fronte isontino, dall’Adriatico a Manzano (UD).
Inizialmente quest’Armata era comandata dal Generale Vincenzo Garioni e poi dal Duca D’Aosta che avevano in seno il VI°, VII° e XI° Corpi d’Armata.
Le responsabilità della “Savona” erano quelle di occupare insieme ai reggimenti Bersaglieri, il Monte Sei Busi, posizione tattica da prendere obbligatoriamente per avere il successivo slancio per conquistare i bastioni del Monte Hermada (mai purtroppo fatto)”. (3)
Venerdi 30 Luglio, Angelo giungeva in Territorio dichiarato in Stato di Guerra ed il suo battessimo del fuoco capitava in operazioni "minori", svolte dalla “Savona”, sul medio corso dell'Isonzo.
Martedi 2 Agosto, il 136° Reggimento Fanteria - Brigata “Campania” partiva all'attacco mentre la furibonda reazione dell'artiglieria avversaria raggiungeva anche le retrovie dove c’erano i fanti della “Savona”- compreso ovviamente Angelo - pronti ad avanzare.
A metà Agosto la 2da. Battaglia dell'Isonzo accennava a finire ed il Bollettino del giorno 12 diceva: “Le posizioni erano sensibilmente progredite ma senza concludere nulla".
Lunedi 23 Agosto, dalla “Zona di Guerra”, Angelo scrisse ai suoi genitori quella che sarebbe forse la prima ed ultima cartolina postale militare:
Dalla zona di guerra li 23/8/1915
Amatissimi genitori:
Vi scrivo in risposta alla vostra cara lettera facendovi sapere che io sto bene di salute come spero di voi tutti di famiglia.Mi è arrecato molto dispiacere nell’apprendere la morte di mia nonna (4). In riguardo a mio fratello Nicola, devo dirvi che ha fatto male ad ammogliarsi invece di venire a fare il suo dovere verso la Patria che lo sto a fare io.
Non appena riceverete notizie di Gaetano me lo farete sapere, come pure di Felice voglio sapere dove andrà e in che arma sara destinato. Mi rallegro che il mio maestro sta meglio e lo saluterete, come pure il zio Umberto che è venuto da lontano per fare il suo dovere, me lo saluterete e mi farete sapere dove si trova.
Mi raccomando dei fazzoletti di spedirli subito assieme a qualche altra cosa da mangiare.
L’abitino della Madonna lo porterò sempre addoso. Non altro da dirvi, saluti ai nonni, ai zii e zie, ai fratelli e sorelle, a tutti di famiglia, un bacio particolare alla mia Ida, a tutti quelli che domandano di me e a voi Padre e Madre tanti abbracci e baci e sono vostro affmo. Figlio.
Angelo Garrappa.
Tanti saluti alla famiglia di Antonietta D’Aprile. Pronta risposta.

La morte in combattimento
Tra la 2da. e 3za. Battaglia dell’Isonzo Angelo Garrappa veniva ferito a morte (secondo suo fratello Felice, colpito alla tempia da un frammento di proiettile d’artiglieria) nel manco tentativo di annientare le avamposte del Monte Hermada.
Il Comando Supremo capì che senza l'artiglieria l'avanzata delle truppe non poteva sperare nessun successo. Gli austro-ungarici difendevano il territorio da posizioni munite che erano state costantemente rafforzate. Le mitragliaci Schwarzlose occuparono una posizione di primo piano durante gli assalti, falciando i fanti italiani senza pietà. Gli abili mascheramenti che le nascondevano erano difficili da scovare e quasi impossibili da raggiungere per neutralizzarle. I reticolati ed i cavalli di Frisia assolsero ottimamente allo scopo ed i pur valorosi fanti italiani, difficilmente riuscirono a crearsi dei varchi tra i reticolati austro-ungarici. A nulla valsero i tentativi di neutralizzarli con i tubi bangalore o con le pinze tagliafili; le corazze Farina indossate dai coraggiosi che avevano il compito di tagliare i fili spinati erano troppo ingombranti. Gli scudi metallici non offrivano sufficiente protezione. C'erano ancora molte cose da mettere a punto per  fluidificare l'avanzata italiana. E così passarono due mesi e mezzo prima che sul fronte dell'Isonzo ritornasse a tuonare il cannone, per così dire anche perchè sul Carso il cannone tuonò ogni giorno. E proprio durante questi due mesi e mezzo di stasi, il Comando Supremo riuscì a trasferire gran parte delle artiglierie disponibili ed a piazzarle lungo il fronte dell'Isonzo.
La 3ª. Armata, forte di 79 battaglioni, teneva il fronte da Mocchetta al mare con il XIV Corpo da Mocchetta a Sagrado; il X Corpo da Sagrado a Redipuglia e il VII Corpo da Redipuglia al mare.
Consultato lo storico Carlo Goti su questo particolare, ecco la sua gentile risposta:
"Redipuglia si trova a 500 metri, in linea d’aria, al Monte Sei Busi e nel mezzo di questi c’è il Colle Sant’Elia, per cui si ritiene che Angelo, se morto ad Ottobre del ’15, sia perito durante gli innumerevoli attacchi dal monte Sei Busi ai bastioni dell’Hermada, dove la “Savona” certamente si dissanguò”.
Domenica 10 Ottobre 1915, veniva ufficialmente dichiarato morto a Redipuglia, in combattimento, dopo ferite riportate come fatto di guerra e con il N° 242 iscritto nel Registro di Atti di Morte del 15°. Reggimento Fanteria. (*) 
Ciò veniva verificato a Bari il martedi 16 Gennaio 1917 e come si vede, pure ricordato sull'Albo d'Oro dei Militari caduti nella Guerra Nazionale 1915-1918, pagina 228 - Volume XVII - Puglie (Provincie di Bari e Foggia).
Il perenne ricordo ai caduti
Richiesto lo stesso storico militare sulla sepoltura di Angelo Garrappa, figlio di Aniello, nato a Polignano (Ba) il 6 giugno 1895, risulta che:
“Puressendo iscritto nell’albo d’oro della provincia, il ministero non ha notizie circa la sua sepoltura come “Soldato Noto” in nessun sacrario militare Italiano. Da ciò si presume che o è stato tumulato a Redipuglia come soldato ignoto o i parenti ne hanno traslato le spoglie nel cimitero di residenza.In quel tempo era normale che dei soldati morti ne facessero vergognosamente delle fosse comuni nonostante il riconoscimento della salma”.(5)
Infatti, suo nipote Vincenzo Pagliarulo, ci aiuta a chiarire su questo particolare in una sua lettera datata 18 Marzo 2007:  
“Per quel che riguarda la sepoltura di zio Angelo credo che essa sia in un ignoto cimitero del Carso”.
Sul “Monumento ai Caduti” di Castellana Grotte (foto), rimase comunque inciso il suo nome come perenne ricordo alla sua memoria.
La ricerca portò anche alla mia conoscenza il testo della seduta straordinaria del Consiglio comunale di Castellana, del 2 novembre 1916, per commemorare solennemente i propri caduti.
L’incaricato dell’orazione funebre, l’allora Consigliere Giuseppe Francavilla ricordò, a uno a uno, gli oltre cinquanta soldati castellanesi morti nella prima parte del conflitto, che ancora non aveva vissuto la sua pagina più dolorosa, cioè la ritirata di Caporetto, prima della vittoria finale. Ecco quello detto da Francavilla:
“All’indomani della dichiarazione di guerra all’Austria del 24 maggio 1915, le truppe italiane, agli ordini del generale Luigi Cadorna, successivamente sostituito da Armando Diaz, combattevano con metodi superati, andando all’attacco allo scoperto e sotto il tiro delle mitragliatrici e dei cannoni austriaci, e mal equipaggiate.In Giornale di guerra e di prigione Carlo Emilio Gadda scriveva: I nostri soldati sono calzati in modo da fare pietà; scarpe di cuoio scadente e troppo fresco per l’uso, cucito con filo leggero da abiti anziché con spago, a macchina anziché a mano. Dopo due o tre giorni di uso si aprono, si spaccano, si scuciono...
Nei primi mesi di guerra le perdite in vite umane furono enormi, e anche Castellana si ritrovò, così, a rimpiangere i propri caduti.”
In quel discorso, intitolato “I nostri morti”, Francavilla menzionò tutti:  
“...dal primo, Angelo Garrappa caduto il 6 giugno 1915, all’ultimo, Antonio Pinto, morto pochi giorni dopo l’orazione funebre e ricordato in una nota conclusiva”.
La data di morte (6 giugno 1915) potrebbe essere stata confussa con quella della nascita di Angelo (6 giugno 1895) dato che era giunto in territorio in stato di guerra il 30 luglio 1915. (6)
Alla fine del conflitto veniva eretto a Redipuglia il Colle Sant'Elia, grande Sacrario Militare dove riposano 100.000 caduti della Terza Armata di cui 60.000 sono ignoti. Nel 1931, recivette anche le spoglie del suo Comandante, S.A.R. Emanuele Filiberto, Duca D’Aosta. (7)

Foto appartenente al Gruppo d'Onore dei combattenti e degli eroi per la Patria cui quadro d'insieme si trova presso la Biblioteca Comunale di Castellana Grotte.
Nel settore 5, posto 15, del suddetto quadro appare Angelo sotto il cognome Garoppa con la croce del caduto e senza data. 
In basso a sinistra c'è la data d'inizio del conflitto: 1915 (MCMXV); in basso a destro c'è la data di fine della guerra: 1918 (MCMXVIII). Ancora più in basso, a sinistra e a destra, c'è la data di realizzazione del quadro fotografico: A.VIII E.F, quindi 1930. 
Infine, in basso a sinistra e poi a destra l'indicazione del laboratorio fotografico, localita e autore: Foto Cannaregio-Pietro Spinazzi-Venezia (Pino Pace)
Il cerchio finalmente si chiude: 
Oggetto: Soldato 1^ Guerra Mondiale GARRAPPA Angelo di Aniello, nato a Polignano a Mare (BA) il 04.06.1895 e deceduto il 10.10.1915.
(Prat. C.G.O.C.G. 163350).
All. n. 1
Al Signor Jorge Alberto GARRAPPA
Riferimento e-mail del 20.03.2016

In merito a quanto richiesto con la e-mail in riferimento e dopo aver acquisito ulteriori elementi conoscitivi presso altri Enti istituzionali, Le comunico che il Soldato Angelo GARRAPPA, già effettivo al 15° Reggimento Fanteria, 3^ Compagnia della “Brigata Savona”, risulta deceduto il 10 ottobre 1915, per ferite riportate in combattimento, in trincea a quota 118 alture di Redipuglia (zona ubicata a circa 2 Km ad est di Redipuglia), e sepolto a presso tale località.
A suo tempo, le Salme dei militari tumulate in quella zona sono state, esumate e traslate, sia in forma “Nota” che “Ignota”, nel Sacrario Militare di Redipuglia del Comune di Fogliano (GO), dove tuttavia non figura il nominativo del Soldato Angelo GARRAPPA. (**)
Purtroppo, al momento delle esumazioni, molti Resti, tra i quali presumibilmente anche quelli del Soldato Angelo GARRAPPA, non furono identificati per carenza di elementi idonei ad un riconoscimento certo e vennero collocati fra quelli degli “Ignoti” nel predetto Sacrario.
E’ pertanto, tuttavia presumibile, che anche i Resti del Soldato Angelo GARRAPPA riposino tra questi.
Qualora dovessero emergere nuovi elementi inerenti il citato militare, sarà cura di questo Commissariato Generale informarLa tempestivamente.
Sicuro di fare cosa gradita, Le invio in allegato, copia dell’Atto di Morte relativo al Soldato Angelo GARRAPPA.
Ad ogni buon fine, in calce alla presente sono indicati gli Enti a cui rivolgersi per chiedere la documentazione di eventuale interesse.
Le sia di conforto sapere che mai potrà venire meno la riconoscenza e la memoria verso chi ha donato la vita per la Patria.
DIREZIONE STORICO E STATISTICA
IL DIRETTORE f.f.
(Col. AArnn Maurizio MASI) 
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(1) “La Puglia – Guida turistica fotografica e storica” – Ed. Trimboli srl -1991.
(2) Foglio Matricolare N° 821 - Distretto Militare di Bari.
(3) Carlo Goti – 2006.
(4) Riferimento a sua nonna Angela Losavio.
(5) Carlo Goti – 2006.
(6) Dal discorso “I nostri morti”, di Giuseppe Francavilla - 1916.
(7) Opera dello scultore Giannino Castiglioni e l’architetto Giovanni Greppi, il Sacrario fu inaugurato il 18 settembre 1938. 
(*) Il militare che per qualsivoglia motivo commetterà vie di fatto, insulti o minacce contro il superiore in grado o nel comando, appartenga questi all’esercito o alla marina, sarà considerato come reo d’insubordinazione. Vi sarà reato di insubordinazione ancorchè il superiore non rivestisse la divisa del suo grado nell’atto del commesso reato, purchè si stato dall’offensore riconosciuto. L’insubordinazione è punita da pene gravissime. 
(**) Leggere questo articolo sui cadaveri del Sei Busi  http://espresso.repubblica.it/grandeguerra/index.php?page=estratto&id=717.
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LELLINA" GARRAPPA
Il quinto figlio di Agnello e Anna Petrosillo fu una bimba, la prima, e nacque giovedi 29 Dicembre 1898. Peri nubile, Giovedi 19 Luglio 1945 a 47 anni d’eta.
- VITO GARRAPPA
Il nome deriva dall'antico sassone, latinizzato in Vicus, e significa "bellicoso". L'onomastico è tradizionalmete festeggiato il 15 giugno in onore di San Vito di Lucania, martire nel 303 durante la persecuzione di Diocleziano e patrono di Recanati, di Loreto e dei ballerini.
Sua nascita
Sesto figlio maschio di Agnello Vincenzo ed Anna nato il martedi 29 gennaio 1901. Si sposo con Elisa Stefanelli e non ebbero figli. Mancò mercoledi 23 Aprile 1941 all’età di 40 anni.
- GIUSEPPE "PEPPINO" GARRAPPA
Il suo nome deriva dall'ebraico Yoseph, derivato da yasaph, "aggiungere", con il valore augurale di "Dio aggiunga, accresca" (la famiglia, mediante i figli) . E' il nome più frequente in Italia per via della sua matrice religiosa. L'onomastico viene festeggiato per tradizione il 19 marzo in onore di San Giuseppe, padre putativo di Cristo. Solo dal 1968 il giorno dell'onomastico del Santo coincide con la festa del papà.
Sua nascita
Il settimo figlio maschio di Agnello Vincenzo nacque giovedi 24 Settembre 1903. Sposò Clotilde Losavio ed ebbero sei figli: Aniello (8/3/1930-6/3/1994) nato a Castellana Grotte e sposato con Maria Consaga; Giovanni sposato con Anna Tempesta; Anna (28/10/1932-23/3/1942); Angelo (31/3/1934), sposato con Palma Di Carlo (14/3/1940); Maria (1936), maritata con Gaetano Buglisi ed Antonia (1938), con Cosimo Monaco. “Peppino” Garrappa mori Lunedi 11 Gennaio 1982 a Castellana Grotte (BA).
- ANNA GARRAPPA
Deriva dall'ebraico Hannah che significa "grazia", oppure "graziosa". E' il secondo nome femminile italiano per diffusione grazie alla sua matrice religiosa. L'onomastico si festeggia il 26 luglio, giorno in cui si commemora Sant’ Anna.
Sua nascita
Ottavo parto di Anna Petrosillo, Anna nacque venerdi 23 Marzo 1906. Maritata con Pasquale Laneve, nato il 30 Agosto 1910 e scomparso il 3 Dicembre 1969. Da loro matrimonio nacque Ina, sposata con Francesco Mandriota. Anna, mancò lunedi 18 Novembre 1985 all’età di 79 anni.
- IDA GARRAPPA
Deriva dall’antico alto germano Itha e significa "eroína, guerriera, valchiria". L’onomástico si festeggia il 15 Gennaio, giorno in cui si commemora Santa Ida que visse nel VI secolo.
Sua nascita
Il nono figlio di Agnello Vincenzo fu l’ultima figlia. Ida nacque mercoledi 18 Maggio 1910. Maritata con Francesco Pagliarulo ebbe due figli: Vincenzo, medico chirurgo sposato con Maria Antonieta Bini ed Aniello, meccànico di grandi motori sposato con Lucia Spureo. La bella Ida perì sábato 12 Gennaio 1935 a 25 anni d’età.
- VITTORIA GARRAPPA
Deriva dal latino victor, e significa "vincitrice, vittoriosa", soprattutto riferito in ambito cristiano alla vittoria del bene sul male, come salvezza spirituale. L'onomastico si festeggia tradizionalmente il 23 dicembre in memoria di santa Vittoria vergine, martire a Roma nel 249.
Sua nascita
La terza figlia di Gaetano è una bimba nata venerdi 2 Novembre 1864. Sposata con Onofrio Bramante sábato 29 Agosto 1886. Mori il mercoledi 28 Maggio 1930.
- STELLA MARIA GARRAPPA
La quarta figlia di Gaetano nacque martedi 11 Settembre 1866. Sposó Nicolò Ciaccia domenica 11 Novembre 1888. Peri venerdi 19 Febbraio 1932.
- FELICE GARRAPPA
Quinto figlio di Gaetano nato mércoledi 2 Settembre 1868. Di 1,67 metri di statura, capelli grigi ed occhi neri, contrasse matrimonio con Rosa Andriani, venerdi 19 Dicembre 1912. Felice e Rosa si trasferirono a Buenos Aires e nel 1914 ripartirono, sul vapore Vandyck, per gli Stati Uniti arrivando in quel Paese 23 Febbraio. Secondo i registri dell’Ellis Island loro riferimento negli USA era un tale Sig. Catalano di Av. Locksley 5439, Oackland, California. Non si sa dove e quando mori Felice.
- ANTONIA GARRAPPA
E' il femminile dell'antico nome gentilizio latino Antonius, poi diventato individuale, ed è di origine probabilmente etrusca e di significato ignoto, oppure può derivare dal greco Antionos, significa "nato prima". E' uno dei nomi più diffusi in Italia per via della sua matrice religiosa. L'onomastico si festeggia il 28 febbraio, in onore della beata Antonia francescana.
Sua nascita
La sesta figlia di Gaetano nacque lunedi 24 Ottobre 1870. Mori nubile in data sconosciuta.
- VITO PAOLO GARRAPPA
Deriva dal soprannome e poi nome personale latino paulus, diminutivo di paucus, "poco, non grande", e significa "piccolo, modesto".
Sua nascita
Settimo figlio di Gaetano nato martedi il 19 Gennaio 1875. Ammogliato con Filomena Dibello sábato 27 Settembre 1919 ebbe due figli: Gaetano (28/03/1921), sposato con Giuseppina Bellantuono, due figli: Vito e Carla; eppure Pasquale, celibe, mori lunedi 25 Novembre 1935.
- SEBASTIANO GARRAPPA
Deriva dal greco sabastos, "degno di venerazione, di rispetto"; col suffisso -ianus era in origine un appellativo di onore e rispetto corrispondente ad Augusto, "illustre". L'onomastico si festeggia tradizionalmente il 20 gennaio in onore di San Sebastiano, martire nel 288.
Sua nascita
Ottavo ed ultimo figlio di Gaetano nato sábato 5 Gennaio 1878. Sposò Maria Teresa Todisco giovedi 8 Agosto 1901. Ne ebbero Angela, maritata il 16 Ottobre 1929 con Gaspare Pipoli; Gaetano, sposato con Cosima Taveri 28 Settembre 1930, ne ebbero Sebastiano, Teresa, Luca e Rossana; Antonia (01/04/1904-01/06/1952) sposata con Luigi Di Pasquale 25 Settembre 1930; e Graziella, nata nel 1900 e scomparsa nel 1910. Secondo i registri dell’autorità portuale a 25 anni, Sebastiano emigrò in Argentina in 3za. Classe sul “La Plata I”, arrivando a Buenos Aires 1° Ottobre 1903. Sua moglie invece, arrivava a Buenos Aires sulla “Bologna” 14 settembre 1906. Sebastiano morì martedi 7 Aprile 1914 forse in Patria.
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XIV - ALTRE FAMIGLIE PUGLIESI DI RAFAELA (1)
LISI Michele (1876) - Mariotto (BA)
LISI Arcangelo (1904) - Bitonto (BA)
DESARIO Francesco Paolo - Mariotto (BA)
DESARIO Gioacchino - Mariotto (BA)
SICOLO Gaetano - Bitonto (BA)
GIULIANO - Locorotondo (BA)
FRALLONARDO - Castellana Grotte (BA)
LICINIO Filippo (1909) - Bitonto (BA)
...e forse altri omesse involontariamente...
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(1) Dati ottenuti dall’Archivio della Società Italiana “Vittorio Emanuele II” di Rafaela.